Visite in azienda

Fattoria Sonnino:
che bel mestiere fare il vino!

 
 

Flavio Fanti
La Palazzetta

Azienda Agricola Marchetti

Tenuta di Capezzana

Barone Ricasoli

A. A. Poggio Salvi

Maso Furli
Abbazia di Novacella
Azienda Agricola
Le Murelle

Tenuta di Ghizzano

Rocca di Montegrossi
Il Colle dei fratelli
Montrasio

Ansitz Plattner Waldgries

Fattoria Derenzis Sonnino


Camigliano
Il Torchio


Ottaviano Lambruschi 
La Colombiera


Podere Terenzuola

Cascina Garitina

Riecine

Nella nostra esperienza di visitatori di cantine ricordiamo strade sbagliate, cartine consultate disperatamente, complicate inversioni in mezzo al fango, ardite retromarce lunghe centinaia di metri, passanti sbalorditi da richieste di informazioni su località a loro, nati e vissuti da quelle parti, perfettamente sconosciute.

Niente di tutto questo accade quando si ha l'occasione di poter visitare la Fattoria Sonnino: non si può sbagliare, basta recarsi a Montespertoli, una delle principali località del Chianti fiorentino, e guardare fra la segnaletica turistica "Castello Sonnino". 
Ma, se sotto questo aspetto di difficoltà non ce ne sono, qualche problema può essere invece posto da una certa quale emozione dovuta alla presenza un cognome così importante e intimamente legato alla storia del nostro paese. 
Facciamo dunque una breve digressione storica: Isacco Sonnino, geniale banchiere, accumula una immensa ricchezza e possedimenti sconfinati. Suo figlio, il barone Giorgio Sidney Sonnino, uomo politico liberal-conservatore (ricordiamo il famoso "Torniamo allo Statuto") e studioso di problemi agricoli (importantissima la sua inchiesta sulla Sicilia), fu ministro delle finanze due volte, presidente del Consiglio due volte, ministro della Difesa al momento dello scoppio della prima guerra mondiale, ed è il trisavolo del barone Alessandro De Renzis Sonnino, che stiamo per incontrare.

Eccolo infatti che arriva, scendendo dal castello dove abita per accoglierci con un (bonario) rimbrotto: "io aspettavo una vostra conferma telefonica, o perlomeno così mi sembra di ricordare!", e ci guida nell'edificio in cui, oltre agli ambienti dove viene prodotto il vino, si trovano l'ufficio e la bella sala degustazione.

La nostra conversazione comincia mentre il barone, giacca e dolcevita marrone, assaggia con grande attenzione due campioni di vino che, ci dirà dopo, sono "tagli di cantina" che sono stati sottoposti al suo giudizio. Iniziamo, come sempre, col chiedere qualcosa sulla storia dell'azienda. La famiglia Sonnino acquistò la tenuta di Montespertoli nel 1870, quando essa era costituita da oltre 870 ettari di terreno. Oltre a vite e ulivo, veniva coltivato grano e allevato bestiame. Poi, negli ultimi decenni, sono state vendute varie parti e ora, su un totale di 190 ettari, 43 sono a vigneto e 17 di oliveto. I possedimenti in questa zona venivano gestiti da amministratori per conto di uno zio che viveva in Africa e che quindi non poteva controllare al meglio la situazione, finché Alessandro, verso il 1987, decise di entrare in prima persona nella gestione la fattoria. Attualmente la produzione complessiva della fattoria (che produce anche olio) si aggira sulle 350.000 bottiglie.

Qual era il suo rapporto con il vino quando ha iniziato ad occuparsi della fattoria?
"Direi che era piuttosto freddo. Non ero certamente un appassionato, non ne bevevo molto, il vino mi lasciava anzi piuttosto perplesso. Ma da quando ho iniziato ad occuparmene a tempo pieno mi sento veramente coinvolto."
E come sono stati gli inizi? "Piuttosto difficili. Innanzitutto qui ho dovuto rimettere in sesto una situazione finanziaria che era stata lasciata un po' andare, e il modo di concepire la produzione del vino era molto arretrato; mi sono trovato ad operare in un Chianti che usciva da una brutta crisi di immagine, ma in cui c'erano evidenti segni di ripresa. E mettiamoci anche che c'era stata la terribile gelata del 1985."

Comunque, appunto, alla fine degli anni Ottanta c'era già una ripresa del Chianti: come ha cercato di fare entrare la fattoria nell'onda di questa rinascita?
"All'inizio non è stato facilissimo, e per di più ho scelto di non avvalermi di un enologo esterno. Anche perché io penso una cosa: il vino lo fa, lo deve fare il proprietario dell'azienda, con il suo gusto e le sue idee. Chiaramente dei tecnici mi portano le analisi tecniche, ma poi il resto lo decido io." Questa rivendicazione orgogliosa ci appare come un implicito rifiuto della figura dell'enologo-"demiurgo" a cui sempre più spesso vengono delegate la creazione e la realizzazione del vino.

