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Cantina produttori Colterenzio
 
 
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L’azienda: CANTINA PRODUTTORI COLTERENZIO

Sede: Cornaiano (Bolzano)
Data assaggi: aprile 2000

Preambolo: Pensate per un attimo a questi numeri: 310 (i soci conferitori) - 320 (gli ettari di vigna da gestire) - un milione (le bottiglie da "sfornare" ogni anno) - 24 (i vini diversi da produrre e commercializzare). Associate adesso questi numeri ad una realtà vitivinicola alto atesina che si chiama Cantina Produttori Colterenzio e aggiungete pure che di cantina sociale si tratta: sicuramente c’è di che storcere la bocca per gli intransigenti del "piccolo è bello", di coloro i quali cioè sono convinti che la qualità possa derivare soltanto da uno strettissimo contatto (connubio) tra il vignaiolo e il proprio vigneto, di coloro che assimilano al freddo concetto della "quantità fine a sé stessa" una produzione enologica che viene da una cantina che si porta appresso il nome sociale, che per questi motivi resta e resterà una produzione di basso profilo.

Devo ammettere che fino a non molto tempo fa la realtà delle grosse case vinicole e delle cantine sociali non sfuggiva di molto a tale regola e la mala-considerazione negli ambienti che contano, quelli degli opinion leaders, era quanto mai giustificata. Già allora però vi erano dei distinguo, pochi beninteso, pochissimi, ma c’erano: in particolare ci riferiamo a una area "franca" dal nome Alto Adige che si è creata nel tempo, meritandosela appieno, la nomea di "anomalia alto atesina" intendendo con tale accezione l’approccio diverso nel produrre vino datosi da alcune aziende del territorio (soprattutto cantine sociali) che ben si distingueva dal mare nostrum delle grosse cantine sparse qua e là per l’Italia che non è che avessero fatto del bene fino ad allora alla nostra immagine interna e internazionale in fatto di vini di qualità.

Negli ultimi 15-20 anni i tempi poi, per fortuna, sono cambiati e la filosofia e l’approccio di queste "mosche bianche" sono stati premiati tanto che oggi il concetto del risparmio e della quantità, senza il contraltare della qualità, pare non contare più di tanto, visto e considerato come sono andati modificandosi i gusti della gente.

Ebbene, una delle punte di diamante della nuova via al vino delle cantine sociali alto atesine ha un nome: Cantina Produttori Colterenzio, che fin dalla sua nascita, e siamo nel 1960, ha via via definito in modo chiaro le scelte di base, la linea da seguire, gli obiettivi da raggiungere.

Ecco che in vigna, dove vi sono allevamenti a pergola ma soprattutto, e sono quelli più recenti, a guyot si attuano: potature invernali corte; diradamento dei grappoli dopo fioritura (nelle linee di produzione più "alte" si sta tra i 45 e i 65 qli\ha); aumento della % di humus e della tenuta dell’acqua nel terreno attraverso la semina di leguminose e di apposite miscele erbacee; interventi antiparassitari biologici; sfogliature intorno ai grappoli negli impianti a contro-spalliera per garantire ottimali esposizioni al sole ed adeguate areazioni; selezione clonale che predilige uve a chicchi spargoli con bassa resa per ettaro onde scongiurare il problema delle muffe.

In cantina invece sono stati seguiti i princìpi della modernità: vasi vinari in acciaio inox con fascia di raffreddamento, presse pneumatiche, sistemi di trasporto delle uve su nastro, uso delle barriques per i vini più importanti, impianti di refrigerazione. I risultati non si sono fatti attendere e non sono certo io che devo sottolinearli ancora, il fatto è che i numeri sono quelli snocciolati all’inizio dell’articolo mentre i risultati (i vini) sono sotto gli occhi (il naso, la bocca) di tutti, o meglio di chi, come me, è interessato a scoprire vini dell’Alto Adige (o italiani in genere) dall’elevato contenuto in qualità. È stato quindi per ragioni di studio, curiosità, approfondimento, ripasso, divertimento e chi ne ha più ne metta, che l’itinerario gustativo propostomi al Vinitaly2000 mi ha condotto al loro stand, comodissimo e spazioso, approntato nel settore dedicato al Trentino Alto-Adige, fortunatamente in quel frangente poco affollato e per questo ancor più invitante...

Il commento: Come sempre il tempo ci sta dietro (o sul collo) e molte volte è tiranno: per dire che chiaramente e purtroppo l’attenzione si è dovuta concentrare gioco forza su un numero limitato di bottiglie. La scelta fatta intende, nel suo piccolo, comporre un quadro sullo standard dei vini bianchi prodotti da questa cantina e si è concentrata sulle linee di produzione più "alte" in termini qualitativi che si chiamano Praedium e Cornell.   La degustazione ha inizio con una piccola verticale del Pinot Bianco Weisshaus, che appartiene alla Praedium Selection. Si parte dal Weisshaus 1999 ricordando che le uve provengono da viti vecchie situate nel maso omonimo, a Cornaiano, e che il vino fermenta in acciaio inox e matura in botti di rovere da 35 ettolitri per almeno due mesi. In più il 1999 è stato assemblato con una piccola percentuale di pinot bianco vinificato in barrique. Di colore giallo paglia non tanto vivido, presenta un buon approccio aromatico, intenso, assai persistente, fragrante e fine dove gli accenni fruttati tipici sono "superati" in intensità da sensazioni floreali gradevoli. In bocca è secco, sapido, fruttato con gentilezza, di bella sostanza e molto giovane. Spicca un aspetto varietale che lo nobilita, bisogna attendere soltanto l’equilibrio delle parti.

