|
I fratelli Pecchenino conducono
una azienda medio piccola, 90.000 bottiglie di cui il 70% destinate all’esportazione,
ma che ha fatto parlare parecchio di se per una serie di dcolcetti potenti
e concentrati.
Voi siete fra i protagonisti
di una rivoluzione nel mondo del Dolcetto di Dogliani. Ci dice qualcosa
della vostra filosofia?
"è vero, noi abbiamo inaugurato
una nuova impostazione, una novelle vague nella produzione del Dolcetto
di Dogliani. Siamo stati criticati, anche violentemente, ci hanno detto
che "questo non è più dolcetto". Noi pensiamo che solo con
la esaltazione della concentrazione si esalta il territorio, arriviamo
a rese per ettaro di 40-50 quintali; da chi assaggiava i nostri vini ci
siamo sentiti dire: ci avete messo qualcos'altro!"
"Non solo: la vera chiave
per valorizzare le virtù del vitigno è ancora la bassa produzione
e la grande concentrazione: noi non abbiamo un Pinot Nero! In Sicilia
con una produzione di 80 quintali per ettaro puoi fare un vino elegante,
in Piemonte viene una cosa assolutamente <verde>"
Quali problemi si incontrano
a lavorare con il Dolcetto a Dogliani?
"Innanzitutto nella zona di Dogliani
il Dolcetto tende a conservare una buona acidità. Il problema principale
è di dominarne i tannini e stabilizzarne il colore. Un'altra caratteristica
del vitigno è la minor reattività all'ossigeno, e dunque
con il legno si rischia una eccessiva cessione di profumi terziari. Noi
usiamo spesso botti vecchie perché hanno la stessa porosità
delle nuove ma cedono meno profumi, e ora stiamo sperimentando la micro-ossigenazione
in vasca grande, un metodo con il quale si riescono a cedere piccole quantità
di ossigeno senza ricorrere al legno piccolo."
E
i risultati?
"Il nostro Dolcetto D'Jermu 1997
è stato un vino pionieristico. Veniva da due annate mediocri (1995
e 1996) ed ha fatto scalpore, anche se il giudizio è stato contrastante:
è arrivato primo in alcune degustazioni cieche mentre in altre
è stato penalizzato."
Ci sono possibilità
di crescita per la vostra azienda?
" Diciamo un 25%, con vigneti
di proprietà."
Cosa ne pensa delle tendenze
enologiche attuali?
" Se devo guardare a livello
internazionale credo che ormai la barrique abbia stufato. Dopo tutto questo
vino legnoso mi sembra che ci sia un riflusso, siamo ormai alla frontiera
del gusto. Il legno interferisce troppo, il vino viene strinto
e talvolta succede anche col Pinot Nero. Bisognerebbe veramente trovare
delle botti vecchi che presentino la porosità delle nuove, ma ciò
non sembra possibile e per questo proviamo con la micro-ossigenazione.
Ma la tecnica è ancora da migliorare e la tendenza è verso
l’impostazione francese."
E parlando dell’Italia?
" L’enologia italiana non esisteva.
Noi pensavamo di sapere ma i libri di enologia italiani sono solo da riscrivere!
Contengono delle affermazioni completamente sbagliate, del tipo che bisogna
fare vini acidi per conservare i profumi o addirittura cogliere l’uva
acerba. Trattare un bianco del Reno come uno Chardonnay siciliano equivarrebbe
a buttar via il vino. D’altra parte non abbiamo un vitigno nobile come
il Pinot Nero che dia eleganza, noi dobbiamo puntare su frutto, colore
e concentrazione e, a nostro avviso, da questo punto di vista abbiamo
ottenuto un grande vino. Una cosa completamente diversa dal Sassicaia,
per fare un esempio, che è di grandissima eleganza pur avendo una
struttura mediocre."
Un commento finale, al
termine della nostra conversazione?
"Secondo noi l'enologia italiana
ha lavorato con una materia prima standard e con grandi alchimie, mentre
in Francia è successo il contrario, lavorando onestamente con una
buona materia prima. Tornando al dolcetto, la nostra strategia è
l'unica per salvare il vitigno, altrimenti si fanno solo delle brutte
copie del Nebbiolo. E arriviamo a dire che i piccoli vitigni autoctoni
sono l'unica salvezza. Insomma crediamo che la nostra strada abbia futuro,
altre portano alla rovina."
Ed ecco i vini:
Dolcetto di Dogliani
San Luigi 1999
Questo vino, che sarà
imbottigliato a fine estate e uscirà a fine anno, è prodotto
con le uve dei vigneti al di fuori dei "cru" e matura in acciaio. Il colore
è amaranto fitto e cupo e i profumi sono intensi, di carattere
floreale, iris e spunto carbonico. In bocca ha un corpo medio, sapido
e amarognolo, con un tannino prepotente, preponderante rispetto al frutto.
Dolcetto di Dogliani
Sirì D'Jermu 1999
Proviene da un vigneto particolare
e matura in barrique usate, questo vino che supera i 14%. Il colore è
impressionante, rubino cupo e aspetto vinoso. I profumi sono intensi e
penetranti di frutta nera (mora e ribes). In bocca è concentrato,
largo ma assai astringente. Si avverte la liquirizia e una grande concentrazione
del frutto. Chiude con un tannino veramente evidente.
Il Dolcetto Bricco Botti
1998 ha un colore leggermente più spento del precedente ma
profumi più dolci, floreali. Un vino di grande corpo, pieno in
bocca anche se con tratti di evoluzione maggiori. Bel tannino alla fine.
Assaggiamo anche l'annata 1997 che è sicuramente più
equilibrata, rotonda e meno astringente, con tannini evidenti ma fini
e un finale piacevolissimo. Veramente un bel vino.
Infine eccoci a un taglio
di Barbera Nebbiolo e Cabernet, La Castella 1997. I profumi sono
intensi di frutta nera e il colore concentrato, il vino è leggermente
"crudo" e un po’ sbilanciato il rapporto tra alcol e acidità; buona
concentrazione e chiusura di media lunghezza.
|