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I titoli
Vigneti,
ecco i risarcimenti.
Finanziamenti dal ministero dopo le gelate dello scorso
aprile
CHIANTI - Le gelate fuori ordinanza
della scorsa Pasqua nel Chianti, che danneggiarono vigneti e piante da frutto
(con comparsa di neve sui 400 metri e temperature notturne fino a –7), sono
stati "eventi calamitosi" di "carattere eccezionale". Il riconoscimento
ufficiale, giunto da Roma, apre le porte al risarcimento danni. Il decreto
reca la firma del ministro delle politiche agricole e forestali Alemanno.
Nel dettaglio, in seguito alle richieste a suo tempo avanzate dalla Regione
Toscana, dovranno arrivare le provvidenze del Fondo di solidarietà
nazionale. Il regolare andamento climatico dopo le gelate di aprile ha fatto
sì che i vigneti non danneggiati abbiano dato luogo ad uve eccellenti.
La quantità non è elevata proprio a causa del ghiaccio fuori
stagione, ma la qualità non dovrebbe tradire le attese. Il Consorzio
del Chianti Classico già da tempo ha attivato – regolarmente distribuite
nella zona di produzione – dieci centraline meteo che elaborano i dati pluviometrici,
di pressione e di temperatura, e li inviano in tempo reale a un potente
computer presso la sede che di ora in ora realizza il quadro completo della
situazione nel Chianti. Di modo da poter operare sulle viti in maniera tempestiva.
Sotto osservazione anche gli olivi, specie ora che è in vigore anche
per l'olio la Dop "Chianti Classico".
Andrea Ciappi
(La Nazione, 7/10/2001)
Tachis,
il re del vino
ENRICO DEL MERCATO
GIACOMO Tachis è un marinaio.
Nonostante sia nato in provincia di Torino: mais a perdita d'occhio,
il mare che è solo un'illusione lontana. E il sole che è
un lampo al parabris (come canta Paolo Conte). Il re degli enologi
italiani, l'uomo che ha inventato il Sassicaia, naviga sull'oceano
del vino con lo stesso misto di amore e di timoroso rispetto che i
marinai portano verso il mare. Ne beve pochissimo, spesso lo "taglia"
con l'acqua («nessuno scandalo ognuno nel suo bicchiere fa quel
che gli pare») e, volentieri al bar ordina una birra. Eppure
lui, Giacomo Tachis, è il vino. Un po' alchimista e un po'
scienziato. Sicuro conoscitore della chimica e curioso viaggiatore
per i sentieri della storia e della letteratura. Soprattutto, innamorato
del Sud e della Sicilia. Lo disse al marchese Antinori - quando dopo
30 anni di servizio nella sua azienda - si mise in pensione: «Da
oggi, se lavorerò lo farò da Roma in giù».
E così è stato. Sostanziosa parte del boom del vino
siciliano gli esperti lo ascrivono alle consulenze, agli studi, alle
sperimentazioni di questo Re Mida del vino. Ha fatto da consulente
all'Istituto regionale della vite e del vino, alla Corvo, a produttori
emergenti che ha lanciato nel salotto buono del vino, incrociando
vitigni, carezzando botti, anche disegnando le etichette e inventando
i nomi da dare alle bottiglie.
Adesso, mentre viaggia verso Marsala e fuori dal finestrino scorrono
ordinati filari di viti e la miracolosa vista delle saline, il più
famoso degli enologi italiani ricorda: «Dovevo venire in Sicilia
nel '64 per il mio viaggio di nozze. Dovetti rinunciare per motivi
di lavoro. Poi, all'inizio degli anni '90 mi telefonò Diego
Planeta che allora era il presidente dell'istituto regionale vite
e vino e mi chiese se potevo fare da consulente. Risposi che lavoravo
per Antinori e lui replicò: io la chiamerò ogni tre
mesi. E così fece, fino a quando, andato in pensione, accettai
l'invito». Da allora, non ha smesso di venire in Sicilia. Se
non altro perché qui c'è tutto quello che lui ritiene
essenziale per fare un gran vino: «Se qualcosa di grande nascerà
in Italia nei prossimi anni nascerà qui. E nascerà dal
Nero d'Avola. Ma lei se lo immagina? Qui la vite si coltivava già
mille anni fa. Pensi che la zona del Chianti è da questo punto
di vista un infante». È quello che i francesi chiamano il terroir:
quell'impasto di tradizioni, di cultura, di trasmissione delle conoscenze
contadine che si condensano poi nelle zolle coltivate a vite. Già,
la Francia. Suggestione che si tramanda di generazione in generazione.
