![]() | Vinitaly: Cantina produttori Colterenzio |
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Podere
Rocche dei Manzoni Gianfranco
Alessandria Cosimo Taurino Fratelli
Pecchenino Cantina
produttori Colterenzio |
L’azienda: CANTINA PRODUTTORI COLTERENZIO Sede: Cornaiano (Bolzano) Preambolo: Pensate per un attimo a questi numeri: 310 (i soci conferitori) - 320 (gli ettari di vigna da gestire) - un milione (le bottiglie da "sfornare" ogni anno) - 24 (i vini diversi da produrre e commercializzare). Associate adesso questi numeri ad una realtà vitivinicola alto atesina che si chiama Cantina Produttori Colterenzio e aggiungete pure che di cantina sociale si tratta: sicuramente c’è di che storcere la bocca per gli intransigenti del "piccolo è bello", di coloro i quali cioè sono convinti che la qualità possa derivare soltanto da uno strettissimo contatto (connubio) tra il vignaiolo e il proprio vigneto, di coloro che assimilano al freddo concetto della "quantità fine a sé stessa" una produzione enologica che viene da una cantina che si porta appresso il nome sociale, che per questi motivi resta e resterà una produzione di basso profilo. Devo ammettere che fino a non molto tempo fa la realtà delle grosse case vinicole e delle cantine sociali non sfuggiva di molto a tale regola e la mala-considerazione negli ambienti che contano, quelli degli opinion leaders, era quanto mai giustificata. Già allora però vi erano dei distinguo, pochi beninteso, pochissimi, ma c’erano: in particolare ci riferiamo a una area "franca" dal nome Alto Adige che si è creata nel tempo, meritandosela appieno, la nomea di "anomalia alto atesina" intendendo con tale accezione l’approccio diverso nel produrre vino datosi da alcune aziende del territorio (soprattutto cantine sociali) che ben si distingueva dal mare nostrum delle grosse cantine sparse qua e là per l’Italia che non è che avessero fatto del bene fino ad allora alla nostra immagine interna e internazionale in fatto di vini di qualità. Negli ultimi 15-20 anni i tempi poi, per fortuna, sono cambiati e la filosofia e l’approccio di queste "mosche bianche" sono stati premiati tanto che oggi il concetto del risparmio e della quantità, senza il contraltare della qualità, pare non contare più di tanto, visto e considerato come sono andati modificandosi i gusti della gente.
Ecco che in vigna, dove vi sono allevamenti a pergola ma soprattutto, e sono quelli più recenti, a guyot si attuano: potature invernali corte; diradamento dei grappoli dopo fioritura (nelle linee di produzione più "alte" si sta tra i 45 e i 65 qli\ha); aumento della % di humus e della tenuta dell’acqua nel terreno attraverso la semina di leguminose e di apposite miscele erbacee; interventi antiparassitari biologici; sfogliature intorno ai grappoli negli impianti a contro-spalliera per garantire ottimali esposizioni al sole ed adeguate areazioni; selezione clonale che predilige uve a chicchi spargoli con bassa resa per ettaro onde scongiurare il problema delle muffe. In cantina invece sono stati seguiti i princìpi della modernità: vasi vinari in acciaio inox con fascia di raffreddamento, presse pneumatiche, sistemi di trasporto delle uve su nastro, uso delle barriques per i vini più importanti, impianti di refrigerazione. I risultati non si sono fatti attendere e non sono certo io che devo sottolinearli ancora, il fatto è che i numeri sono quelli snocciolati all’inizio dell’articolo mentre i risultati (i vini) sono sotto gli occhi (il naso, la bocca) di tutti, o meglio di chi, come me, è interessato a scoprire vini dell’Alto Adige (o italiani in genere) dall’elevato contenuto in qualità. È stato quindi per ragioni di studio, curiosità, approfondimento, ripasso, divertimento e chi ne ha più ne metta, che l’itinerario gustativo propostomi al Vinitaly2000 mi ha condotto al loro stand, comodissimo e spazioso, approntato nel settore dedicato al Trentino Alto-Adige, fortunatamente in quel frangente poco affollato e per questo ancor più invitante... Il commento: Come sempre il tempo
ci sta dietro (o sul collo) e molte volte è tiranno: per dire che
chiaramente e purtroppo l’attenzione si è dovuta concentrare gioco
forza su un numero limitato di bottiglie. La scelta fatta intende, nel
suo piccolo, A seguire assaggio il Pinot Bianco Weisshaus
1998 che presenta un giallo paglia più marcato (anche del verde
c’è nel colore), cristallino e non tanto denso. Al naso, fine,
prevale l’aspetto fruttato, di buona profondità, e c’è una
nota pungente di troppo. La bocca è sapida e molto più equilibrata
del 1999; caratteriale e tipica, ancora sorretta da buona acidità,
giocata sulla eleganza, soaevemente balsamica quindi rinfrescante, che
non guasta. Ha ancora energia per il futuro. Si cambia registro e sotto
lo sguardo del direttore supremo Luis Raifer, che pare severo ma è
solo attento, prontissimo com’è a tratteggiare con sintesi estrema
un vino, un modo o uno stile, mi appresto a chiedere in assaggio lo Chardonnay
Conte Coreth 1999, ancora della linea Praedium.
La chiosa: La chiosa sta nel dispiacere provato per una degustazione interrotta e limitata da una scaletta ferrea impostami da me medesimo, che ha lasciato pochi momenti di sconfinamento. Perché mai come in questo caso sarebbe valsa la pena allargare il quadro, non tanto e non solo per conoscere meglio gli altri vini bianchi, quanto per rimembrare e riaggiornare lo standard dei poderosi e pregnanti rossi che questa cantina pare sfornare con estrema regolarità. La promessa quindi non può essere che quella di un ….continua posto alla fine di questa chiacchierata.
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