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I titoli


"Un magico ponte tra Usa e Italia". Solidarietà con i produttori di vino americani contro il terrorismo.

CHIANTI - A un certo punto Giacomo Tachis apre una bordolese di Castell'in Villa, pregiato rosso di Castelnuovo Berardenga. Tachis è enologo conosciuto per la bravura in tutti gli angoli della terra dove può crescere anche una sola vite. Gli americani lo sanno.
Questo gruppo di una quindicina di persone viene dall'Arizona, è un'associazione di appassionati del vino che si riunisce una volta ogni 15 giorni per fare degustazioni.
Si stringe attorno a Tachis mentre l'enologo, con l'abituale ottima descrizione sui vini che fa innamorare anche chi li vede solo come bevande (sbagliando), spiega il "corpo" del Classico, del fine rosso dei Rampolla (clou del Sangiovese), dei californiani Rochioli, dei vini sardi e siciliani.
Traccia un ponte, coi pilastri sui vini, tra culture. Un ponte che unisce ciò che la tragedia delle Torri e della guerra oggi divide.
Già, la tragedia. Questi americani sono tra i pochi, i pochissimi, che oggi fanno il tour fra il Chianti, le terre del Brunello e del Sassicaia. Non parlano dell'11 settembre maledetto di Manhattan e del pianeta, ma la tragedia basta leggerla nei loro volti.
Qui, dove sono arrivati per confrontare i nostri vini coi loro, è evidente che il contraccolpo della crisi si è fatto sentire. Eccome.
Subito calcolato quello del turismo: fioccate le disdette. Per il mercato dei vini di pregio merita ancora attendere: resta il fatto che i produttori sono preoccupati.
Ecco dunque che il "gruppo per la degustazione dei vini" americano - di fronte alle spiegazioni illuminate di Tachis mentre fa scorrere i rossi - ha rappresentato un segno di ribellione all'inevitabilità della crisi, alla necessità di tagliare i ponti, all'induzione a chiudere portoni dietro a culture che finiranno per morire in sé stesse.

di Andrea Ciappi


(La Nazione, 14/10/2001)


Il climatologo dell'ENEA: in italia previste precipitazioni di forte intensita' «Con l’effetto serra, vite e ulivo nel Nord Europa»


EMA siamo noi che esageriamo? «No, non siamo noi che esageriamo». Lo dice il professor Vincenzo Ferrara, climatologo dell’Enea. Anzi, un caldo come questo è un altro record da segnare sul libro infinito dei primati. Allora, professore, a ottobre non c’era mai stato un clima così, è vero? «No, assolutamente. A ottobre, in genere, quello che succede è questo: all’inizio del mese la temperatura scende in maniera abbastanza forte e fa freddo. Poi, verso la fine del mese, o ai primi giorni di novembre, c’è una ripresa di temperature più miti, quella che di solito viene chiamata come l’estate di San Martino. Ma è una ripresa che non porta ai livelli che noi avvertiamo in questi giorni. Questo andamento, quello che viviamo adesso, è francamente anomalo». Che differenze ci sono rispetto alle medie? «Le temperature oscillano dai sei agli otto gradi sopra la media. In qualche raro caso, come minimo, 4. Si tratta di sbalzi notevoli. Comunque, quest’anno è stato abbastanza eccezionale in tutto il suo complesso. Dal 1880, il più caldo del pianeta è stato il 1998 e poi c’è questo». Siccome l’anno non è ancora finito, dobbiamo pensare che potrebbe peggiorare? «Certo. Noi, forse, non ce ne siamo accorti che è stato così caldo, perché durante l’estate la pioggia ci ha procurato qualche sollievo. Diciamo che l’estate occidentale europea è stata nella norma. Ma l’Europa dell’Est, l’Asia orientale, la Siberia e parte del continente americano hanno raggiunto livelli record e sono stati molto al di sopra della media. Tenga presente che, comunque, quest’anno c’era stato già un febbraio molto caldo che aveva anticipato la primavera. E’ da allora che le temperature sono alte» Le conseguenze? «Diciamo che l’andamento anomalo è coerente con le proiezioni fatte dall’Ipcc, l’organismo delle Nazioni Unite che studia questi fenomeni. Il nostro pianeta sta andando incontro a una tendenza di riscaldamento globale, per via dell’effetto serra. All’effetto serra normale stiamo aggiungendo l’effetto serra artificiale. Adesso, noi stiamo immettendo nell’aria 8 miliardi di tonnellate di carbonio. Il sistema naturale ne riesce ad assorbire al massimo 3. Se noi decidessimo di ridurre le immissioni, questo andamento andrebbe avanti lo stesso per qualche decina d’anni. Ci vorrebbero 70 anni perché le condizioni tornino normali» E quindi, le conseguenze? «Sono quelle del riscaldamento complessivo del pianeta, che non sono tutte uguali. Ormai, non si può più tornare indietro così, da un giorno all’altro. Questo riscaldamento, che si sente di più verso i poli, porterà tendenze ad alluvioni e a fenomeni estremi alle latitudini più alte e siccità in quelle basse» L’Italia? «Noi siamo zona di confine. C’è un rischio di maggior intensità di precipitazioni e quindi anche di problemi pure gravi nel Nord Europa e nel Nord Italia. All’opposto, siccità in Africa e nel Sud Italia» E poi? Cos’altro ci aspetta? «Cambieranno i paesaggi. Troveremo vite e ulivo nel Nord Europa. Abeti in Siberia...» Cosa succede? Che l’Inghilterra produrrà vino al posto dell’Italia? «Diciamo la Germania. E forse dovremo immaginarci pure i cammelli nel Sud Italia. In Inghilterra bisogna attenderci invece un altro problema. Aumentando la pioggia al Nord, si sciolgono i ghiacciai. Questo fenomeno porterà acqua dolce nell’Atlantico e la corrente del Golfo potrebbe essere modificata. Si chiuderebbe prima, e quindi potrebbe succedere che mentre tutto il pianeta va verso il riscaldamento, l’Inghilterra e la Scandinavia potrebbero paradossalmente raffreddare» Possiamo fare previsioni? Questo caldo preannuncia brutte piogge? «Niente previsioni. Però, questo andamento della temperatura, ampiamente previsto, significa ovviamente che la stagione calda si sta dilatando. E quando c’è maggior calore nell’atmosfera, e cioé più energia, il ciclo dell’acqua accelera. Ecco perché di conseguenza aumentano le pioggie e la loro intensità». [a. do.]


