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Vino, territorio e cultura:
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Le nuove annate di Langa e Roero: Alba
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Sicilia en primeur, vetrina
del vino siciliano
I falsi non si distinguono dai veri
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nella tradizione
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Bei ricordi: Gaurano
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Le quattro stelle del vino toscano,
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Pubblichiamo in
anteprima un articolo di Luigi Veronelli che apparirà sul prossimo
numero di Veronelli Ex-Vinis
I falsi non si distinguono
dai veri
di Luigi Veronelli
I falsi oli d'oliva sono venduti dalle multinazionali straniere soprattutto
e italiane che, attraverso lavori in raffinerie (dovrebbero essere usate
solo per il petrolio) abbassano i parametri chimici degli oli lampanti
e degli altri oli vegetali acquisiti sino a renderli omologabili all'extravergine.
Di olio d'oliva dovrebbe essercene uno solo, sempre e solo vergine, con
l'eliminazione dei demi-vierge (ne ridono in tutto il mondo). Gli oli
lampanti (che dovrebbero servire per l'illuminazione di lampade contadine)
e gli oli vegetali vengono da tutto l'arco mediterraneo.
Dopo la "raffinazione" sono incolori, inodori e insapori. La
legge italiana consente l'aggiunta di una percentuale (senza stabilirla;
anche una goccia in una cisterna) per autorizzare la qualifica di olio
d'oliva - con acidità 0,5 - di gran lunga inferiore al valore fissato
per legge a cui deve corrispondere un olio extravergine (0.8). A questo
punto solo i documenti cartacei ne attestano la tipologia.
La trasmissione Report di Milena Gabanelli, andata in onda domenica 10
marzo 2002 su Rai Tre, dimostra con allucinante chiarezza, attraverso
un serrato interrogatorio di responsabili, quanto sopra. L'episodio più
clamoroso, riportato dalla trasmissione stessa, si riferisce all'indagine
in corso da parte della Procura di Bari, resa nota dal P.M. Domenico Seccia,
riguardo una nave-cisterna di provenienza turca che ha scaricato, soprattutto
nel porto di Monopoli, olio di nocciola chimico, che, raffinato, è
stato immesso sul mercato come olio d'oliva. Due anni dopo, della nave-cisterna
risultata irregolare alle analisi della Procura non è rimasta alcuna
traccia. E' una nave fantasma.
Secondo il Capo della Capitaneria di Monopoli, insediatosi per misteriosa
coincidenza subito dopo la messa in onda del servizio, non è mai
esistita. Chiederò alla Procura dove è stato scaricato quel
falso olio d'oliva e a che punto sia l'indagine. Il P.M. Domenico Seccia,
a suo tempo - di fronte alla telecamera - ha allargato le braccia e detto
di non poter far nulla, fin a che non gli saranno fatti pervenire gli
atti originali del porto turco dove quell'olio fu caricato come olio di
nocciola e del porto greco in cui la nave ha fatto sosta e da cui è
ripartita - magia delle carte - con i documenti recanti il nome di olio
di oliva. Ti ripeto alcune sue esatte parole: «È un problema
di gravissima portata che indubbiamente condizionerà l'esito del
corso dei processi e soprattutto nel contrasto dei fenomeni transnazionali».
È nella reale impossibilità, a causa della legge sulle rogatorie.
Quasi certo, con la chiusura di molti occhi, il carico è finito
nella Raffineria di Monopoli, un colosso che, appunto, mescola, rettifica
e distribuisce olio non olio alle multinazionali. Oli di questo tipo costituiscono
l'80% dell'olio consumato in Italia, li si ritrovano quindi, sotto diversi
marchi, in tutti i supermercati. Infatti, come ha affermato Luana L. Imperiale
del Lab. Finoliva Global Service :«Sono problemi omai riscontrati
(...) se non ci sono metodiche che ci permettono di dire che quell'olio
è esattamente così, nessuno si può esprimere ufficialmente
nel dirlo»
Due anni dopo la trasmissione di Report abbiamo voluto verificare: i giovani
amici di Assud, associazione che si batte per i prodotti della sua terra
(Monopoli, sul mare, è circondata da centinaia e centinaia di ettari
di oliveti plurisecolari) mi avevano informato che gli scarichi di oli
diretti alla Raffineria di Monopoli continuano a ritmo sempre più
crescente. Il 2 febbraio ho celebrato i miei 78 anni, appunto, con il
blocco del porto. Era con me tutta la gente, comprese le forze dell'ordine:
i poliziotti, i carabinieri e le guardie di finanza, interessate (era
ora) le autorità. Solo contraria la proprietà del porto.
Ciò al mattino, nel pomeriggio un ampio dibattito sui problemi
della povertà contadina in un luogo in cui dovrebbe essere - non
benessere - ricchezza. Si tratta certo di truffa cui partecipano Unilever,
Monsanto, Nestlé, altri ancora con i relativi marchi Bertolli,
Carapelli, Olio Sasso, Carli, etc.
Sottolineo, la truffa è resa ancora peggiore da che l'olio è
venduto come italiano. Sono stato querelato - purtroppo, ripeto purtroppo
- solo da un produttore di olio, medio, Grappolini: i giudici mi hanno
assolto perché tutti i dati da me esibiti sono risultati veritieri
e quindi «il fatto non costituisce reato».
L.V.
2 marzo 2004
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