A seguire assaggio il Pinot Bianco Weisshaus 1998 che presenta un giallo paglia più marcato (anche del verde c’è nel colore), cristallino e non tanto denso. Al naso, fine, prevale l’aspetto fruttato, di buona profondità, e c’è una nota pungente di troppo. La bocca è sapida e molto più equilibrata del 1999; caratteriale e tipica, ancora sorretta da buona acidità, giocata sulla eleganza, soaevemente balsamica quindi rinfrescante, che non guasta. Ha ancora energia per il futuro. Si cambia registro e sotto lo sguardo del direttore supremo Luis Raifer, che pare severo ma è solo attento, prontissimo com’è a tratteggiare con sintesi estrema un vino, un modo o uno stile, mi appresto a chiedere in assaggio lo Chardonnay Conte Coreth 1999, ancora della linea Praedium. Questo chardonnay in purezza proviene dalle uve coltivate nella Residenza Conte Coreth a Pochi di Salorno, su terreni misti argillosi con depositi ghiaiosi, e vede sul suo cammino la fermentazione in acciaio, l’affinamento sui lieviti, la maturazione in botti di rovere da 50 ettolitri. Buone le sensazioni suscitate dall’assaggio, con un colore ancora da "formarsi" stante l’estrema gioventù, caratterizzato da un giallo paglierino piuttosto scarico e da una discreta consistenza. Dei profumi colpisce il carattere estremamente floreale, spiccato, che "marca" l’impianto e ne fa un quadro fine, ancor troppo giovanile per esprimere equilibrio. La bocca è sapida, acidula ma anche di corpo e solida. Non manca la grassezza ma tutto è proiettato sul futuro che verrà, che dovrà donare eleganza e armonia a un vino che può arrivare in alto.

Passiamo poi allo Chardonnay Cornell 1998, uno dei cru aziendali, che deriva da attenta selezione di uve dei diversi vigneti posti in Cornaiano (resa di 45 hl\ha). Dietro a questo vino ci stanno una pigiatura delle uve e una macerazione sulle bucce di 24 ore seguita da una fermentazione a temperature assai elevate (24°C) in barriques nuove francesi. Dopo 15 mesi di affinamento nei carati il vino è stato imbottigliato ed ha maturato ancora circa 8 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Il giallo paglia è netto, translucido e piuttosto denso. L’olfazione è ampia, di estrema eleganza e finezza, con note floreali e richiami balsamici nitidi, con speziatura di vaniglia, con sensazioni di resine boschive di grande peculiarità e complessità. La bocca è avvolgente e densa, coerente, dalla trama tannica del rovere delicata e "dolce", che ne accompagna lo sviluppo. Lungo e dinamicamente superiore, con qualcosa in più, il vino si concede in un finale degno di nota che ci ricorda ancora una volta il "passo" di un grande chardonnay. L’assaggio del possente e terziarizzato Chardonnay Cornell 1997, avvenuto di lì a poco in altra sede, mi fa presagire sviluppo e futuro radiosi per il 1998 visto e considerato che per amare il 1997 bisogna essere follemente innamorati del legno, legno che appare nella versione 1998 dosato in maniera più gentile con immediato risalto del frutto e della dolcezza, con immediata gradevolezza nella beva.

Terminiamo il tutto con l’assaggio del Cornelius Bianco 1997, un Mitterberg IGT derivante da una cuvée di pinot bianco (70%) pinot grigio (15%) e chardonnay (15%) che sono uve provenienti in parte da vigneti a pergola di oltre 50 anni e in parte da vigneti allevati a Guyot con 6000 ceppi per ettaro, di impianto più recente. Il vino ha visto una fermentazione in botte grande e barriques francesi, un affinamento sui lieviti fino all’imbottigliamento per 10 mesi. Intanto ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli e netta consistenza. Il naso è ampio, fragrante, nitido e ben sfumato giocato com’è sull’alternanza di variegate sensazioni "dolci" ed empireumatiche, su quadro intenso e persistente, molto fine. La bocca risulta di estrema compostezza e pregnanza, con il rovere che ne accompagna l’incedere per via di quelle intriganti note tabaccose. Il vino è di corpo e struttura lodevoli, si esprime morbido e con toni "dolci" al palato, e ci regala un finale succoso solo lievemente ammandorlato, di ottima persistenza e retrogusto. Vino giovane\pronto che può durare per un bel po’, vino da grandi numeri insomma.  

La chiosa: La chiosa sta nel dispiacere provato per una degustazione interrotta e limitata da una scaletta ferrea impostami da me medesimo, che ha lasciato pochi momenti di sconfinamento. Perché mai come in questo caso sarebbe valsa la pena allargare il quadro, non tanto e non solo per conoscere meglio gli altri vini bianchi, quanto per rimembrare e riaggiornare lo standard dei poderosi e pregnanti rossi che questa cantina pare sfornare con estrema regolarità. La promessa quindi non può essere che quella di un ….continua posto alla fine di questa chiacchierata.

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