(La Stampa, 15/10/2001)


Marche. Le nostre cantine quest'anno sforneranno un milione e mezzo di ettolitri di vino, di cui il 60% sarà bianco. Vendemmia, la produzione è in calo ma il vino marchigiano sarà ottimo

di FEDERICA BURONI
ANCONA - Vino ottimo, quest'anno, bianco e rosso da guiness dei primati. Unico neo: ne avremo poco. Colpa di una vendemmia magra a causa della forte siccità. Un calo della produzione pari ad almeno il 5% rispetto al 2000, secondo i dati dell'assessorato regionale all'Agricoltura di Luciano Agostini, meno il 12% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. A conti fatti, le cantine marchigiane, quest'anno, avranno non più di 1.530.000 ettolitri di vino, con un 60% bianco e 40% rosso, contro 1.610.000 dell'anno appena trascorso. Così dice la Regione ma le cifre del calo fanno storcere il naso agli esperti. Aggiusta il tiro Alberto Mazzoni, presidente degli enologi marchigiani: il calo è del 20% con punte di massima del 35% ad Ascoli Piceno, la provincia più produttiva in assoluto delle Marche.
Guerra dei numeri? "Macchè, semplicemente la Regione è ferma ai numeri del 5 settembre - spiega Mazzoni - le ultime stime parlano di un calo più consistente, anche oltre il 20%". Ergo: la produzione 2001 si attesterebbe sul 1.300.000 ovvero 1.700.000 quintali di uva prodotta contro i 2milioni e passa dell'anno scorso. Cifre a parte, in attesa dell'ufficialità di metà ottobre quando l'Istat renderà noto i numeri della vendemmia 2001, il calo c'è. Ne sanno qualcosa le 27mila aziende viticole regionali, 80mila addetti in tutto. Ma un bel segno meno va anche alla superficie a vite: le previsioni fornite dalla Regione parlando di circa 20mila ettari, ovvero -15% rispetto ai 26mila censiti nel 1990.
"Il clima non ha certo favorito le operazioni di raccolta delle uve - chiarisce Mazzoni - In diverse zone ha piovuto molto col risultato che la raccolta si è rallentata. Nel contempo le basse temperature non hanno permesso lo sviluppo di malattie fungine".
Ma è la qualità dell'uva e del vino che rende euforici gli addetti ai lavori. "Sarà un vino di ottima struttura e molto profumato, meglio di quello dell'annata passata", fa sapere Mazzoni. I dettagli ? "I vini bianchi avranno una buona carica aromatica, i rossi saranno di colore intenso, ben predisposti per lunghi invecchiamenti. Ottimi anche i novelli". Qualità eccelsa che farà volare ancora più in alto la produzione dei vini doc (circa 450mila ettolitri nel 2000 pari al 20% della produzione complessiva locale), dodici in tutto tra cui il Verdicchio dei Castelli di Jesi, il Rosso Conero e il Rosso Piceno, onore e gloria di Terre Cortesi Moncaro di Montecarotto, la più grande cooperativa regionale con i suoi 1200 produttori associati e una superficie a vite pari a 1.800.000 ettari. "Quest'anno abbiamo prodotto 170mila quintali di uva contro i 177mila dello scorso anno", fa sapere Doriano Marchetti, presidente della cooperativa, nata nel 1971 e da sempre punto di riferimento per il settore. Annata buona? "Senza dubbio - conferma Marchetti - comunque lo è stata anche la precedente".
Ma è da Ascoli Piceno, la provincia che sola raccoglie oltre 8.500 aziende viticole, che giungono le chicche della stagione: il mix di vino e gazzosa, sperimentazione in fase di prova-bevuta. Destinatari? Pizzerie e pub, almeno così è l'auspicio dei promotori. "E' un esperimento, vediamo come andrà", spiega Ido Perozzi, presidente di Vinea, associazione di produttori viticoli dell'ascolano. Problemuccio dell'ultim'ora? Il prezzo dell'uva, aumentato del 10% rispetto allo scorso anno: per la bianca si va dalle 40 alle 60mila a quintale, per la rossa dalle 70 alle 100mila. "In compenso ai giovani di oggi il vino piace di più - dice Perozzi -.Un esempio? I corsi per sommeliers: quest'anno ci sono 220 iscritti, un boom. Siamo stati costretti a mandarne via 150. Questo premia la qualità".