Anche Giacomo Tachis ne rimase vittima. Lui aveva scelto di iscriversi
alla scuola di enologia di Alba anche perché un suo zio era
direttore della Martini & Rossi a Parigi e gli aveva promesso che
lo avrebbe fatto assumere lì. Poi, quella promessa non venne
mantenuta, ma Tachis aveva già preso sottobraccio il suo destino.
Il vino, quello però, era ancora una cosa lontana, un gusto
appena suggerito dall'uva fragola che il padre lasciava crescere sul
pergolato di casa. «Io a quel tempo ero interessato a studiare
la distillazione e infatti lavoravo a Bologna: bella città,
cultura, buon mangiare, splendide donne...». Figuratevi quanta
voglia aveva l'allora giovane Tachis di lasciare questo paradiso dei
gaudenti. Quando gli proposero un posto da enologo alla Ricasoli,
lui storse il naso davanti alla sede dell'azienda «in mezzo
ai boschi, lontanissima da Firenze». Quando - subito dopo -
analoga offerta di lavoro gli arrivò da Antinori, si convinse
perché le terre dei marchesi guardano da vicino Firenze. Così,
l'uomo che arrivava dal Piemonte contadino cominciò a lavorare
per i nobili. Ne avrebbe conosciuti tanti di nobili vignaiuoli negli
anni a venire: in Toscana e in Sicilia: «Che differenze ho trovato
tra i nobili toscani e quelli siciliani impegnati a fare vino? I toscani
sono più abituati a viaggiare, a commerciare, a conoscere altre
cose, altri posti» L'incontro fatale è quello col marchese
Incisa della Rocchetta che aveva deciso di divertirsi un po' (magari
anche per confrontarsi con i suoi amici, i Rotschild) con del Cabernet
della sua vigna. È il 1968, Antinori chiede a Tachis di andare a dare
un'occhiata. Lui va, segue quel vino come un bimbo. Da lì a
qualche anno nasce il Sassicaia, il primo grande vino italiano in
grado di competere con gli Chateaux d'oltralpe. Fuori dal finestrino,
adesso, compare Marsala. Tachis si veste d'umiltà: «Il
Sassicaia è nato da solo. Tachis non c'entra nulla».
Lui, l'alchimista del vino ha fiducia nella natura: «Alla fine,
vince sempre la natura: un sangiovese coltivato in California non
sarà mai lo stesso di quello coltivato in Toscana». Fosse
per lui si scatenerebbe la rivoluzione della vite nell'isola: «Qui
bisognerebbe puntare sui rossi, non sui bianchi». Riflettete
sul fatto che il 75 per cento della produzione siciliana è
di bianchi e capirete di che rivoluzione si parla. Ma non è
solo questo: «La Sicilia esporta di sé immagini bellissime:
legate soprattutto alla sensualità della natura, alla completezza
della cultura. Quale immagine negativa esporta? Direi, una sensazione
di imprecisione». A lui, però, è capitato sempre
(o quasi sempre) di lavorare con siciliani «anomali»:
precisi, responsabili, entusiasti: «Quando venni a fare la sperimentazione
per l'Istituto regionale vite e vino, trovai una squadra di enologi
preparatissimi, affiatati, coinvolti in un progetto». Forse
cominciò da lì la nuova stagione del vino siciliano.
Di sicuro da quelle prove d'autore venne fuori un Pinot nero dell'Etna
che Tachis definisce eccellente. E non solo lui: «L'ho fatto
provare a un mio amico, un bravissimo opinion leader californiano.
