La notte "blanca"
di Fabio Cimmino
Scusatemi
la licenza "spagnoleggiante" che mi sono concesso nel titolo
di apertura ma, come ben sapete, tra le dominazioni che si sono succedute
nel capoluogo campano, la spagnola è sicuramente quella che ha
lasciato un segno indelebile nella cultura e nella storia della città.
Ancora oggi, camminando tra le strade del centro storico di Napoli,
sono visibili e tangibili, tra le vie ed i palazzi antichi, le tracce
di questo lungo ed importante periodo vissuto dalla città partenopea.
Ed è proprio a pochi passi da quelli che sono ancora oggi conosciuti
come i "quartieri spagnoli", nel foyer di uno splendido palazzo
oggi ribattezzato PAN (Palazzo delle Arti di Napoli), che si è
tenuta, durante la notte bianca di Napoli, un'interessante degustazione
pubblica di vini da uve autoctone, evento organizzato da Vitigno
Italia, la manifestazione che a Maggio 2006 vedrà aprire
i battenti della sua seconda edizione. In realtà questo è
solo il primo di una serie di appuntamenti, previsti da Vitigno Italia,
in cui il vino incontrerà l'arte in gallerie, musei ed architetture
storiche di Napoli, fino alla data di inaugurazione del salone.
Ho
deciso di degustare un vino per ciascuna regione del sud Italia, sia
per rimanere in tema con la rubrica di cui sono "custode"
sia per non far torto a nessuno. Ho cominciata dalla Sardegna con il
Cannonau Doc 2003 Corona De Logu di Feudi della Medusa.
Un vino che vede solo acciaio e sprigiona profumi di inaspettata complessità.
Dico inaspettata perché troppo spesso questo vitigno rimane schiacciato
da un alcol invadente senza riuscire a sviluppare tutto il suo potenziale
aromatico. Le note di frutta rossa matura sono, in questo caso, accompagnate
da note più ampie e profonde di tabacco e spezie orientali. Al
palato l'acidità sostiene una massa critica importante rendendo
il vino più accessibile anche agli abbinamenti con il cibo. Dalla
Sardegna ci spostiamo in Molise dove incontriamo l'azienda I.A.C. Catabo
con la Tintilia (confusa a lungo con il bovale sardo), vitigno
autoctono che deriva il suo nome dall'etimo spagnolo "tinto"
ossia rosso. La sua vinificazione avviene in acciao e successivo affinamento
in bottiglia. Al naso si avverte netta la frutta sotto spirito (amarene)
ed una certa dolcezza con i sentori terziari che rimangono sullo sfondo
e che stentano ad uscire anche dopo ripetuti tentativi di ossigenazione.
Al palato il centrobocca è interessante ed avvolgente mentre
il finale è leggermente corto e meno incisivo.
Dal
Molise ci trasferiamo in Puglia, nell'agro di Faggiano, in provincia
di Taranto, per degustare il Diago delle Tenuta Zicari
un insolito blend di negroamaro (70%) e primitivo (30%) che fermenta
ed affina in serbatoi di acciaio inox, dove vengono eseguiti periodici
batonnage per dare copro, volume ed una complessità aromatica
maggiore al vino. Risultato che sembra raggiunto portando il bicchiere
al naso dove le note varietali dei due vitigni si fondono elegantemente
e si esprimono in maniera sottile e stratificata. Il frutto esuberante
del primitivo si sposa con le note terrose e minerali del negoramaro
in un apprezzabile coralità d'esecuzione. Al palato conserva
quella necessaria acidità e soprattutto una notevole sapidità
per regalare un vino da bere oltre che da degustare. Più a sud
sull'altro versante tocca a Librandi di tenere alto il nome del
vino calabrese con la riserva Duca di San Felice, un gaglioppo
in purezza vinificato in stile molto tradizionale. Un rosso austero
che mostra un profilo decisamente terziario di tabacco, liquirizia e
spezie con qualche nota animale (cuoio) che ne amplifica la carica aromatica.
In bocca segue una estrema corrispondenza gusto-olfattiva.
Giungiamo
anche questa volta alla fine di questo nostro breve viaggio sbarcando
in Sicilia ed assaggiando un Nero d'Avola, il Saia di Feudo
Maccari (della toscana Tenuta Sette Ponti nda) da vigne ad alberello
vicino Noto. Si presenta nel bicchiere con un colore violetto scuro
ed aromi che ricordano la tipica ciliegia e le spezie. Al palato lo
sviluppo gustativo sembra ancora imbrigliato in una progressione piuttosto
anonima. Non potevo naturalmente dimenticare la mia Campania felix.
Ho con piacere degustato, dopo un pò di tempo che non lo facevo,
il Donnaluna Aglianico Paestum IGT di Bruno De Conciliis.
Se le selezioni più importanti di questo produttore sono divenute
sempre più "difficili" da decifrare nei suoi vini "base"
ritroviamo quella genuina facilità d'approccio che li rende,
invece, particolarmente accessibili sia nel prezzo che sulla tavola.
Piccoli frutti neri si percepiscono al naso insieme a leggere sfumature
speziate ed una lieve nota fumé. In bocca c'è perfetta
corrispondenza con un lieve tocco di rustica baldanza che non guasta,
anzi riconcilia con il piacere di un bere semplice ma di qualità.
5 novembre 2005