E dunque? "All'inizio mi sono guardato un po' intorno, soprattutto osservando cosa facevano i miei amici da queste parti. Considerate che conosco, e sono amico, di molti dei migliori produttori della Toscana: ci scambiamo idee, vedo come lavorano. Ho imparato molto da Niccolò Incisa e da esperienze francesi, mi piacciono molto come lavorano a Riecine, al Castello di Fonterutoli. Ah, Isole e Olena: veramente una bella azienda! Non ha un'immagine fortissima, ma è sicuramente fra le migliori."

È arrivato il momento di parlare di gusti, e ci sembra di scorgere, al di là di una qualche ostentata sicurezza, come un conflitto interiore: da una parte le preferenze del barone ci sembrano sedotte dalla dolcezza e dalla morbidezza caratteristiche dei vitigni internazionali, diciamo soprattutto del Merlot; ma, dall'altra, il Sangiovese, la cui coltivazione e vinificazione presentano difficoltà non indifferenti, lancia delle sfide a cui è difficile resistere...
Sentiamo dunque cosa ci dice: "Premetto che il Sangiovese è il vitigno di queste zone, è quello che si deve fare qui ... ma devo dire che è anche un vitigno difficile, realizzare un vino di struttura a base di Sangiovese presenta delle difficoltà non indifferenti. E poi, anche a livello legislativo: ad esempio il Brunello, con quel disciplinare assurdo... a proposito, non vado matto per il Brunello, anche se di recente ho assaggiato il 1983 di Lisini: emozionante! Devo poi dire che i miei gusti personali vanno verso vini dai profumi maturi, "dolci", e non nascondo la mia preferenza per il Merlot. Fare dei Merlot è molto più facile, e allora perché ostinarsi? Il Syrah prima non mi piaceva, adesso sì, e il Petit Verdot, che mi hanno consigliato a Chateau Lafite, è un vitigno facile e un ottimo collante negli assemblaggi". Ma con questa moda del "vitigno internazionale" non si rischia di fare tutti lo stesso vino? "Direi di no, il Merlot che si fa sulle colline del Piave o in California è completamente diverso da quello che matura qui; comunque, qui non impianterò mai Cabernet, né Pinot Nero, non è zona."

Passiamo a parlare del "contorno": come vede la cultura enologica in Italia? "Maluccio, direi. Siamo molto indietro, più indietro di molto paesi che non producono vini minimamente all'altezza dei nostri." I suoi rapporti con la critica? "All'estero sono bellissimi, qui in Italia vanno un po' su e giù: quest'anno sembra che siano tutti impazziti per il Vin Santo", ci dice con un pizzico di divertita ironia.
E dal punto di vista del mercato? "Vendere in Italia è terribilmente complicato. Per questo motivo esporto praticamente tutto il vino che produco: Germania, Svizzera, Svezia, Norvegia, Olanda, Giappone, Stati Uniti ..."

La conversazione è interessante, potrebbe continuare a lungo, ma è venuto il momento di far parlare il vero protagonista della nostra discussione, il vino. Arrivano al nostro tavolo i rappresentanti delle due linee di Chianti della fattoria (che differiscono sostanzialmente per la presenza o meno dei vitigni a bacca bianca) e poi il Cantinino Vigneto di Fezzana (Sangiovese) e il San Leone (Merlot, Sangiovese e Petit Verdot)

Il Chianti 1998 è realizzato "vecchia maniera": Sangiovese, Canaiolo, Trebbiano e Malvasia, vinificato esclusivamente in vetroresina e cemento. La resa delle vigne si aggira sui 70 quintali per ettaro, con una media di sei grappoli per pianta. Di un bellissimo colore rubino con sfumature violacee, presenta profumi floreali (iris) e fruttati di buona intensità, un bell'equilibrio fra struttura e acidità e un gustoso retrogusto finale: un vino molto gradevole. "Io lo amo moltissimo - commenta il barone -  finalmente un vino che non sa di legno!".
Il Chianti "Montespertoli", di cui assaggiamo la Riserva 1997, che contiene Sangiovese (90%) e Canaiolo e "tracce" di altri vitigni presenta un colore rubino fitto; i profumi sono dominati da note di amarena accompagnate da sentori di vaniglia frutto dei dodici mesi di barrique cilene, dove matura il 30% del vino. In bocca il vino presenta un corpo medio e la frutta è protagonista (nessun cenno di profumi terziari): l'attacco è buono, ma le sensazioni migliori sono riservate da un finale bello, anche se con un tannino leggermente amarognolo.