(Il Messaggero, 16/10/2001)


Chianti Classico. E la vendemmia s'illumina. Prospettive rosee nonostante le follie climatiche e la crisi internazionale.

Luce sulla vendemmia 2001 nonostante le follie dell'andamento climatico. Luce sul mercato del Chianti Classico. E, sul fronte olio extravergine d'oliva, luce sul trend nel momento in cui si consolida la "Dop" faticosamente conquistata. Luce, nonostante tutto (appunto il clima, e da un mese la grave crisi internazionale). C'è la valvola di sfogo: in caso di difficoltà dovute all'andamento del mercato e ai rovesci climatici, il ministero delle Risorse Agricole ha aperto una complessa linea di aiuti alle aziende agricole che sostiene la ripresa di reddito e l'accesso a prestiti agevolati. L'avviso è stato pubblicato due giorni fa sulla Gazzetta Ufficiale. I dettagli della vendemmia in corso: si prevede una diminuzione del 10% circa di prodotto rispetto al 2000, anno per il quale si dispone di dati precisi. L'anno scorso si arrivò ai 181mila ettolitri per oltre 24 milioni di bordolesi. Questi dati erano stati presentati dal Consorzio del Chianti Classico. E' ovvio che per il 2001 si è tuttora in fase di previsione, ancorchè avanzata. Capitolo qualità: dovrebbe essere ottima per i rossi Chianti Classico. Nonostante il 2001 sia stato difficilissimo sotto il profilo climatico: la prima fase dell'inverno, quella che anche nel Chianti dovrebbe essere più rigida, è stata caratterizzata da temperature elevate e tante piogge, con forte umidità. Il freddo è giunto solo alla fine di febbraio e ai primi di marzo, anche con neve. Dopo pochi giorni, a marzo, le temperature si sono impennate fino a sfiorare nella terza decade i 30 gradi. Con conseguente ripresa vegetativa delle viti. Puntuale e diabolico è arrivato il colpo di coda del gelo in aprile: temperature fino a –7 a Pasqua e nella settimana successiva, ghiaccio sulle piante "in fiore", nevischio a quote superiori ai 400 metri. I produttori ce l'hanno fatta a salvare il prodotto. Il 10-15% in meno di uve è stato l'esito del gelo fuori stagione: il Ministero ha riconosciuto lo stato di eccezionale avversità atmosferica, anticamera per far arrivare anche nel Chianti, alle aziende danneggiate, le relative provvidenze per il risarcimento. Mercato: dopo la flessione di due anni fa è stata registrata una ripresa del 15%. Riserve aumentate del 20%, forte rialzo dei prezzi del prodotto sfuso. Resta ora da valutare l'impatto della grave crisi internazionale avviata l'11 settembre.

