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Appunti di un viaggio enogastronomico sudafricano molto etnico

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Riceviamo da Margarethe Raab, collaboratrice free-lance di riviste enogatronomiche e organizzatrice di tour all'insegna del gusto con l'Agenzia Vinocultura.

Appunti di un viaggio enogastronomico sudafricano molto etnico
di Margarethe Raab
morsola@tiscali.it


Lasciamo una fredda e nebulosa Milano la vigilia di Natale e dopo 15 ore di volo, con scalo a Johannesburg, arriviamo a Città del Capo, prima meta del nostro viaggo enogastronomico sudafricano. La città ci accoglie con i suoi 28 gradi tutti africani, affacciata sul oceano atlantico, sferzata spesso dal South Easter, il turbinoso vento del sudest, e sormontata da una montagna alta 1000 metri, la Table Mountain.

La città fondata per volere del governatore olandese Jan Van Riebeeck era nata in origine come punto di rifornimento per le navi delle compagnie olandesi che qui transitavano tra amsterdam e batavia. Van Riebeeck dà a citta del capo il nome di “osteria dei mari“, e città di ristorazione è rimasta: tantissimi i ristoranti condotti da immigranti italiani, soprattutto sardi. E sempre lui, l’operoso governatore, a bordo della sua nave Dromedaris, due giorni dopo l’arrivo nella baia. stilla una lista dei vigneti presenti, ritenendo l’aerea propizia alla crescita dell’uva. Buon occhio... e buon palato!!

Alla cena di Natale brindiamo con uno spumante sudafricano, a base di chardonany, decisamente buono. Qui il vino spumeggiante viene ancora chiamato Champagne e se si chiedi uno “sparkling wine“ difficilmente ti comprendono. Lo chardonnay, insieme al sauvignon blanc è il vitigno a bacca bianca sicuramente più piantato e copre il 4% di tutta la zona vinicola sudafricana. Il vino viene passato quasi sempre in barrique, ed i tannini del legno furono a lungo un grosso problema; oggi il passaggio è piu breve e più accurato, ma rimane di certo la moda del vino barricato.

Il giorno dopo costeggiamo la penisola di Città del Capo in direzione del Capo di Buona Speranza. Ci fermiamo a pranzo a Simon’s Town, ridente citta marinara, dove la mia “voglia“ di molluschi viene appagata da cozze assolutamente strepitose, carnose, colore rosso corallo… ahimè coperte da una montagna di salsa bianca, che solo da lontano ha visto il garlic (aglio) ed il vino bianco. Questa sarà una delle tante prossime sofferenze culinarie: materia prima ottima, ma la mania (giustamente o ingiustamente tutta olandese, inglese, francese) di coprire il cibo rimane, e persino avere una semplice insalata si rivelerà alquanto difficile da ottenere, perché l’usanza la vuole affogata nel blue cheese, nel rafano, nella salsa da cocktail…ma mai plain (non condita).

Il viaggio continua verso Constantia, la regione culla dei vini sudafricani, dove vennero piantate, 300 anni fa, le prime vigne. Ed il cui vino esportato nel 1800 alle corti reali europee raccoglieva grande successo. La vallata di Constantia è favorita, in certi periodi dell’anno, da un clima marino quasi mediterraneo. Le piogge sono soventi, oltre 1200mm l’anno, il terreno è ricco e composto in gran parte da granito polverizzato. Non sono necessarie irrigazioni, il drenaggio sulle colline dei vigneti inoltre è ottimo. Lasciamo l’azienda Steenberg Wine Estate (la prima propietaria fu una avventurosa e intrepida tedesca, parliamo del 1682) e visitiamo Groot Constantia. L’azienda, in origine di proprietà privata del governatore Simon Van Der Stels (nonché amante della sopracitata signora tedesca a cui aveva regalato l’azienda Steenberg, a pochi metri di distanza) è oggi aperta al pubblico, con all’interno una splendida dutch–house ( le tipiche case con tetto di paglia e con insegna bianca a forma di conchiglia che caratterizza moltissime aziende), un museo e due ristoranti. Degustiamo un Pinot Nero e un Pinot Nero vinificato in bianco, dal tipico colore ruggine pallido di un rosé, ma che loro classificano come bianco, a nostro avviso alquanto scarso di corpo, di profumi, con una elevata e non piacevole acidità ….

