|
Vino, territorio e cultura:
il piacevole percorso dei giovanissimi
Le nuove annate di Langa e Roero: Alba
Wines Exhibition 2004
1-5 Aprile: torna
Vinitaly
Sicilia en primeur, vetrina
del vino siciliano
I falsi non si distinguono dai veri
Inaugurata
la Strada Medicea dei Vini di Carmignano: proiettati
nella tradizione
Bianchi
non significa adolescenti
Bei ricordi: Gaurano
castel monte Petrino 1971 Michele Moio fu Luigi
Le quattro stelle del vino toscano,
fra inquititudini e minacce europee
Cuore
sardo alla settimana dell'olio
Non
ho l'età
La
festa del maiale
Orizzonti
e Vertici. Il Brunello di Montalcino in Versilia
Una bella avventura
Etica e
impresa vitivinicola
PrimoVolo, tre
territori in un vino
Impressioni dal Wine
Festival di Merano
8-10 Novembre: torna
il Winefestival di Merano
Inaugurata la cantina di
Petra
Vignaioli, finalmente!
Quattro
anni di AcquaBuona
In archivio


|
|
Bei
ricordi: Gaurano castel monte Petrino 1971 Michele Moio fu Luigi
di Mario Crosta
Bere
un vino di qualche decina d'anni che sia meraviglioso è sempre
un vero miracolo. Non basta farli bene ed a regola d'arte, come solo dei
grandi maestri sono capaci. Ci vogliono delle uve eccezionali, dei terreni
in perfetta simbiosi con i vitigni più adatti, delle annate particolarmente
riuscite, un grande amore per la custodia delle bottiglie e tanta, tanta
pazienza. Non è un caso che i vini veramente più longevi
si trovino più frequentemente dai produttori con le maggiori risorse
in quanto a vigne, uomini, cantine ed esperienza, quelli che sono considerati
la vera élite della produzione di alta qualità in campo
mondiale. Siamo certamente più fortunati con bottiglie che sono
rimaste in santa pace al buio ed al fresco nelle antiche cantine di queste
case vinicole, ma anche la fortuna ha un costo e non soltanto un prezzo.
Per delle gioie particolari, delle emozioni irripetibili e delle sensazioni
da favola, ci sono senza dubbio gli eccelsi vini langaroli, valsesiani,
valtellinesi, ilcinesi, chiantigiani e maremmani. Risparmio volentieri
di suggerire dei nomi a chi ama questi vini leggendari, perchè
sono sicuramente conosciuti in tutto il mondo e vengono fatti oggetto
perfino di collezione, non c'è quindi bisogno di finire qui l'articolo
con un elenco dei più applauditi capolavori dell'enologia.
Però capita d'imbattersi anche in vini straordinari
che in altre zone ed in particolari annate, che spesso non sono nemmeno
quelle più segnalate, hanno raccolto in sè tutto il meglio
possibile delle condizioni pedoclimatiche, agronomiche ed enologiche e
(perchè no?) tanta fortuna. C'è un buon Dio anche per quei
vignaioli che non sono tanto salottieri, quelli che non hanno tempo da
dedicare alla ribalta, persone che magari non hanno un'eloquenza pari
alla loro indubbia capacità di soffrire, gli umili che sanno ascoltare
la vite e non aspettano la motozappa per farne respirare le radici. Oddio,
non si creda che fare il vino buono sia un atto di eroismo, ma neanche
una schiavitù, non c'è bisogno di passare la vita dall'alba
al tramonto sempre in vigna, anche perchè chi è capace di
tanto amore in genere lo sa ben distribuire anche in famiglia, con gli
amici ed in paese. A volte capita che i grandi sacrifici e l'intelligenza
creativa abbiano un corrispondente nella buona sorte e ne nascano dei
vini che si riveleranno con gli anni non soltanto un passo avanti agli
altri che si sono sempre fatti, ma in splendida evoluzione, come un evento
miracoloso. Bottiglie di vino che hanno lasciato la cantina come tutte
le altre e che si sono sparse un po' per tutto il mondo, manco si sa dove,
finchè per puro caso non vengono aperte e finiscono per lasciare
letteralmente stupefatti chi ne beve, anche dopo molto tempo.