di Andrea Ciappi

(La Nazione, 18/10/2001)


Enoteca online per Esperya. Enotrya debutta a Recanati

ENZO VIZZARI

Il contesto, fra i più affascinanti che si possano immaginare; i protagonisti, otto fra i più grandi vini in assoluto prodotti nell'ultimo ventennio; l'occasione, la presentazione di una formidabile enoteca online. Comparse privilegiate, una dozzina di degustatori, in testa i padroni di casa contessa Anna Maria Leopardi, con i figli Giacomo e Vanni Leopardi, e un Gino Veronelli - vero e unico maestro della cultura enogastronomica italiana - in gran forma.
Sede a Porto Recanati, guidata da Antonio Tombolini, Esperya è la più importante «bottega» europea di gastronomia online. E per la nascita di Enotrya, suo braccio enologico (che già annovera a catalogo oltre trecento etichette di vini d'alta qualità e d'annata di tutto il mondo, acquistabili online, con garanzia di recapito entro 24 ore in tutta Europa anche per una sola bottiglia), ha organizzato una degustazione d'eccezione, tema «Italia, Francia e una grande annata: il 1985», svolta nelle storiche cantine di Palazzo Leopardi, nel cuore di Recanati, qualche piano sotto la biblioteca, i saloni, i salotti, gli oggetti che accompagnarono la vita di tutti i giorni di Giacomo Leopardi. Profano l'accostamento al vino? Nient'affatto, se è vero, com'è vero, che in moltissimi suoi scritti il poeta dichiara conoscenza e amore per il vino come per la sua terra. Il livello delle etichette prescelte, poi, era del tutto in linea con la festosa solennità del luogo e dell'avvenimento: per l'Italia, Barbaresco Sorì San Lorenzo e Sorì Tildìn di Angelo Gaja, Barolo Cannubi Boschis di Luciano Sandrone, Sassicaia di Incisa della Rocchetta; per i francesi, Chateau La Mission Haut Brion, Chateau Margaux, Chateau Cheval Blanc, Pétrus; tutti del 1985, annata buona nel Bordolese, ottima in Piemonte e Toscana. Nessuna competizione né classifica, ma confronto d'opinioni sì, e anche vivaci. Pur nelle rispettive peculiarità, tutti largamente promossi i vini, salvo (sorpresa soltanto per chi già non lo conosceva) del Pétrus la bottiglia più costosa del lotto, che ha confermato la mediocrità del suo ‘85. Unanimità per la quasi perfezione e per la piacevolezza di Cheval Blanc e Margaux, non potentissimi ma di notevole eleganza, plebiscito per il Sassicaia, ormai bottigliamito, oggi completo, ricco, fine e di massima godibilità. Più dialettico, ma del tutto positivo, il giudizio sia sui tre piemontesi, vini meno «facili» ma di forte personalità, di gran classe, con note di freschezza e d'equilibrio, sia su La Mission Haut Brion, molto complesso e variegato ma di meno facile approccio.


(La Repubblica, 20/10/2001)

Vendemmia a 5 stelle avremo meno vino ma di qualità ottima. Produttori d'accordo ma divisi sulla richiesta di una doc

