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"Perché chi ha cultura
deve copiare l'incolto?" In questa domanda che ci rivolge il signor Antonio
Mastroberardino riassume il suo orgoglio; per prima cosa dunque ci
illustra il Progetto Pompei, autorizzato dallo stato, che consiste nell'aver
piantato un ettaro e mezzo di vigneti all'interno delle mura dell'antica
città.
I vitigni autoctoni protagonisti
del progetto sono Aglianico, Olivella, Piedirosso, Coda di Volpe del Vesuvio,
Irpinia, Lacryma Christi, Greco e Fiano. "Il fascino del recupero dei
vitigni autoctoni è incomparabile". E fà un altro esempio:
"Prendiamo la Falanghina del Sannio: dapprima non ha avuto troppa fortuna,
ma ora è tardivamente esploso, ed è un vitigno che parla
italiano, tra Napoli e Caserta." "Noi ci siamo opposti al dilagare dei
vitigni internazionali; e pensate che da noi la fillossera è arrivata
tardi e poi c'è stata la guerra, così che praticamente la
viticoltura si era ridotta a zero; c'era la tendenza a ricostruirla importando
Trebbiano e Sangiovese, ma l'azienda si oppose e preferimmo ripartire
dalle nostre uve, anche se il vino così prodotto era più
caro. All'inizio ci si basava quasi esclusivamente sul consumo dei turisti
... che avevano i soldi!" E, parlando di vitigni, l'Aglianico è
quello con le maggiori potenzialità della zona; anzi, possiamo
dire che è uno di quei vitigni italiani che hanno le maggiori chance
per la realizzazione di vini eleganti e longevi. Con una precisazione
da fare: se infatti la tendenza attuale (ma che forse accenna già
a declinare) è guardare con attenzione ai vitigni meridionali perché
da essi si possono ottenere vini dai profumi dolci, tendenti al cotto,
l'Aglianico in questo si distingue appunto per i suoi tratti di eleganza,
talvolta addirittura aristocraticamente "vegetali".
Sarebbe bello continuare
la conversazione, ma il signor Antonio e richiestissimo e ci accomiata,
scusandosi per il poco tempo che ci può dedicare.
Proseguiamo la chiaccherata con uno dei tecnici di questo importante produttore
(la produzione totale è di 2.500.000 di bottiglie!) che ci spiega
innanzitutto come è organizzata questa azienda di grande tradizione
che, negli ultimi dieci-undici anni, ha ampliato la sua produzione ed
aumentato gli standard qualitativi. "Il demiurgo è il signor Antonio,
è lui che tesse tutte le strategie e decide i vini da fare; poi
c'è un agronomo e due enotecnici".
Qual'è la situazione enologica del Sud? chiediamo, "di dove siete?",
indaga il nostro interlocutore e, quando rispondiamo che la nostra base
è in Toscana, ci aggredisce scherzoso con un "in dieci anni vi
facciamo un c... così!!" con tanto di gesto esplicativo delle mani...;
poi, ricomponendosi rapidamente, ci dice: "c'è una evidente crescita,
e questo perché c'è una grande presa di coscienza e di consapevolezza
delle proprie possibilità, che sta portando ad una moltiplicazione
dei produttori che puntano alla qualità".
Ma dal punto di vista del mercato la cosa conviene? "Certamente, troviamo
un interesse sempre crescente verso i consumi di qualità".
Ci sembra di capire che il vitigno su cui puntate di più è
l'Aglianico? "Direi di sì, anche se devo dire che a mio parere
vini fatti con Aglianico in purezza possono venire, diciamo, un po' <spenti>.
Un 15% di Piedirosso rende il vino più accattivante: è quello
che facciamo con il nostro Historia."
I metodi di affinamento prediligono il legno grande o il piccolo? "Alcuni
nostri vini maturano in barrique. Va detto che nella nostra zona l'uso
della barrique è iniziato molto tempo fa, 40 anni fa per i vini
bianchi, per renderli più accattivanti. E questo li rendeva fra
l'altro difficili da vendere, perché uscivano due anni dopo la
vinificazione. Questa tradizione si era un po' persa, e noi l'abbiamo
ripresa."
Ed eccoci ai vini: La
Falanghina del Sannio "Plinius" 1999 è di colore paglierino,
con aromi di mela matura e agrumi di media intensità. Scivoloso
alla beva e amarognolo nel finale, lascia la bocca asciutta e pulita.
Il Lacryma Christi Rosso del Vesuvio 1999 è composto da
Piedirosso in purezza; di color rubino chiaro regala profumi floreali
e cipriosi, e piacevolezza al gusto con una leggera carbonicità,
anche se non è molto strutturato e cortino in bocca.
Il
Radici 1996 è un Taurasi DOCG prodotto con Aglianico al
100%, provieniente da vigneti situati a seicento metri di altitudine,
che danno una resa di 62-63 quintali per ettaro. L'invecchiamento avviene
per un anno in botte, uno in barrique e uno in bottiglia. Dal colore rubino
chiaro brillante, mostra profumi eleganti e presistenti di ciliegia matura
al naso mentre in bocca ha un impatto di notevole morbidezza che cambia
nel finale su toni un po' vegetali, quasi aspri. Un vino di notevole corpo,
destinato a invecchiare per anni e anni. Di nuovo un nome che riporta
al passato, alla storia gloriosa del belpaese per l'ultimo vino che assaggiamo,
il Naturalis Historia 1997, un IGT Irpinia composto da Aglianico,
con un aggiunta di Piedirosso al 15%, che matura 18 mesi in barrique (nel
momento dell'assaggio stava ancora affinando). Il colore è rubino
limpido acceso ma non concentrato. Nei profumi molto espressivi mostra
toni erbacei e la vaniglia del legno si mescola con la ciliegia matura.
Al gusto il tannino ancora un po' verde lascia poi posto ad un retrogusto
dove il frutto viene fuori potentemente. Un buon prodotto, forse un po'
sbilanciato sull'alcolico (14%). Non ci resta che concludere questa bella
esperienza tra i migliori vini campani notando come, a differenza di quanto
sentito in molti altri vini assaggiati, l'apporto del legno piccolo in
questi non sia mai preponderante e, più che speziatura, fornisca
corpo e complessità olfattiva.
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