Mi è capitato con il Barbera d'Alba del 1926 di Enrico
Serafino di Canale d'Alba, alcune bottiglie acquistate dal nonno,
passate in parte a mio padre, un paio delle quali aperte cinquant'anni
dopo, o con il Barbaresco Riserva del 1952 della stessa casa, favoloso
trent'anni più tardi. Un altro esempio di vino straordinariamente
longevo è stato per me lo Spanna dei cinque castelli 1947 di Antonio
Vallana di Maggiora, trovato nel fango a Vallemosso durante l'alluvione,
nonché lo stesso vino dell'annata 1964, comprato con le prime paghette
quand'ero adolescente. Poi, si sa, i casi della vita portano anche a scoprire
dei vini eccezionali, come il Gattinara 1971 dell'Azienda Agricola
Le Colline e il Ghemme 1974 di Imazio, solo per ricordarne
alcuni, ma di cantine passate di mano o che non ci sono più. Viene
un senso di profonda tristezza quando si può finalmente disporre
di una cifra da investire in vini destinati a prolungato invecchiamento,
più per la gioia di figli e nipoti che per la nostra (destinati
magari a fare la stessa fine di Mosè con la terra promessa, cioè...
nisba!) e si scopre però che nel frattempo il mondo si è
capovolto e dove c'era l'erba verde ormai c'è una città,
come cantavamo una volta insieme all'Adriano nazionale.
Un'iniezione
di emozionante radiosità viene invece dal caso contrario, quando
un vino che si credeva già lontano nei ricordi ed irripetibile
ti si ripropone davanti al naso in tutta freschezza, vispo e pimpante
nella sua beata incoscienza di discendere da un mito che ti ha sconvolto
l'anima. Il ristorante "Del Sole" di Marietti Orfeo è
ancora lì, nel cuore stesso del centro storico di Perugia, nella
viuzza della Rupe, angolo con via Oberdan. Quanti ricordi... e che vista!
Sono soltanto due sale sotto le volte mediovali dell'antico palazzo dello
Studium, che poggiano su un tratto a vista della cinta muraria etrusca.
Dal suo giardino, mentre si possono gustare le più genuine specialità
della gastronomia perugina (anche d'inverno, ma grazie a delle luminose
vetrate), si gode un ampio e pittoresco panorama della valle umbra, con
Torgiano ed Assisi. La sua cantinetta ha sempre riservato molte piacevoli
sorprese agli intenditori, la scala è comodissima ed invita alla
visita. Fu qui che diversi anni fa, durante due settimane di ferie in
una regione allora sconosciuta da visitare per intero, decisi di tornare
ben due volte nello stesso posto per mangiare e bere la stessa cosa: anatra
in porchetta (pepe, rosmarino ecc.) ed il rosso Gaurano Castel monte
Petrino 1971 dell'azienda vinicola Michele Moio fu Luigi di
Mondragone in provincia di Caserta.
I vini del nostro meridione fino a quel momento mi erano
quasi sconosciuti, con qualche eccezione per quelli salentini, ma questo
qui era come se lo avessi sempre sognato, come se lo avessi sempre bevuto
per duemila anni, un gran bel corpo ma fruttato, rigoglioso, sensuale,
avvolgente.
Un grado alcoolico che non scherzava affatto, intorno al 14,5%, eppure
meraviglioso anche in pieno agosto e in una splendida giornata di sole
con quella ruspante pietanza ed un grandioso spettacolo naturale davanti
agli occhi. Di grande profondità storica, sia il paesaggio che
il vino, infatti, sull'onda delle piacevolissime sensazioni che la beva
ampiamente procurava, lo sguardo scandagliava tutta la bottiglia e non
si lasciava sfuggire neanche un particolare, mentre la fantasia volava
a Virgilio, Orazio e Plinio che di quei vini ne dovevano pure aver bevuto
bene per osannare così il nome del Falerno, il vino più
ambito dell'antichità. L'Appia antica e la Domiziana che s'incrociavano
alla foce del Volturno, tra il litorale tirrenico e i monti Petrino, Massico,
Pizzuto e Cicoli sono state le prime strade del vino. La costa bassa,
con sabbia bianca e finissima, larga alcune centinaia di metri si estende
ininterrottamente per oltre 50 km da Scauri fino a Cuma. Il territorio
è essenzialmente pianeggiante, caratterizzato da colline calcaree
e attualmente non è attraversato da fiumi ma intersecato da vari
canali, come Agnena, Savone e Fiumarella che sboccano in mare. Il clima
è mite per il ciclo dell'uva, data la posizione costiera. La temperatura
infatti è una delle più costanti; quella estiva è
mitigata dalle brezze marine e quella invernale è quasi tiepida,
la media non scende mai sotto lo zero e il gelo e la neve rappresentano
delle rare eccezioni. Le piogge non sono scarse ma molto discontinue,
sotto forma di acquazzoni brevi e violenti. I venti predominanti provengono
da SudOvest nei mesi estivi, da Ovest in primavera e da NordEst in inverno
e di solito sono moderati.