MARA AMOREVOLI

QUANTITA' inferiore del 1015 per cento, qualità ottima. Il giudizio è unanime tra tutti i produttori: la vendemmia appena conclusa è da annoverare tra quelle a cinque stelle. L'andamento della stagione ha permesso uno sviluppo equilibrato delle piante. D'accordo su questa valutazione anche il Consorzio del Chianti Rufina, i produttori Antinori e Folonari e quelli del Chianti Classico. Francesco Mazzei dell'azienda del Chianti Classico Castello di Fonterutoli è perentorio: «Grazie ad una grande selezione fatta proprio in vendemmia, possiamo dire di avere avuto un raccolto molto particolare e di alto livello, nonostante la flessione della quantità». Ma a parte i risultati della vendemmia, i produttori toscani sono divisi e in guerra sulla richiesta di una doc Toscana. L'iniziativa della richiesta per dare un riconoscimento al nostro vino da tavola, spiega Ambrogio Folonari presidente dell'Ente tutela vini di Toscana, ormai da tempo è stata sottoscritta da 5.700 viticoltori su 7.400 dell'intero settore (pari al 63 per cento). «Si tratta di sostituire la vecchia Igt (Indicazione geografica tipica) con la doc Toscana, una denominazione di origine controllata, con garanzia per i consumatori di analisi organolettica e chimicofisica come non accade per l'Igt - spiega Folonari - e sono d'accordo anche i produttori perchè così possono qualificare la loro produzione, ormai al top nel mondo, come rileva la rivista Wine Spectator che ha giudicato il vino Igt Toscana al primo posto tra 11 mila vini di tutto il mondo». L'idea però trova in disaccordo tutti i consorzi docg della Toscana - dal Brunello di Montalcino, al Nobile di Montepulciano, alla Vernaccia di San Gimignano e al Chianti Classico - che non gradiscono affatto una denominazioneombrello che raccolga tutta la produzione regionale, magari sovrapponendosi alle nicchie delle doc e docg finora esistenti e assai apprezzate. Altro punto di contrasto, il timore di ritrovare sul mercato una super offerta di vino toscano: «timore infondato - spiega ancora Folonari, sostenuto da Antinori, Frescobaldi, Cia, Coldiretti e Cantine sociali - poiché l'attuale produzione Igp è di 500.000 ettolitri contro gli attuali 1.400.000 ettolitri di vino a denominazione di origine, senza contare che la metà della produzione di Igp ha già un mercato fiorente».


(La Repubblica - Firenze, 20/10/2001)

Il Salone del vino fa boom. Mille etichette al Lingotto, ma qualcuno resta a casa. Alla kermesse di novembre i marchi emergenti dell'enologia italiana e il "grande vecchio" del barolo

MARCO TRABUCCO

La scommessa è vinta. A meno di un mese dall'inaugurazione sono già oltre seicento i produttori che hanno scelto di partecipare al Salone del Vino di Torino, la cui prima edizione aprirà i battenti al Lingotto il 14 novembre. E le adesioni aumentano di giorno in giorno al punto da far ipotizzare agli organizzatori la possibilità di sfiorare quota mille.
Non era una sfida facile quella lanciata un anno e mezzo fa da Alfredo Cazzola, amministratore delegato di Lingotto Fiere. Il business del vino, è vero, è in grande espansione, ma in Italia esiste già una grande fiera, la veronese Vinitaly, con alle spalle una tradizione quasi trentennale e solidi rapporti con produttori grandi e piccoli e con gli operatori del settore in genere. Non solo: «Abbiamo deciso di lanciare questa operazione - spiega Cazzola - perché sapevamo che il settore vinicolo ha un grande futuro, ma anche, dopo aver visto il grande successo del Salone del Gusto che ha messo Torno al centro dell'attenzione di tutto il mondo». Già, ma proprio gli inventori del Salone del Gusto, quelli di Slow Food, si sono tirati indietro da subito. Nessuna guerra (parteciperanno anzi al salone con un loro stand), ma anche nessun appoggio organizzativo. Troppo forti i rapporti con Vinitaly e troppo complicato, per un'associazione relativamente piccola com'è quella di Bra, organizzare ogni anno una manifestazione di queste dimensioni. Cazzola e i suoi hanno dovuto fare da soli.
Hanno fatto un buon lavoro. Se mancheranno alcuni grandi nomi dell'enologia italiana (Gaia, Ceretto, Rivetti, il conte Incisa della Rocchetta con il suo Sassicaia, qualche altoatesino o friulano che anno preferito in questa prima edizione «stare alla finestra») i piemontesi alla fine sono arrivati in forze (sono già 350) e le iscrizioni sono fioccate da tutta Italia. Un nome su tutti: quello di Bartolo Mascarello, il grande vecchio del barolo, che mai aveva partecipato a una fiera o a un salone. Poi altri barolisti eccellenti come Beppe Rinaldi, Marcarini, Prunotto, grandi case piemontesi e no come Fontanafredda, i siciliani Duchi di Salaparuta o una delle griffe emergenti dell'enologia italiana, Feudi di San Gregorio dalla Campania e tanti altri. Proprio dal Sud, dalla Sicilia, dalla Campania e dalla Puglia, la nuova frontiera dell'enologia italiana, sono arrivate molte adesioni.
Il salone, che è riservato ai visitatori professionali, aprirà il 15 novembre e chiuderà il 18. Ci saranno zone riservate a ogni regione e stand costruiti in modo da dare il massimo della visibilità a ogni espositore. «Vogliamo sia il salone dei piccoli produttori di qualità emergenti, di quelli che tra qualche anno saranno i nuovi Gaja», spiega Cazzola. Ci saranno sei aree riservate alle degustazioni (organizzate in collaborazione con l'Ais, l'associazione sommelier), e stand dedicati all'editoria specializzata: il tardo autunno è il periodo delle guide e al salone saranno presentate quelle di Veronelli, dell'Ais, di Luca Maroni. E ci sarà Hugh Johnson, uno dei massimi winewriter mondiali, a presentare l'edizione 2002 della sua guida (edita in Italia da Rosenberg e Sellier).
«Attorno al salone - spiega Giuseppe Bitti, direttore generale di Lingotto Fiere - organizzeremo poi una serie di attività per i professionisti del settore». Seminari e workshop per i wine bar (la rivista Bargiornale eleggerà anche il miglior wine bar d'Italia), per i ristoratori o per produttori (ad esempio, in collaborazione con l'associazione Turismo del Vino, sul come accogliere in cantina giornalisti e buyers), E proprio per i giornalisti e i buyers stranieri saranno organizzate con l'Ice (l'istituto per il commercio estero) visite alle cantine delle Langhe e del Monferrato.

