Flavio Fanti
La Palazzetta
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A.
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Azienda
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Il
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La
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Terenzuola
Cascina
Garitina
Riecine
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Nella nostra esperienza di visitatori
di cantine ricordiamo strade sbagliate, cartine consultate disperatamente,
complicate inversioni in mezzo al fango, ardite retromarce lunghe centinaia
di metri, passanti sbalorditi da richieste di informazioni su località
a loro, nati e vissuti da quelle parti, perfettamente sconosciute.
Niente
di tutto questo accade quando si ha l'occasione di poter visitare la Fattoria
Sonnino: non si può sbagliare, basta recarsi a Montespertoli, una
delle principali località del Chianti fiorentino, e guardare fra
la segnaletica turistica "Castello Sonnino".
Ma, se sotto questo aspetto di difficoltà
non ce ne sono, qualche problema può essere invece posto da una
certa quale emozione dovuta alla presenza un cognome così importante
e intimamente legato alla storia del nostro paese.
Facciamo dunque una breve digressione
storica: Isacco Sonnino, geniale banchiere, accumula una immensa ricchezza
e possedimenti sconfinati. Suo figlio, il barone Giorgio Sidney Sonnino,
uomo politico liberal-conservatore (ricordiamo il famoso "Torniamo allo
Statuto") e studioso di problemi agricoli (importantissima la sua inchiesta
sulla Sicilia), fu ministro delle finanze due volte, presidente del Consiglio
due volte, ministro della Difesa al momento dello scoppio della prima
guerra mondiale, ed è il trisavolo del barone Alessandro De Renzis
Sonnino, che stiamo per incontrare.
Eccolo infatti che arriva, scendendo
dal castello dove abita per accoglierci con un (bonario) rimbrotto: "io
aspettavo una vostra conferma telefonica, o perlomeno così mi sembra
di ricordare!", e ci guida nell'edificio in cui, oltre agli ambienti dove
viene prodotto il vino, si trovano l'ufficio e la bella sala degustazione.
La nostra conversazione comincia mentre
il barone, giacca e dolcevita marrone, assaggia con grande attenzione
due campioni di vino che, ci dirà dopo, sono "tagli di cantina"
che sono stati sottoposti al suo giudizio. Iniziamo, come sempre, col
chiedere qualcosa sulla storia dell'azienda. La famiglia Sonnino acquistò
la tenuta di Montespertoli nel 1870, quando essa era costituita da oltre
870 ettari di terreno. Oltre a vite e ulivo, veniva coltivato grano e
allevato bestiame. Poi, negli ultimi decenni, sono state vendute varie
parti e ora, su un totale di 190 ettari, 43 sono a vigneto e 17 di oliveto.
I possedimenti in questa zona venivano gestiti da amministratori per conto
di uno zio che viveva in Africa e che quindi non poteva controllare al
meglio la situazione, finché Alessandro, verso il 1987, decise
di entrare in prima persona nella gestione la fattoria. Attualmente la
produzione complessiva della fattoria (che produce anche olio) si aggira
sulle 350.000 bottiglie.
Qual era il suo rapporto con il vino
quando ha iniziato ad occuparsi della fattoria?
"Direi che era piuttosto freddo. Non
ero certamente un appassionato, non ne bevevo molto, il vino mi lasciava
anzi piuttosto perplesso. Ma da quando ho iniziato ad occuparmene a tempo
pieno mi sento veramente coinvolto."
E come sono stati gli inizi? "Piuttosto
difficili. Innanzitutto qui ho dovuto rimettere in sesto una situazione
finanziaria che era stata lasciata un po' andare, e il modo di concepire
la produzione del vino era molto arretrato; mi sono trovato ad operare
in un Chianti che usciva da una brutta crisi di immagine, ma in cui c'erano
evidenti segni di ripresa. E mettiamoci anche che c'era stata la terribile
gelata del 1985."
Comunque, appunto, alla fine degli
anni Ottanta c'era già una ripresa del Chianti: come ha cercato
di fare entrare la fattoria nell'onda di questa rinascita?
"All'inizio non è stato facilissimo,
e per di più ho scelto di non avvalermi di un enologo esterno.
Anche perché io penso una cosa: il vino lo fa, lo deve fare il
proprietario dell'azienda, con il suo gusto e le sue idee. Chiaramente
dei tecnici mi portano le analisi tecniche, ma poi il resto lo decido
io." Questa rivendicazione orgogliosa ci appare come un implicito rifiuto
della figura dell'enologo-"demiurgo" a cui sempre più spesso vengono
delegate la creazione e la realizzazione del vino.