Mi ha detto: ma questo è un meraviglioso Borgogna. Invece,
no, è un vino dell'Etna». Peccato, però, che questa
delizia non sia mai stata imbottigliata e messa in vendita. Praticamente
introvabile. Di certo, secondo il principe degli enologi, quel vitigno
è uno dei cinque gioielli siciliani della sua personalissima
classifica: «In testa, metto il Nero d'Avola, poi il Frappato,
poi il Pinot nero dell'Etna. Infine due bianchi: l'Inzolia e il Caricante».
La scommessa del vino siciliano è in questi cinque vitigni.
Parola del principe degli enologi, innamorato pazzo della Sicilia.
Al punto che se gli chiedi di trovare un difetto ai siciliani, lui
- piemontese come lo Chevallier del famoso dialogo col principe di
Salina - si rifugia nella letteratura: «Un errore nel carattere
dei siciliani? Sicuramente il grande errore del principe di Salina
era quello di brindare sempre con vino francese».
(La Repubblica - Palermo, 7/10/2001)
Il
Geografico festeggia i primi quarant'anni, 2 milioni di bottiglie
nel mondo
GAIOLE - E' stata una bella festa
quella dei quaranta anni degli Agricoltori del Chianti Geografico, realtà
vinicola che vede insieme duecentoventi produttori. Hanno celebrato
con un compleanno 'in casa' al Castello di Fagnano. C'erano
tutti: con il presidente Giuseppe Bicoccchi, il direttore Carlo Salvadori,
i vignaioli di Gaiole, Radda, Castellina, degli altri Comuni che si
sono aggiunti negli anni, dei territori del Brunello, del Nobile di
Montepulciano, della Vernaccia di San Gimignano. Chi sono e come lavorano
gli Agricoltori del Chianti Geografico lo dicono le cifre: un'azienda
che lavora 30.000 quintali di uve; fa arrivare nel mondo 2 milioni di
bottiglie di cui il 65 per il cento in Italia.
"Un'azienda - ha detto il presidente Giuseppe Bicocchi — dove
tutti collaborano al risultato finale". Ma gli Agricoltori del
Chianti Geografico testimoniano la storia di questa cooperativa: nata
nel 1961 quando 17 produttori si unirono convinti che insieme potevano
fare di più. E in questi quaranta anni l'azienda si è
rivelata un'esperienza di successo, ricordata in "Appunti di
Geografia, diario del Chianti Geografico nei ricordi di Alfonso Sderci".
E' stato un vivace compleanno. Dopo la visita alle cantine di Gaiole
in Chianti, l'incontro con l'enologo Lorenzo Landi. Poi il pranzo
a Lucinano e ancora al Castello di Fagnano la cena a sorpresa del compleanno
con i piatti di Ettore e i vini del Geografico (ovviamente...).
Antonella Leoncini
(La Nazione, 9/10/2001)
Si è conclusa
la vendemmia 2001, rese basse ma qualità ottima. E dall'azienda delle
Ferriere in arrivo anche una grappa. Due nomination per i vini pontini Casale
del Giglio sorride: Antinoo e Mater Matuta in finale al "Tre bicchieri"
di VITTORIO BUONGIORNO
Due nomination per l'oscar dei vini: per la prima volta nella storia della
provincia due bottiglie pontine vengono ammesse alla finale del Tre
bicchieri, il concorso del Gambero Rosso che premia i migliori
vini italiani. E' l'ennesimo riconoscimento per Casale del Giglio,
l'azienda di Borgo Le Ferriere, al confine tra Latina e Aprilia. Un bianco,
l'Antinoo 98, e un rosso, il Mater Matuta '97, si ritrovano
così al fianco di vini famosi prodotti in regioni storicamente importanti
nell'enologia italiana.
Il segreto? Non fermarsi mai. In questo l'azienda pontina è unica nel
panorama nazionale: dopo aver trovato uve che si sposano alla perfezione
con il clima e il terreno delle Ferriere, qui si continua a sperimentare.
