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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
L'interiorità del vino: un incontro con Teobaldo Cappellano

di Paolo Rossi

Arrivo al suo tavolo in serata, quando il grosso del pubblico è ormai passato, e nella sala i vignaioli cominciano a tirare una boccata d’aria, si scambiano battute e bicchieri, e l’atmosfera si fa più rilassata. Teobaldo Cappellano è accanto ai suoi vini, si osserva intorno; è il momento giusto per farsi avanti, per conoscere questo personaggio. Dei suoi Barolo – in degustazione c’era il Barolo Gabutti Rupestris 1999 e il Barolo Gabutti Franco 2000, oltre al Barolo Chinato – il primo è prodotto, come tutti i normali vini in commercio, da viti innestate con portainnesti di vitis rupestris. Il secondo è invece prodotto a partire da piante di vite europea non innestate, o come si dice in gergo, su piede franco, e quindi, in pratica, indifese di fronte al rischio della fillossera.

È visibilmente provato, dopo una giornata intera in piedi a raccontare i suoi vini; mi versa nel bicchiere i suoi prodotti e mi chiede, quasi scusandosi:
-Non si offende se mi siedo un attimo qua... è stata una giornata intensa...
Figuriamoci. Intanto mi astraggo un po’ e tento di capire quello che ho nel bicchiere.... la differenza tra i due vini è enorme, la cosa comincia a farsi interessante.
-Lei produce Barolo da vite a piede franco... in Italia sono pochissime le vigne che hanno resistito all’epidemia di fillossera... lei ha ereditato una di quelle vigne antichissime, o...
-No, in realtà – ed è già subito in piedi, subito grintoso – la vigna franca l’ho piantata io, per mia volontà. Non si può immaginare quanti sforzi per capire il vecchio metodo, quanti libri ho dovuto cercare.

Qualcuno lo interrompe con una domanda:
-Non teme la fillossera?
Non risponde a parole, ma la sua espressione è bellissima: allarga le braccia, e il suo sguardo fa capire che la passione non può che farlo rischiare, pur di produrre quel vino.
Poi depone l’arma del silenzio, e parte con una bordata forte e chiara:
-Fate attenzione: chi vi ha detto che l’innesto è il rimedio alla fillossera? Siamo proprio sicuri che l’innesto sia senza colpe, che addirittura l’innesto non sia causa della fillossera?
Gli astanti sbigottiscono.

Seconda bordata, ancora più forte:
-Facciamo due conti: la pratica dell’innesto con vitis rupestris è stata introdotta in Europa a partire dal 1850. La fillossera ha cominciato a devastare vigneti a partire dal 1880. A furia di innestare si è importata la fillossera, ecco dov’è il problema.
Un interlocutore (già, mi rendo conto che si è creato un piccolo capannello qua intorno) incalza:
-Ma allora perché è stata introdotta la pratica dell’innesto?
Sorride sornione, poi terza bordata:
-Sapete quanto produce una vite di nebbiolo franco? La metà di una innestata. Sapete quanta cura in più richiede? Vi lascio immaginare. È un fattore economico che ha spinto all’introduzione dell’innesto, nient’altro. Ma è nella qualità del vino che vengono fuori le differenze...
Poi si volta verso di me e mi dice, tra il serio e l’ironico:
-Ma queste cose non le scriva... meglio che non si sappia in giro...
Poi la sua espressione si rasserena, e passa alla pars construens, e mi piacerebbe poter ricordare a lungo questa sua frase:
-Noi non facciamo niente di nuovo. Non c’è niente, di quello che facciamo nel mondo del vino, che non sia stato già fatto migliaia di anni fa, ad Oriente. Non abbiamo inventato nulla. E questo dovrebbe farci capire che la nostra cultura non è per niente al centro del mondo.

Teobaldo Cappellano è estremo ma coerente, forte ma dolcissimo. Verrebbe voglia di stare ore e ore a parlare con lui. Non sono un degustatore professionista, non posso certo descrivere analiticamente i vini di Cappellano; di fronte a differenze così nette posso però dire due cose: il Barolo Rupestris 99 è il classico Barolo tradizionale, buono, forte, sincero; il Franco 2000 colpisce invece, fin da subito, per la sensazione di profondità che innesca. È un incontro parimenti sensitivo e mentale: stupisce per la quantità di evocazioni che riesce a dare, per la dote di solleticare una sensazione di interiorità, per la sua profondità. Corpo e anima, quindi, e mi scuso per l’impossibilità di usare parole più chiare. Il bello è che di questo vino (dimenticavo, ottenuto da una singola varietà del nebbiolo, la michet) non si sentirà parlare molto: Cappellano rifiuta in toto il sistema delle valutazioni, e non compare su nessuna guida ai vini d’Italia.

Mi resterebbe da parlare del Barolo Chinato, anche questo un autentico capolavoro allo stesso tempo sensoriale e intellettivo, un monumento all’interiorità del vino che si fa pensiero... E del figlio di Teobaldo, giovane ingegnere ritornato alla vigna, gentile e ospitale, anch’egli portatore di valori che dal vino si estendono e spaziano oltre...

Permettete che chiuda con un’ultima frase di Teobaldo Cappellano, una frase che mi ha detto all’inizio della conversazione, troppo bella per non calarla alla fine, come sfondo serio-ironico di una chiacchierata piacevolissima, e di una assaggio di vini altrettanto piacevole.“Se c’è una cosa che mi fa arrabbiare, sono gli sputatori di vino. Quelli che vengono ad assaggiare il tuo vino, se lo girano un po’ in bocca e poi te lo sputano davanti. Ma come, io mi sono fatto un culo così per farlo, e quelli me lo sputano davanti! Io faccio il vino per chi lo beve, non per chi lo sputa."

Nella seconda foto: Cappellano con Beppe Rinaldi ed Elio Altare

13 giugno 2005

 
 
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