E dunque? "All'inizio mi sono guardato
un po' intorno, soprattutto osservando cosa facevano i miei amici da queste
parti. Considerate che conosco, e sono amico, di molti dei migliori produttori
della Toscana: ci scambiamo idee, vedo come lavorano. Ho imparato molto
da Niccolò Incisa e da esperienze francesi, mi piacciono molto
come lavorano a Riecine, al Castello di Fonterutoli. Ah, Isole e Olena:
veramente una bella azienda! Non ha un'immagine fortissima, ma è
sicuramente fra le migliori."
È
arrivato il momento di parlare di gusti, e ci sembra di scorgere, al di
là di una qualche ostentata sicurezza, come un conflitto interiore:
da una parte le preferenze del barone ci sembrano sedotte dalla dolcezza
e dalla morbidezza caratteristiche dei vitigni internazionali, diciamo
soprattutto del Merlot; ma, dall'altra, il Sangiovese, la cui coltivazione
e vinificazione presentano difficoltà non indifferenti, lancia
delle sfide a cui è difficile resistere...
Sentiamo dunque cosa ci dice: "Premetto
che il Sangiovese è il vitigno di queste zone, è quello
che si deve fare qui ... ma devo dire che è anche un vitigno difficile,
realizzare un vino di struttura a base di Sangiovese presenta delle difficoltà
non indifferenti. E poi, anche a livello legislativo: ad esempio il Brunello,
con quel disciplinare assurdo... a proposito, non vado matto per il Brunello,
anche se di recente ho assaggiato il 1983 di Lisini: emozionante! Devo
poi dire che i miei gusti personali vanno verso vini dai profumi maturi,
"dolci", e non nascondo la mia preferenza per il Merlot. Fare dei Merlot
è molto più facile, e allora perché ostinarsi? Il
Syrah prima non mi piaceva, adesso sì, e il Petit Verdot, che mi
hanno consigliato a Chateau Lafite, è un vitigno facile e un ottimo
collante negli assemblaggi". Ma con questa moda del "vitigno internazionale"
non si rischia di fare tutti lo stesso vino? "Direi di no, il Merlot che
si fa sulle colline del Piave o in California è completamente diverso
da quello che matura qui; comunque, qui non impianterò mai Cabernet,
né Pinot Nero, non è zona."
Passiamo a parlare del "contorno":
come vede la cultura enologica in Italia? "Maluccio, direi. Siamo molto
indietro, più indietro di molto paesi che non producono vini minimamente
all'altezza dei nostri." I suoi rapporti con la critica? "All'estero sono
bellissimi, qui in Italia vanno un po' su e giù: quest'anno sembra
che siano tutti impazziti per il Vin Santo", ci dice con un pizzico di
divertita ironia.
E dal punto di vista del mercato? "Vendere
in Italia è terribilmente complicato. Per questo motivo esporto
praticamente tutto il vino che produco: Germania, Svizzera, Svezia, Norvegia,
Olanda, Giappone, Stati Uniti ..."
La conversazione è interessante,
potrebbe continuare a lungo, ma è venuto il momento di far parlare
il vero protagonista della nostra discussione, il vino. Arrivano al nostro
tavolo i rappresentanti delle due linee di Chianti della fattoria (che
differiscono sostanzialmente per la presenza o meno dei vitigni a bacca
bianca) e poi il Cantinino Vigneto di Fezzana (Sangiovese) e il San Leone
(Merlot, Sangiovese e Petit Verdot)
Il
Chianti 1998 è realizzato "vecchia maniera": Sangiovese,
Canaiolo, Trebbiano e Malvasia, vinificato esclusivamente in vetroresina
e cemento. La resa delle vigne si aggira sui 70 quintali per ettaro, con
una media di sei grappoli per pianta. Di un bellissimo colore rubino con
sfumature violacee, presenta profumi floreali (iris) e fruttati di buona
intensità, un bell'equilibrio fra struttura e acidità e
un gustoso retrogusto finale: un vino molto gradevole. "Io lo amo moltissimo
- commenta il barone - finalmente un vino che non sa di legno!".
Il Chianti "Montespertoli",
di cui assaggiamo la Riserva 1997, che contiene Sangiovese (90%)
e Canaiolo e "tracce" di altri vitigni presenta un colore rubino fitto;
i profumi sono dominati da note di amarena accompagnate da sentori di
vaniglia frutto dei dodici mesi di barrique cilene, dove matura
il 30% del vino. In bocca il vino presenta un corpo medio e la frutta
è protagonista (nessun cenno di profumi terziari): l'attacco è
buono, ma le sensazioni migliori sono riservate da un finale bello, anche
se con un tannino leggermente amarognolo.