"Veniamo dal nuovo mondo e ci sentiamo liberi di spaziare - commenta
l'imprenditore Toni Santarelli che ha prima affiancato il padre Berardino
nell'iniziativa e oggi ne ha raccolto l'eredità - compatibilmente con
il rischio. Quest'anno abbiamo deciso di piantare un'uva spagnola, il
Tempranillo, coltivata sul versante sud dei Pirenei, nella Riocha,
la "propaggine" spagnola del Bordeaux". Non è un caso, è a quelle
terre e a quei vini che si ispira Casale del Giglio. A partire
dalla scelta dei vitigni: Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot, e
ora anche il Malbeque che sarà vendemmiato per la prima volta nel 2002.
Quanto alla vendemmia appena conclusa, preparatevi: sarà un'annata ottima.
"Abbiamo avuto rese più basse del 20-30%, ma la qualità è eccellente",
racconta Santarelli. Nel frattempo si continua a sperimentare. E' allo
studio, infatti, un bianco che nascerà dai vitigni di Greco. "Abbiamo
piantato otto sottovarietà di Greco, perché non c'è solo il Greco
di Tufo campano, ma anche il Greco gerace calabrese, il Grechetto
umbro, e via così. Poi dovremo studiare e vedere quale scegliere".
Oggi Casale del Giglio fattura circa sei miliardi l'anno. "Siamo
soddisfatti - commenta Santarelli - Abbiamo fatto un grande sforzo per
essere presenti in tutta Italia e possiamo dire di esserci riusciti. Abbiamo
50 agenti in tutta Italia e per un vino di Latina è un piccolo primato.
Vi assicuro, non è facile vendere un vino pontino". Ma il Lazio, e in
parte anche la provincia di Latina, sembra essersi svegliato dal letargo.
Casale del Giglio però, non ha alcuna intenzione di farsi scavalcare.
Al fianco dei classici (che vanno dal bianco Satrico, che in enoteca
costa 8 mila lire a bottiglia, al rosso Mater Matuta che ne costa
35/40) ci sono due novità. La prima è l'Afrodisio, che vedrà la
luce nella primavera 2002, ed è una vendemmia tardiva annata 2000. "Lo
abbiamo realizzato con uve della qualità Garganica raccolte appassite
sulla pianta, ai primi di novembre", racconta Toni Santarelli. E sempre
in primavera arriverà la prima grappa dell'azienda pontina, realizzata
da uve Syrah e Petit Verdot ("Anche se stiamo ancora
valutandone l'assemblaggio", spiegano in azienda) e distillata in Trentino
dalla Pilser, l'azienda responsabile della distilleria sperimentale
dell'istituto enologico di San Michele all'Adige. Si chiamerà Mater
Matuta.
(Il Messaggero, 10/10/2001)
Chianti
- E' obbligatorio imbottigliare
CHIANTI - E' obbligatorio imbottigliare
in zona il vino rosso Docg Chianti Classico. Lo ribadisce un decreto
del ministero delle Risorse Agricole pubblicato nei giorni scorsi. Il
provvedimento, a firma del direttore generale reggente Ambrosio, arriva
a rettifica di un precedente decreto dell'8 agosto scorso in materia.
Regola al momento diversa per "i soggetti che, per consolidata
tradizione, hanno imbottigliato il vino Docg Chianti Classico fuori
dalla zona di produzione": questi hanno facoltà di continuare
a farlo fino all'entrata in vigore del decreto applicativo. Il provvedimento
giunto dal ministero dà un deciso giro di vite per evitare il
rischio di truffe. Che provocherebbero molti danni al mercato del pregiato
Chianti Classico i cui costi sfiorano ora come ora le 800mila lire al
quintale. Fronte vendemmia: buona, ma qualche giorno fa la si reputava
migliore nonostante i danni del gelo di aprile. Ora alcuni guasti sono
stati provocati dall'umido e dal soffocante scirocco di questi giorni.
Il Consorzio segue passo dopo passo la situazione nei vigneti.
A.C.
(La Nazione, 11/10/2001)
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