Di altra qualità il Sauvignon Blanc, l’altro vitigno bianco della zona. Qui i sentori sono erbacei, (si sente anche l’asparago) e note speziate di pepe nero, nonché fichi e funghi nelle bottiglie piu vecchie. Tutte queste proprieta vinicole fanno parte della famosa strada del vino, di cui la piu vecchia è quella di Stellenbosch. Ed eccoci arrivati alla mecca del vino: Stellenbosch, cittadina universitaria (ci sono circa 20.000 studenti) a 30 minuti da Città del Capo, è tradizionalmente la sede dei più fini rossi della zona e dopo Constantia la piu vecchia regione vinicola, costituita nel 1769. La cittadina, con maestosi alberi, assomiglia piu ad una St. Moritz che ad un luogo africano, è sicuramente meta degli amanti del vino, rinomata per essere situata in una delle regioni del vino sudafricano di alta qualità; offre moltissimi ristoranti che fanno a gara a presentare degustazioni di 8 vini in sequenza, ma noi preferiamo scegliere un solo vino, il Pinotage, il vino sudafricano per eccellenza, chiamato anche uva nazionale, un taglio di di pinot noir e cinsault (chiamato in origine, erroneamente, hemitage). Vino robusto, fruttato, con sentori di banana, caramello, ma anche sentori eterei e quelli legnosi delle botti in cui invecchia ). Oggi copre il 3,9% dell’aerea vinicola; non è comunque un vino di grande invecchiamento, quindi meglio berlo ancora abbastanza giovane…si sposa splendidamente con il porceddu mangiato nel ristorante italiano Il Decamerone di Stellenbosch (il proprietario, Mario, è un simpatico sardo) oppure abbinato a un filetto di struzzo. Molti sono gli allevatori di struzzo in Sudafric: passata la moda delle piume di struzzo, decisero di vendere la carne.di struzzo.come filetto senza colesterolo…e data la moda "meglio senza grassi", hanno fatto sicuramente centro! Peccato che spesso viene stracotta e perde cosi il suo sapore tipico.
assaggiamo anche il kudu (della famiglia delle antilopi) e lo Springbock e ci lasciamo tentare da un delizioso carpaccio di coccodrillo. Ma queste pietanze dai gusti forti e selvaggi trovano l’ideale abbinamento con il cabernet sauvignon ed il merlot.

La nostra prossima tappa è dunque Somerset West, distante circa 20 km da Stellenbosch. Qui è d’obbligo la visita alla leggendaria azienda Vergelegn, circondata da secolari alberi di canfora, anche se siamo più interessati alla visita della azienda Morgenster (stella del mattino), facente parte fino al 1708 sempre di Vergelegen, finché fu venduta ad un ugonotto che diede l’attuale nome alla azienda. Oggi è di propietà di Giulio Bertrand, un intraprendente piemontese, che ha acquistato l’azienda nel 1992, ben conscio della rilevanza storica della azienda, ha dedicato la dovuta attenzione agli aspetti architettonici della settecentesca casa padronale con la tipica forma ad “h“, ma soprattutto ha concepito l’ambizioso progetto di produrre il migliore vino rosso del sudafrica. Come un padre amoroso osserva, vigila, controlla i vigneti che si estendono su dolci colline (e sembra di essere trasportati come per magia in Toscana) e dove vengono coltivati esclusivamente merlot, cabernet sauvignon e cabernet franc che danno origine ai suoi vini. Due sono i suoi “figli “: il Lourens River Valley (merlot 70 %, cabernet sauvignon 27 %, cabernet franc 3% ) in cui si riconoscono i profumi della ciliegia, del ribes nero e liquerizia, confermati in bocca dove il vino risulta vellutato, con tannini concentrati ma discreti e il Morgenster, a base di cabernet franc e cabernet sauvignon, dove evolvono profumi di mirtillo, ribes nero e anice, mentre una forte struttura tannica supporta la sinfonia di frutti maturi. Due vini nel più classico stile dei vini di St. Emillion in Bordeaux, ma resi ancora piu caldi e pieni dalla terra africana su cui crescono. Morgenster produce pero’ anche un liquido d’oro…l’olio extra vergine d’oliva, vincitore dal 1999 del premio italiano Orciolio d’oro e recentemente riconosciuto dalla Olive Business di Sydney Australia come il miglior olio dell’emisfero australe.

Impregnata di ambiente e gusto francese è anche la prossima cittadina vinicola che visitiamo, Franschhoek, zona vocata alla produzione dello spumante, e finiamo il tour della strada del vino a Paarl, dove presso l’azienda Boschendal assaggiamo finalmente un vino rosé di elevata eleganza, un blanc de noir da uvaggio pinot. Altro grande vino, il pinot nero, che trova la sua giusta collocazione a Hermanus, la cittadina delle balene, esattamente nella Hemel-en-aarde Valley (la valle tra cielo e terra) situata a 120 km da Cape Town. La vicinanza del freddo Oceano Atlantico e la barriera di montagne creano un terroir assolutamente ideale e molto europeo per la crescita del pinot nero. Il viticoltore della produzione di questo vino “che prende il cuore “ è Peter Finlayson, lungimirante pioniere nell’identificare una ventina d’anni fa questo potenziale terreno, che oggi vede circa una quindicina di aziende vinicole. Proprietario della Bouchard Finlayson, produce un Pinot Nero che ha vinto la medaglia d’oro con l’annata 2001 all’International Wine Challenge a Londra. Scegliamo poi un Pinot Noir, questa volta della azienda Whalehaven (il proprietario è un italiano ) da accompagnare ad un piatto locale, il Bobotie, di origine Cape Malay (indonesiano) nato dalla tradizione dei tanti malesi che vivono nella zona del capo, un gustoso e speziato pasticcio di carne.

Termina qui a malincuore il nostro viaggio enogastronomico, in terra sudafricana. Tanti sentori e profumi africani, indiani, asiatici, misti a quelli della vecchia Europa (olandese, inglese, tedesca, francese) rendono questo viaggio veramente “saporito “. Forse non sempre un facile sposalizio questo miscuglio di tanti gusti basati sulla propria origine e cultura, ma sicuramente un'Africa tutta da scoprire.

5 marzo 2005

 


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