(La Repubblica - Torino, 20/10/2001)


Arrivano i primi consuntivi di una raccolta buona e forse anche troppo abbondante. La vendemmia di chi ha cercato la qualità

Primi bilanci della vendemmia 2001. Senza inutili e talvolta dannose euforie si possono considerare molto positivi. Se si avranno gli ennesimi «vini del secolo» non è dato sapere. Quel che è certo è che sia a sud che a nord della provincia l'uva è stata buona ed abbondante. L'impressionante grandinata di settembre ha sicuramente provocato danni, in alcuni casi (area di Costigliole), gravissimi, ma sono stati fortunatamente casi isolati che non hanno sostanzialmente modificato il buon esito della raccolta. Se dunque la vendemmia ha avuto molti aspetti positivi, non mancano però le preoccupazioni, a cominciare dalla Flavescenza dorata che si è manifestata in dimensioni crescenti al nord e con presenze ormai molto serie anche al sud della provincia. «In tutto il nord astigiano - afferma il tecnico Cia Marco Pippione - la vendemmia ha avuto esiti sicuramente positivi sia per quantità che per qualità delle uve. L'annata particolarmente abbondante ha reso meno evidenti gli effetti della Flavescenza dorata, ma il fenomeno è ancora in evoluzione e potrebbe diventare serissimo nell'immediato futuro. Nell'area orientale della provincia, per esempio, in una sola grossa azienda, i quintali di uva raccolti sono risultati il 30% in meno dello scorso anno proprio a causa del diffondersi dell'infezione. Come non preoccuparsi?». Di Flavescenza parla anche il vicepresidente provinciale della Cia, Dino Scanavino, che ritiene ormai indispensabile un intervento regionale al fine di salvaguardare i vigneti di maggior pregio. «L'estirpo spinto - afferma - costituisce un ulteriore danno soprattutto nei vigneti di una certa età che danno uve di alta qualità. Bisogna fare attenzione a non arrivare alla sostituzione di intere aree con la sicura perdita di livello qualitativo». Venendo agli esiti della vendemmia, Scanavino pone l'accento sul valore delle buone pratiche agronomiche: «C'è una gran quantità di prodotto in giro - dice - e questo in genere non è sinonimo di alta qualità. Però chi ha lavorato per l'alto livello, diradando e producendo di meno, ha ottenuto quasi sempre eccezionali prodotti che sicuramente faranno del 2001 una grande annata. Dove non si è intervenuti, la qualità non raggiunge certo questi picchi qualitativi». Sull'importanza di mantenere la qualità al di sopra di certi livelli punta anche Renzo Giordano, tecnico della Cia, nonché sindaco di Vinchio e da qualche settimana presidente della Cantina Sociale del suo Comune: «Il Barbera è ormai, a tutti gli effetti, un vino di grande importanza e in modo importante devono anche essere trattate le sue uve. Oggi - afferma Giordano - siamo arrivati al punto in cui non possiamo più permetterci di avere annate cattive. Potremo averne delle più o meno abbondanti, ma in ogni caso bisogna lavorare per avere sempre il meglio possibile. Questa annata ha appunto premiato chi ha saputo orientarsi in questo senso».
Paolo Monticone Ufficio Stampa CIA Asti
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(La Stampa, 20/10/2001)
 

 

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