Ed eccoci al Cantinino Vigneto di Fezzana 1997 (un cru), un vino difficile da realizzare, che, pur necessitando di molti sforzi, cure, impegno, può procurare anche qualche delusione, ma che ci sembra (forse anche per questi stessi motivi!) il figlio prediletto del barone, che non vuole aiuti o facilitazioni: dunque, niente barrique, ma due anni di botte grande da 25 ettolitri e poi sei mesi di bottiglia. "Sentite queste leggera speziatura di pepe? È secondo me la peculiarità del Sangiovese di questa zona". Al naso sentiamo profumi dolci, profondi, anche se ancora un po' chiusi ("ma si apriranno, e il vino diventerà morbidissimo!", ci assicura il barone); in bocca si avverte una concentrazione media, e ritroviamo all'attacco la stessa dolcezza che avevamo avvertita al naso e che solo nel finale viene sostituita di nuovo da tannini un tantino amarognoli.

Passiamo ad una piccola "verticale" del San Leone, di cui assaggiamo le annate 1996 e 1997. Questo vino, composto da Merlot  (60%), Sangiovese 30% e Petit Verdot, viene vinificato in acciaio (Sangiovese e Petit Verdeaux insieme); dopo una macerazione di circa 18 giorni svolge la fermentazione malolattica e infine matura in barrique per 12-14 mesi.
Il 1996 presenta bei profumi di lampone, fragola, amalgamati dai sentori di caffè dati dal legno. In bocca ha un bell'impatto, completato da note tostate. Il 1997 (di cui sono prodotte 6 mila bottiglie con il progetto di arrivare alle 18 mila) è veramente buono: presenta un colore più fitto, profumi meno "cotti" del precedente e una carica tannica più massiccia; è quindi ancora un po' astringente, ma è un vino veramente concentrato e potente, con un buon attacco, grande sapidità e un finale di media lunghezza.

Gli ultimi assaggi fatti ci ripropongono di fatto un confronto fra due categorie di vini, che, al di là delle loro ovvie diversità, possono essere così descritte: da una parte la categoria dei vini più spontanei ed estroversi, che suscitano immediata soddisfazione per il naso e il palato; dall'altra quella dei vini in cui si avverte lo spessore, la profondità, la carnosità, ma che possiedono un impatto sicuramente meno immediato, che richiedono maggiore attenzione nell'ascolto, ma che stimolano il degustatore a fermarsi un attimo a "pensare". Questo tipo di confronto, che non si limita di certo alla Toscana (si pensi all'Alto Adige, coi suoi bellissimi Cabernet da una parte, e i monumentali Lagrein che sempre più produttori riescono a realizzare dall'altra), si traduce poi spesso, forse semplificando un po', nell'ormai diffusa contrapposizione fra vitigni autoctoni e internazionali.

Finiamo il nostro ampio giro di assaggi con il Vin Santo 1995, che invecchia per quattro anni nei caratelli ("in casa mia si diceva: chi beve Vin Santo prima dei sette anni non va preso in considerazione, questo fa solo quattro anni e ciò mi provoca grandi complessi di colpa!"): presenta un colore ambrato, profumi assai complessi in cui si riconoscono albicocca, mandorle, miele, buccia d'arancia candita; la bocca è morbida, ha una bella struttura, innervata da un tocco di pungente acidità, con un finale lungo che "vira" verso sentori di pasticceria come solo i migliori Vin Santo sanno fare.

Concludiamo la nostra visita facendo un giro fra vasche, botti e barriques. Il barone tende a preferire all'acciaio il cemento, in quanto limita molto gli sbalzi termici, anche se comporta maggiori problemi come l'attaccabilità da parte dei batteri; tuttavia ci mostra orgogliosamente delle vasche in acciaio tronco-coniche ("queste sono le Rolls-Royce della vinificazione!"), e mentre noi osserviamo incuriositi, preleva rapidamente campioni dalla botte per rendersi conto della situazione. E dalla concentrazione, soddisfazione, preoccupazione con cui assaggia il Cantinino 1998 e il San Leone 1999 capiamo che c'è, in lui, vera passione. Appare dunque un po' superflua la domanda che alla fine gli rivolgiamo: insomma, anche se si tratta pur sempre di un lavoro, è contento di essere diventato produttore di vino? 
"Ma certo, è un mondo bello,  in continua evoluzione, pieno di persone interessanti. E poi, ragazzi, diciamoci la verità: si mangia e si beve bene, e si sta sempre in posti bellissimi: non c'è male, mi sembra!"
 

Visita effettuata l'8 Marzo 2000.
Ringraziamo Paola Carlucci per la collaborazione.
 

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