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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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Selezione fattorie
SUD: novità e conferme
di Fabio Cimmino Come ogni anno, ormai, lo scorso week-end mi sono ritrovato a Barco Borghese, a metà strada tra Monteporzio Catone e Frascati, per intercettare il tour di presentazione e degustazione dei vini di Selezione Fattorie. Mi sono, come sempre, dedicato quasi esclusivamente ai vini del sud. La Campania, orfana di Cantine del Barone, ha affidato, per il momento, le sue ambizioni al giovane Di Marzo dell'azienda Torricino di Tufo, e alla famiglia De Lucia di Guardia Sanframondi, nel beneventano. Stefano di Marzo presentava un'anteprima, da vasca, del Greco di Tufo 2005: un campione già preciso ed intenso nella sua definizione aromatica, segnata da un fruttato maturo e carnoso, e che, poi, nella progressione al palato, ripiega sulla canonica freschezza del vitigno irpino. Presentato anche il Raione 2004, un esperimento da uve surmature fermentate in tonneaux, un "esperimento" che si propone, dal punto di vista organolettico, attraverso un'espressività a tratti un pò ingombrante, difficile da decifrare e poco incline alle mie corde gustative. Aromaticamente apprezzabile, invece, per precisione ed intensità la Falanghina Sannio 2005 di De Lucia che si esalta e si allunga nel finale grazie ad una sapidità assolutamente non comune. L'Aglianico Sannio 2004 "base" è un rosso serio, solido, dal frutto scuro, quasi nero, ed un tannino solo forse un tantino troppo esuberante. Il Murellaia 2003 è la versione più ambiziosa, affinata in barriques. L'apporto aromatico decisivo del rovere si avverte pur senza sconvolgere la personalità varietale del vino che anche in questo caso, però, mostra un tannino aggressivo che rimane astringente sulle gengive. Non so se l'Abruzzo sia più centro che sud, io ne approfitto comunque, indipendentemente, per segnalare i rossi di Torre dei Beati, azienda concentrata esclusivamente, con le sue quattro etichette, sul Montepulciano d'Abruzzo. Tutti buoni ed interessanti a partire dal Cerasuolo 2005 di rara finezza ed eleganza. Profumato, speziato al naso e sapido-salino al palato. Il "base" 2004 trascorre 9 mesi tra barriques e botti grandi (50% della massa equamente distribuito tra l'une e l'altre), pur tradendo un'impostazione più semplice e di immediata fruizione conferma un'apprezzabile personalità. Il Cocciapazza 2003 è affinato per ben 16 mesi in barriques ed il lungo passaggio in rovere si avverte pur senza denotare un'eccessiva invadenza aromatica. Interessante il confronto con il campione di Mazzamurello 2003 che, oltre ad aver trascorso addirittura 18 mesi in legno, è stato sottoposto a continui e ripetuti batonnage sulle fecce fini. Sembra che in questo modo il vino abbia tenuto e metabolizzato meglio il rovere offrendo un risultato veramente straordinario. Un vino da seguire attentamente. Dall'Abruzzo alla confinante Puglia. I Sierri 2004 di Taurino è un bianco in prevalenza chardonnay che, pur non vedendo legno, risulta piuttosto burroso e segnato da qualche accenno di botrytis. Lo Scaloti 2004 è un rosato dal profilo ossidativo che sembra puntare più sulla complessità e la struttura che non sulla semplicità e la freschezza tipiche della tipologia. Stile ossidativo che si nota anche negli altri rossi di casa Taurino. Il Salice Salentino 2001 sorprende per l'interpretazione varietale, tipica e territoriale del negroamaro salentino. Il Notarpanaro 2000 è un vino di carattere, dal profilo maturo in linea con l'annata calda calda e siccitosa. Il Patriglione 1999 decisamente più complesso, dolce, intenso ed austero. "A Cosimo '64" vendemmia 2002 è, invece, un blend di negroamaro e cabernet sauvignon che non riesce ancora ad entusiasmare ed emozionare come gli altri rossi dell'azienda. Le Rimebranze, infine, è un bianco dolce che in questo momento mi sembra attraversare una fase che definirei eccessivamente speziata e monocorde rispetto al ricordo più ispirato e coinvolgente che avevo di questo dolce nettare salentino. Scendiamo in Sicilia per assaggiare i vini di Curto e di Curatolo. Curto produce una serie di rossi a