Vino, territorio e cultura: il piacevole percorso dei giovanissimi

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Vino, territorio e cultura: il piacevole percorso dei giovanissimi
di Mario Crosta

Il nostro Paese è frequentato da molti stranieri che vengono in Italia attirati dal sole, dal mare e dal patrimonio artistico ed archeologico, scoprendo fra le tante nostre ricchezze anche uno stile di vita completamente diverso dal loro e le squisitezze della nostra cucina e della gastronomia. Prima di venire in Italia, però, molti di loro conoscono poco i nostri vini a causa dei prezzi troppo elevati rispetto alle loro bevande abituali, sia di quelli in vendita nelle enoteche, sia di quelli offerti dai ristoranti con cucina italiana, e scoprono quindi il buon vino a margine del turismo culturale, niente di più semplice. In questo caso è il territorio che fa la promozione. Ma esiste anche un percorso al contrario, quello che è più abituale per noi, dov’è il vino a fare da ambasciatore del territorio. Quando da bambini non si beve vino a tavola, perchè i genitori lo considerano una bevanda per adulti oppure perchè il gusto non è gradito, la voglia di scoprire il mondo, che è naturale per le menti aperte degli adolescenti, fa scattare una molla. A volte in direzioni sbagliate, come quella del fumo, dei superalcoolici e delle droghe, che non hanno nessun rapporto con il territorio e la sua cultura. Spesso, invece, ad aprire la porta al futuro è il buon vino.

Nella mia adolescenza studiavo a Novara e frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale. Sul finire della scuola dell’obbligo è molto difficile per un ragazzo scegliere la strada giusta e questa mi venne scelta dal nonno, convinto che mi sarebbe piaciuta. In effetti i voti erano molto alti e avevo avuto la fortuna di trovare degli ottimi insegnanti che sapevano adoperare le chiavi giuste per educare gli allievi. Nei fine settimana non ci appesantivano di compiti e potevamo quindi svagarci un po’ in bicicletta, in motorino, in moto, nelle vicinanze. A sud e ad ovest, c’erano solo risaie. Il lago Maggiore, con tutte le sue luci, non era alla portata delle nostre tasche. La grande metropoli di Milano non invitava certo alle gite. Perciò, con quei pochi soldi che si mettevano in comune in base a regole non scritte che soltanto i ragazzi sanno inventare, si prendeva la strada della Valsesia e si arrivava fin dove gli spiccioli lo consentivano. In autunno a funghi, a cominciare dai porcini delle baragge o dai chiodini dei fossi, ma in primavera o in estate si andava a rane. La Trattoria del Ponte a Proh, c’era quasi quarant’anni fa e c’è ancora adesso, era la tappa d’obbligo. Le rane finivano infarinate nell’olio bollente e arrivavano in tavola nell’allegria. Cosa volete berci, ragazzi, la Coca Cola? Un po’ ridendo e un po’ scherzando, qualche avventore anziano ci proponeva il vino bianco del posto, un bianco leggero, profumato, fresco: Greco o Erbaluce. Quando in qualche circolo trovavamo dei salumi sopraffini, meglio un rosso, sempre del posto, che sapeva pulire la bocca e migliorare il gusto del cibo: Spanna, Vespolina, Bonarda, Caramino.

Cominciavano a piacerci sempre di più sia le pietanze che quei vini e perciò appena si poteva facevamo sempre una scappatina in quel di Briona. E finito di mangiare e di bere, tutti in fila ad innaffiare l’erba da qualche parte. Ma non c’erano molti posti dove poter dare qualche calcio alla palla in mezzo a quelle risaie o sulle rive del Sesia, invece durante il pranzo qualche saggio ci consigliava di andare a vedere un castello, una cascina, un’antica pieve, insomma ci faceva da guida turistica, non costava niente, e così scoprivamo il territorio e tutti i suoi angoli più belli. Ma anche delle persone interessanti, un consigliere comunale, un sindaco, un parroco, gente che ci raccontava la storia delle località e dei monumenti. Era come vivere in una favola, su un altro mondo. Queste campagne brulicavano di gente generosa, sorridente, semplice, ma tanto simpatica e che incuriosiva la nostra sete di sapere, arricchendo così il nostro bagaglio culturale, ampliandoci gli orizzonti e aiutandoci a trovare una strada nella vita. Questa piccola culla è stata molto utile a Bandi, Barello, Bellini, Bezzi, Cameroni, Caucia, Casazza, Chiona, Crosta, De Magistri, Grosso, Mario, Negri, Oltrabella, Roccio, Sigismondi, Sguazzini e Villa (trentacinque anni fa, ma l’appello lo ricordo ancora a memoria), quindi ve la propongo, perchè la scoperta è un piacere che non ha prezzo. Questo piccolo mondo agricolo aveva una storia favolosa, da non crederci, che risale nei millenni, ed è anche ricco di bellezze (e non solo naturali) nascoste.

