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| Il Mànfano della Pieve: l'esperienza di
tornare a fare un vino contadino
[Mànfano è un termine che in toscano significa (tra le altre cose) il buco della botte.] Per parlare dell'origine del Mànfano della Pieve devo tornare al 2001: in quell'inizio d'anno finalmente mi laureai in lettere, iniziai un breve periodo di lavoro in un agriturismo a Lucca, mi feci grosse domande su cosa avrei voluto fare da grande. Contemporaneamente un mio amico ricevette in eredità una bella gatta da pelare: un podere con vigna in quel della Pieve di Camaiore. Camaiore, nell'entroterra della Versilia, produce olio, non vino buono. Ogni contadino ha un orto con vignetta: guai a non averne. Ma il vino... Alle volte acido, alle volte pulito ma inconsistente, alle volte sa di spunto... Tutti lo sanno, e la prendono con filosofia: a Camaiore il vino buono viene un anno sì e cinque no. Pazienza. Ma la vigna della Pieve, la vigna del Grillo, quella, nella memoria dei vecchi, produceva il vino più forte, che spuntava bei prezzi, nella vendita a damigiana. Da anni avevo partecipato alle vendemmie della vigna della Pieve: i parenti del mio amico trasformavano la raccolta dell'uva in una festa: per i bambini c'era la nutella e le torte della nonna e delle zie, per i ragazzi c'erano... le ragazze, per i grandi c'era il vino buono e i pettegolezzi... E tutti davamo una mano. «Ho paura che questa sia l'ultima vendemmia...» diceva una parente del mio amico, invariabilmente, ogni anno, ma noi non ci credevamo più; era solo un intercalare. «L'impegno ètroppo, non ce la facciamo più a seguirla, e la vigna deperisce... ci sarà da vendere» E invece il mio amico si accollò la vigna. Mi chiese di aiutarlo a rimetterla a posto. Accettai.
I contadini delle vigne accanto ci furono d'aiuto e di sprone: d'aiuto perché ci insegnarono a potare e a legare i tralci, a fare i trattamenti col ramato, a darci la tempistica degli interventi, a raccontarci trucchi del mestiere; di sprone perché almeno una volta al giorno ci dicevano (non so se per scherzo o per davvero) che non ce l'avremmo fatta, che se sei uno studente non puoi essere anche un contadino per gestire una vigna di un ettaro e passa... Io ascoltavo tutte le campane; prendevo quello che mi sembrava buono, ma facevo di testa mia quando i metodi dei vecchi contadini mi sembravano andare in direzioni differenti da quello che volevo. Il mio amico, devo dirlo, era astemio. Quindi per lui coltivare vino significava poi vendere vino. Io non sono astemio. E questa è una certezza incrollabile. Quindi volevo fare un vino come me lo ero da sempre immaginato. E venne la prima vendemmia: 2001, grande stagione. Vinificammo in quel che avevamo: due enormi tini lucchesi in castagno, che cedettero un bel po' di tannini ruvidi. Bel vino; per l'occasione comprammo barriques (di terzo-quarto passaggio) per il rosso. Per il bianco un miracolo volle che la botte di castagno paraffinato di terza mano che avevamo acquistato avesse una grossa falla: mettemmo tutto in damigiana, e ci salvammo così dai tannini e dal sentore di paraffina stantìa. A marzo togliemmo il rosso dalle barriques: bel colore rubino chiaro, bei profumi austeri. Iniziammo a vendere il nostro vino agli amici. E chiamammo il vino Mànfano della Pieve. Il nome si era imposto di prepotenza su quelli proposti: aveva tipicità locale, un tocco di inusuale, e i significati secondari del temine (fateveli spiegare da un toscanaccio, se non li conoscete) mettevano nella parola il giusto pepe. Annata 2002: tanta acqua e grappoli attaccati dalle muffe. Non si potevano fare miracoli: bianco acidulo, non terribile ma neanche eccezionale, rosso assai problematico: una barrique andò in perdizione, visto che non avevamo strumenti per una pulizia accurata, e ci diede vino acetoso: perdemmo tutti i clienti che comprarono il vino venuto da lì. Decisi che l'anno successivo, in mancanza di strumenti, avremmo lasciato perdere le barriques e avremmo messo tutto in vetro.