base di nero d'Avola. La versione d'annata 2004 è un vino un pò rustico, sincero e terragno nella sua verace espressività. Decisamente più profonda ed interessante la versione cru Vigna Fontanelle 2003, affinata in rovere per un terzo nuovo ed due terzi di secondo e terzo passaggio. Siamo nella zona di Pachino, nella Doc Eloro, tra le più vocate alla coltivazione del nero d'Avola. Da una vigna di 44 anni Curto ottiene un vino ampio, complesso, più elegante che offre sentori intensi ed ampi sia fruttati che speziati. Ciligia nera, spezie orientali, tabacco e liquirizia si rincorrono al naso e si traducono in un finale di discreta lunghezza al palato. Meno interessante, pur ben realizzato, l'Ikano, un blend di nero d'Avola e syrah: più dolce e ruffiano sia nell'approccio al naso che, soprattutto, al palato. Curatolo offre, dal canto suo, una gamma più ampia di prodotti che spazia dai bianchi ai rossi. I bianchi, entrambi 2005, sono ottenuti il primo da un uve grillo in purezza ed il secondo da un blend di cataratto e chardonnay. Personale l'interpretazione in purezza del grillo, che forse sacrifica una parte della sua freschezza gustativa nella ricerca di una maggiore intensità e complessità aromatica. Meno carattere e più freschezza, di contro, nel blend di cataratto e charonnay. Il Tumoli 2004 è, invece, un Nero d'Avola che fa un parziale passaggio in barriques usate. Non particolarmente ampio e complesso risulta un tantino rustico e chiuso al naso senza riuscire a recuperare nello slancio al palato. Il Sarmaro 2003 è un blend di nero d'Avola e syrah decisamente più espressivo al naso, grazie all'apporto del vitigno foresto, ma solo leggermente più corposo e strutturato al palato. Più convincenti le selezioni di Nero d'Avola 2003 e 2002, dai sentori di olive nere e salmastri, ed il Cabernet 2002 che, pur confermando uno stile non proprio pulitissimo, rivela un'interpretazione che cerca di rimanere fedele alla tradizione e al territorio senza risultare mai in vini ruffiani né piacioni. Ben fatto, suadente anche se non particolarmente intrigante, sicuramente piacevole, il Moscato di Noto, passito, dell'azienda Fausta Mansio che, dopo aver impiantato nel '99 ha cominciato a riproporre il suo moscato, prodotto con sistema biologico, a partire dal 2001. Breve puntatina nel Lazio per assaggiare i vini dell'azienda L'Olivella. Il Frascati Superiore Racemo 2005 è realizzato seguendo l'antica "ricetta" prevista dalla denominazione con l'impiego di un gran numero di uve diverse: bellone, trebbiano toscano, trebbiano giallo, malvasia del Lazio, malvasia di Candia. Un vino fresco, delicato, corretto, non un mostro di personalità ma degno conpagno della tavola. Più impegnativa la versione fermentata in barrique, il Tre Grome, segnato dalla vaniglia del rovere e da un frutto decisamente più dolce e maturo: per gli amanti del genere. Ho apprezzato, invece, il "Sessanta-Quaranta", blend di cesanese e syrah che, pur senza toccare abissi di profondità e palesando un uso disinvolto del rovere, riesce a risultare di apprezzabile aromaticità e consistenza. Tra le novità ecco l'Aglianico del Vulture di Macarico in duplice versione Macarì e Macarico, quest'ultimo affinato in barriques. Più immediata, semplice e diretta la versione base mentre un pò forzata, anche se più complessa e persistente, quella affinata in rovere. Quest'ultima mi sembra aver, comunque, guadagnato molto rispetto ad un mio assaggio di qualche mese fa, sia in termini di finezza che di carattere. Infine ultima tappa in Sardegna per i cannonau di Gabbas. Lillove 2004 è un rosso dal naso fruttato, caldo e maturo: semplice e diretto. Il Dule 2003, che vede legno, si colloca su un gradino superiore e mostra un frutto più dolce ed espressivo. Più fine del precedente perde qualche punto, forse, nell'approccio al palato che appare meno persistente di quanto annunciato al naso. Arbeskia 2002 vede, infine, l'apporto di un 40% di cabernet che pur non marcando in maniera troppo esplicita il vino desta, in ogni caso, qualche perplessità: il naso leggermente chiuso e monolitico denota un rovere più presente, soprattutto nel finale, al palato. Prosit! 1 aprile 2006
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