Nella frazione di San Bernardino di Briona è affiorata una necropoli con numerosi reperti archeologici (corredi funerari, ceramiche, bronzi, ferri) che documentano la presenza di un insediamento umano appartenente alla cultura preistorica di Golasecca. Il territorio di Briona e delle sue frazioni venne prescelto, infatti, sin dai tempi più antichi per l’insediamento umano. Nella zona collinare altre ricerche archeologiche hanno evidenziato una grande disponibilità di selce di buona qualità e la presenza di numerose officine litiche. Ovunque ci sono delle tracce significative di scambi e di grande vitalità, per esempio sono stati rinvenuti dei bellissimi elmi in bronzo di produzione vicina a quella etrusca. Notevole è la stele lapidea trovata nel 1859, che reca un’iscrizione in caratteri nord etruschi o lepontici (ora al Museo Lapidario della Canonica di Novara). Vi si leggono i nomi di alcuni personaggi (Andokobokios, Setubokios, Esandekotios, Anarevisios, Tanotalos e Kvitos Lekatos) accanto alla raffigurazione stilizzata di quattro ruote raggiate. Non è certa la destinazione della stele: votiva, sepolcrale o, più probabilmente, commemorativa di un’opera pubblica. Si tratta in ogni caso di una delle rare iscrizioni galliche del nord Italia, databile (pare) al I secolo avanti Cristo.

Celtica è sicuramente l’origine del nome stesso di Briona: forse da Breòn o da Brigodunum, che significa luogo fortificato in alto, o rocca dell’altura (briga significa altura e dunum fortezza). In epoca romana questa zona fu interessata da diversi insediamenti agrari che in epoca feudale assunsero le caratteristiche di castello fortificato. È del 955 il primo documento scritto in cui si cita il nome di Briona, che nel secolo successivo apparteneva ai conti di Biandrate, anche se i canonici di San Gaudenzio di Novara vi accampavano dei diritti signorili. Nel 1140 fu al centro di una disputa tra il Conte Guido di Biandrate e l’imperatore Corrado III che confermerà poi i diritti feudali al potente signore di Novara.

Un Opizzone di Briona fu presente a Costanza nel 1183 a rappresentare il comune di Novara che riceveva dal Barbarossa la legittimazione della propria esistenza. II villaggio, oggetto del saccheggio degli inglesi al soldo del marchese del Monferrato nel 1363, venne conteso nel 1356 con gian Galeazzo Visconti e nel 1449 fu infeudato da Francesco Sforza ai Tornielli, che eressero a fine secolo la rocca che ancora si ammira alle pendici della collina. Nel 1495 subì un altro assedio ad opera di Ludovico il Moro a causa della politica filofrancese dei feudatari e con l’avvento dei Visconti di Milano il territorio divenne dominio di quella città. Ai Tornelli si affiancarono come proprietari terrieri i Caccia, alla cui famiglia appartenne il famigerato Giovanni Battista detto Caccetta, giustiziato a Milano nel 1609 per i molti ed efferati delitti commessi, ma soprattutto per l’aperta professione di fedeltà politica ai Savoia. Il castello venne tenuto con titolo comitale dai Tornielli fino al 1739, poi fu venduto ai Castellani di Borgosesia ed in seguito passò ai Dal Pozzo di Annone e nel 1864 ai Solaroli. ll barone e generale d’armata Paolo Solaroli, che venne insignito nel 1867 da Vittorio Emanuele II del titolo di marchese di Briona, radunò nel castello un’importante collezione di armi e di oggetti orientali raccolti durante la sua permanenza in India. All’interno della rocca il cortile centrale è ricavato al di sopra di un vasto ambiente al piano terreno coperto da volte a crociera che partono da un pilastro centrale. II monumento più antico di Briona è la chiesa di Sant’Alessandro, nel cimitero, antica parrocchiale fondata nell’XI secolo, ricostruita in parte nel XII secolo e che conserva affreschi dei secoli XIII e XV. Degno di nota è soprattutto il fianco esterno meridionale, per gli effetti di colore delle murature creati da ciottoli di fiume a spina di pesce alternati a filari di cotto disposti in modo regolare. La parrocchiale attuale, dedicata a Santa Maria della Neve, è un edificio quattrocentesco in stile gotico a una navata con cappelle laterali, tra cui una con pregevoli stucchi del Cinquecento. Il piccolo oratorio di San Bernardo alla Mora custodisce affreschi della seconda metà del Quattrocento di scuola novarese.