Potai e legai poco, in quel 2003. Avevo deciso di chiudere l'avventura, di iniziare un lungo distacco. Seguii in ogni caso i trattamenti estivi (giugno-luglio-agosto). E venne anche la grande grandinata di luglio. Fu tremendo. Arrivai a Camaiore da Milano a tarda sera, e c'erano ancora i mucchi di ghiaccio ai bordi delle strade. Faceva freddo. Al mattino corsi alla Pieve: mi caddero le braccia. Più della metà dell'uva distrutta, il resto ammaccato, le piante come se fossero state bastonate. Continuai a seguire la vigna quasi per ripicca, per sfida. E poi, visto che nessuno comprava, mi ributtai a capofitto in agosto e settembre per preparare la vendemmia, l'ultima. Con tutto quel caldo, i chicchi troppo ammaccati si asciugavano e si seccavano senza marcire, quelli scalfiti si rimarginavano e maturavano, pioggia neanche l'ombra, produzione dimezzata... stai a vedere che quest'anno ci scappa il vinone, mi dicevo. L'arsura ha fatto grossi danni nel 2003, ma da noi un po' meno; Camaiore è più fresca e piovosa rispetto alla media toscana; il mare ha mitigato un po' il caldo, e quel poco di riserve idriche residue sono bastate. Togliere a mano i chicchi secchi non era possibile; mi dedicai invece a decespugliare e pulire quanto possibile fra i filari. Volevo che la vendemmia fosse da ricordare.
Poi passiamo all'uva rossa. Che vuol dire sangiovese in prevalenza, un bellissimo sangiovese da viti di 40-50 anni, pochissimo produttive. Ma vuol dire anche il buonamico, un vitigno lucchese assai produttivo, che dà poco colore ma profumi fruttati freschi, e poi chissà quali altri vitigni, forse merlot, forse barbera.... saperli riconoscere! Una cifra notevole di questa vigna è comunque il criterio di chi l'ha fatta, ed è quasi incredibile da constatare: la stragrande maggioranza dei portainnesti è a bassa vigoria, sembrerebbe che fosse stata pensata allora coi criteri di oggi... meno quantità e più qualità. Basta guardare le vigne confinanti per vedere le differenza d'impostazione, radicalmente opposta. Diraspiamo e indirizziamo mosto e bucce nell'altro tino di castagno: lì il vino fermenterà per otto giorni, con due rimontaggi giornalieri. Verso le due possiamo finalmente pranzare: ed appaiono sulla vecchia tavola sotto i pini le pastasciutte, i salami, i biroldi, le soppressate, i fiaschi dell'anno precedente, le risate, le battute, l'immancabile nutella, le torte, i grappini...
E così, a buio inoltrato, riusciamo a finire di pressare, laviamo e riassettiamo tutto. Siamo morti di stanchezza, ma l'uva è nei tini. Bollirà per sette-otto giorni, con due rimontaggi al giorno («e che siano puntuali ogni dodici ore – dicono i vecchi contadini – altrimenti il cappello piglia d'aceto!»).
E così il rosso comincia a riposare, mentre il bianco continua a fermentare. Fermenterà a lungo, per tre, forse quattro settimane dalla svinatura, all'interno delle damigiane. Probabilmente parte anche la fermentazione malolattica. Due travasi a luna calante: primo a novembre, e secondo a marzo. Durante il secondo travaso, mentre io e mio padre siamo intenti al lavoro, passano a visitare la vigna due possibili compratori, una coppia di stranieri. Parlano inglese. Li invito ad assaggiare il vino, e intanto osservo i loro occhi, il loro modo di guardare la vigna. Mi stanno simpatici. Speriamo bene. L'affare poi va in porto alcuni mesi più tardi: i due compreranno la vigna. Galeotto fu il bicchiere di Mànfano? Io e il mio amico ci spartiamo il vino; adesso sappiamo che è veramente finita l'avventura della Pieve. Lui potrà comprarsi casa, io... compro un bel po' di bottiglie nuove e imbottiglio con cura il Mànfano 2003, l'ultimo di una bella storia. Una amica grafica mi fa due belle etichette.
EPILOGO A SORPRESA A settembre abbiamo fatto anche la vendemmia del Mànfano
2004! Ebbene sì: continuo a collaborare coi nuovi proprietari
della vigna della Pieve. Hanno intenzione di ristrutturare la cascina,
e di risistemare la vigna. In cambio - naturalmente - di alcune damigiane
di vino, li assisto dal punto di vista tecnico per quel che concerne
la vinificazione e la progettazione dei nuovi interventi da fare. E
così pochi giorni fa abbiamo fatto il travaso del Mànfano
2004! Ma la cosa più importante, è che per la prima volta
dopo non so quanti decenni, sono state ripiantate nuove barbatelle (di
sangiovese, naturalmente!). Vedremo poi come attecchiranno; l'importante
è essere ripartiti. Per il resto, et lo rimanente ve lo dìo
dal mànfano. 31 gennaio 2005 | ||
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