Mondragone,
20.000 abitanti d'inverno e almeno 35.000 d'estate, è proprio al
centro di una variegata situazione ambientale: da un lato il litorale
e la pineta, dall'altro la campagna ricca di ortaggi, ulivi e viti, ai
piedi del Massico un'oasi naturalistica del WWF e nella piana dei Mazzoni,
un tempo terreno completamente paludoso, è possibile assaporare
gustosi piatti a base di rane, anguille ed alose del Volturno, ma c'è
un'altra squisitezza: la mozzarella di bufala. In città tutto testimionia
dell'antico passato; portali, colonne e frammenti scultorei sparsi lungo
il centro storico dominato dal Monte Petrino, sulla cui vetta sorgono
i resti della rocca e le opere di difesa erette probabilmente dai profughi
dell'antica città di Sinuessa, oggi sommersa. Agli inizi del secolo,
un ramo della famiglia Moio si stabilì a Mondragone, dando origine
all'attività vinicola. A Michele Moio si deve sin dal dopoguerra
il merito di aver intuito che il vino rosso ottenuto dalle uve di primitivo,
vitigno pugliese importato qui dal barone Falco ai primi del '900, poteva
degnamente essere considerato, dopo tanti secoli di trasformazioni tecniche,
climatiche, genetiche e di gusto, la versione moderna del vino tanto caro
agli antichi romani.
Tra
i fantastici vini prodotti dai Moio col primitivo ci sono appunto il Falerno
DOC, in particolare lo stupendo e sorprendente Falerno Maiatico DOC,
il Moio 57 dedicato alla favolosa vendemmia di Mondragone del 1957
ed il Gaurano, che nasce da una selezione particolarmente accurata
di uve primitivo leggermente surmature, provenienti dai migliori vigneti
di Mondragone. Dopo una macerazione di circa 25 giorni a temperatura controllata,
il vino che si ricava viene invecchiato per 18 mesi in tradizionali botti
di rovere di Slavonia. Ha un colore rosso rubino scuro, un intenso e delicato
bouquet di frutti a bacca rossa con un ritorno aromatico persistente,
col tempo emergono le confetture e una suadente nota speziata, possiede
una buona struttura con una netta sensazione di potenza e un sapore morbido,
vellutato, armonico ed equilibrato. Non porta più il nome di Castel
monte Petrino, ma in compenso è diventato un vino emblematico,
perchè si è fatto finalmente conoscere e piace davvero a
tutti, sia a quelli che ne apprezzano le doti fruttate, per cui è
meglio coglierlo nei suoi primi cinque, sette anni di vita, sia a quelli
che si inebriano della ricca complessità, che emerge dopo otto,
dieci anni.
Mi ha scioccato invece la grande resistenza al logorio del
tempo, che non ne migliora le qualità organolettiche ma ne sublima
gli aromi e ne affina il gusto in confettura, forse perchè è
figlio della sabbia ed ama il mare, al punto che le radici di alcune vecchie
viti sono state trovate sul litorale perfino a più di cento metri
di distanza dal vigneto, che sono veramente tanti. Sapevo che il nonno
Luigi era un grandissimo pioniere, ma non posso fare altro che complimentarmi
con Michele, che considero uno dei miei miti con Giorgio Grai e i fratelli
Triacca, cioè con il padre dal polso di acciaio del più
famoso enologo campano (buon vino fa buon sangue e buon sangue non mente),
il prof. Luigi Moio, docente di enologia all'Università di Napoli,
nonché con tutta l'azienda Moio per quel grande amore e rispetto
per la tradizione che si sentono in questo vino e che ne fanno certamente
non un'azzeccata operazione commerciale, forse non una leggenda, ma sicuramente
un pegno d'amore per questa terra e per la gente del profondo Sud. Honni
soit qui mal y pense.
20 febbraio 2004
|