Dalla via principale del paese, su cui si affacciano case basse ed ampie corti, si diramano numerosi itinerari collinari verso le vigne da cui nascono i generosi vini rossi Caramino, Bonarda e Nebbiolo delle Colline Novaresi e verso boschi ricchi di fauna e uccelli, in cui è diffusa anche l’apicoltura. La più importante è quella chiamata strada lunga o delle Carrà, ma ce ne sono anche altre tra risaie, campi di mais e zone di brughiera, dove sorgono numerose cascine: San Martino, Borghignona, Grande, Dei Prati, Agnelle, Cella Nuova e Vecchia, Pierina, Vespolina, Delle Coste e Dardanona.

Nei dintorni di Briona la frazione a me più cara è quella di Proh, l’antica Petrorzum o Petrurium (un sito petrorio, cioè un luogo sassoso), una località di una certa importanza citata per la prima volta nel 949 come Capus Plebis. Nel 1140 venne concessa in feudo da Corrado III di Svevia ai Conti di Biandrate che probabilmente furono i primi costruttori del fortilizio posto sull’altura ancora oggi chiamata Castellaccio, dove si trovano la piccola e antica parrocchiale di San Silvestro, del quattrocento con rimaneggiamenti barocchi (ora in cattive condizioni di statica) e i resti della cinta interna e della torre del fortilizio. Il castello quattrocentesco, con camminamenti e merlature, munito di torrioni circolari e della torretta superstite sopra la pusterla pedonale, appartenuto ai Caccia e poi ai Cattaneo di Cavaglietto, costituiva dal 1362 il primo serio baluardo difensivo sulla strada che da Novara saliva verso la Valsesia. Fu distrutto, come molti altri, durante la guerra tra i Visconti di Milano e il Marchese del Monferrato. Il luogo passò poi sotto il controllo dei Caccia di Mandello Vitta e infine dei Cattaneo di Cavaglietto fino agli inizi dell’Ottocento. A poca distanza, ad Est della provinciale che da Proh conduce al Comune di Barengo, sul tracciato di una via che univa Proh a Camodeia (Castellazzo Novarese) sussistono presso la cascina Cella Vecchia i resti della chiesa monastica di Santa Maria della Cella, del secolo XII, un piccolo monastero benedettino dipendente anticamente dall’abbazia di San Silano di Romagnano Sesia. Poi c’è la Pieve di Proh (sec. XII), una fra le più antiche del Novarese, documentata nel 949 e funzionante fino al 1132, quando le prerogative pievane furono trasferite nella vicina Camodeia (l’attuale Castellazzo Novarese). Con una certa probabilità i territori di pertinenza coincidevano con Briona, Castellazzo Novarese, San Martino (l’antica Orre, scomparsa nel Trecento), San Bernardino, Barengo, Agnellengo, Mandello Vitta e tutta l’area fino a Sillavengo compreso.

Ho scoperto ed amato in questo posto la storia e la gente, grazie al buon vino di queste parti, ed auguro a tanti giovani di oggi di fare altrettanto: vino, territorio e cultura: davvero inscindibili.

Nella prima foto: il Castello di Priona
Nella terza e quarta foto: il Castello di Proh

7 luglio 2004

   

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