Ed
eccoci al Cantinino Vigneto di Fezzana 1997 (un cru), un vino difficile
da realizzare, che, pur necessitando di molti sforzi, cure, impegno, può
procurare anche qualche delusione, ma che ci sembra (forse anche per questi
stessi motivi!) il figlio prediletto del barone, che non vuole aiuti o
facilitazioni: dunque, niente barrique, ma due anni di botte grande da
25 ettolitri e poi sei mesi di bottiglia. "Sentite queste leggera speziatura
di pepe? È secondo me la peculiarità del Sangiovese di questa
zona". Al naso sentiamo profumi dolci, profondi, anche se ancora un po'
chiusi ("ma si apriranno, e il vino diventerà morbidissimo!", ci
assicura il barone); in bocca si avverte una concentrazione media, e ritroviamo
all'attacco la stessa dolcezza che avevamo avvertita al naso e che solo
nel finale viene sostituita di nuovo da tannini un tantino amarognoli.
Passiamo
ad una piccola "verticale" del San Leone, di cui assaggiamo le
annate 1996 e 1997. Questo vino, composto da Merlot (60%), Sangiovese
30% e Petit Verdot, viene vinificato in acciaio (Sangiovese e Petit Verdeaux
insieme); dopo una macerazione di circa 18 giorni svolge la fermentazione
malolattica e infine matura in barrique per 12-14 mesi.
Il 1996 presenta bei profumi di lampone,
fragola, amalgamati dai sentori di caffè dati dal legno. In bocca
ha un bell'impatto, completato da note tostate. Il 1997 (di cui sono prodotte
6 mila bottiglie con il progetto di arrivare alle 18 mila) è veramente
buono: presenta un colore più fitto, profumi meno "cotti" del precedente
e una carica tannica più massiccia; è quindi ancora un po'
astringente, ma è un vino veramente concentrato e potente, con
un buon attacco, grande sapidità e un finale di media lunghezza.
Gli ultimi assaggi fatti ci ripropongono
di fatto un confronto fra due categorie di vini, che, al di là
delle loro ovvie diversità, possono essere così descritte:
da una parte la categoria dei vini più spontanei ed estroversi,
che suscitano immediata soddisfazione per il naso e il palato; dall'altra
quella dei vini in cui si avverte lo spessore, la profondità, la
carnosità, ma che possiedono un impatto sicuramente meno immediato,
che richiedono maggiore attenzione nell'ascolto, ma che stimolano il degustatore
a fermarsi un attimo a "pensare". Questo tipo di confronto, che non si
limita di certo alla Toscana (si pensi all'Alto Adige, coi suoi bellissimi
Cabernet da una parte, e i monumentali Lagrein che sempre più produttori
riescono a realizzare dall'altra), si traduce poi spesso, forse semplificando
un po', nell'ormai diffusa contrapposizione fra vitigni autoctoni e internazionali.
Finiamo
il nostro ampio giro di assaggi con il Vin Santo 1995, che invecchia
per quattro anni nei caratelli ("in casa mia si diceva: chi beve Vin Santo
prima dei sette anni non va preso in considerazione, questo fa solo quattro
anni e ciò mi provoca grandi complessi di colpa!"): presenta un
colore ambrato, profumi assai complessi in cui si riconoscono albicocca,
mandorle, miele, buccia d'arancia candita; la bocca è morbida,
ha una bella struttura, innervata da un tocco di pungente acidità,
con un finale lungo che "vira" verso sentori di pasticceria come solo
i migliori Vin Santo sanno fare.
Concludiamo la nostra visita facendo
un giro fra vasche, botti e barriques. Il barone tende a preferire
all'acciaio il cemento, in quanto limita molto gli sbalzi termici, anche
se comporta maggiori problemi come l'attaccabilità da parte dei
batteri; tuttavia ci mostra orgogliosamente delle vasche in acciaio tronco-coniche
("queste sono le Rolls-Royce della vinificazione!"), e mentre noi osserviamo
incuriositi, preleva rapidamente campioni dalla botte per rendersi conto
della situazione. E dalla concentrazione, soddisfazione, preoccupazione
con cui assaggia il Cantinino 1998 e il San Leone 1999 capiamo che c'è,
in lui, vera passione. Appare dunque un po' superflua la domanda che alla
fine gli rivolgiamo: insomma, anche se si tratta pur sempre di un lavoro,
è contento di essere diventato produttore di vino?
"Ma certo, è un mondo bello,
in continua evoluzione, pieno di persone interessanti. E poi, ragazzi,
diciamoci la verità: si mangia e si beve bene, e si sta sempre
in posti bellissimi: non c'è male, mi sembra!"
Visita effettuata l'8 Marzo 2000.
Ringraziamo Paola Carlucci per la collaborazione.
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