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Il gentile e simpatico Andrea Sottimano rappresenta la terza generazione di vignaioli per questa azienda i cui vigneti assommano a dodici ettari circa, in cui hanno lavorato prima il nonno e poi il padre; lui ci lavora da tre-quattro anni.

Ti piace questo lavoro o ti sei trovato a farlo perché c'era l'azienda di famiglia?
"Sicuramente è questa la mia passione. Certo, l'influenza della famiglia nel mio amore per il vino c'è stata; non andavamo in pizzeria, ma al ristorante."

Quali sono le vostre strategie in vigna?
"Le rese basse, innanzitutto. L'abbiamo imparato andando in giro... Facciamo tre riprese di diradamento, a giugno, luglio e agosto, e sono operazioni veramente massicce. Mio nonno non riesce a capire perché si butta via l'uva!"

Avete un enologo?
"Diciamo che siamo tutti enologi... comunque è la vigna che fa la differenza. A noi l'esperienza ha fatto pian piano differenziare i vigneti; oggi abbiamo quattro sottozone di Barbaresco e siamo arrivati al punto che i vigneti non sono più divisibili: insomma, bisogna fare come in Francia."

C'è mercato per queste barbere così cariche, concentrate, forse diverse dalla tradizione?
"Averne di più!"

E non parliamo di Barolo e Barbaresco...
"Sì, in effetti Giappone e Stati Uniti da soli esaurirebbero tutto il mercato di Barolo e Barbaresco. Noi esportiamo circa il 60% della nostra produzione, ma non avrebbe senso aumentare questa quota fino ad arrivare al 100%. Sarebbe come non esistere più!"

Cosa pensi del problema vitigni autoctoni e non?
"Io non credo ai vari Cabernet, Merlot, Syrah. Però il concetto di tipicità è un po' un campo minato..."

Assaggiamo i vini:

Barbera Pairolero 1998. Il vino prende il nome dalla frazione dove sono situate le vigne. Viene ottenuto con una prima macerazione a trenta gradi tenendo sotto controllo l'estrazione dei polifenoli; dopo quattro giorni sulle vinacce si svina e, dopo una notte in vasca, va in barrique dove sta per tredici-quattordici mesi. Il colore è quasi impenetrabile, rubino scuro con riflessi violacei, e i profumi sono di mora e cioccolato con lievi accenni di tabacco. In bocca è morbido, e il lungo finale è marcato da note di liquirizia. Lo annotiamo tra i migliori prodotti assaggiati!

Il Barbaresco Pajarè 1997 Vigna Lunetta invecchia quasi solamente in botte grande, solo il 10% passa in barrique. Il colore è granato, ma abbastanza acceso, e i profumi eterei e penetranti con marcature di rosa e ciliegia. La bocca è complessa e importante, i tannini non eccedono sul frutto e la sensazione complessiva è di una grande piacevolezza. Un altro vino che ci sorprende molto positivamente, e siamo solo al secondo prodotto di questa azienda.

Barbaresco Cottà Vigna Brichet 1997. Dopo il vino precedente questo ci sembra un po' sottotono, il passaggio per il 40% in barrique nuova lo esalta dal punto di vista aromatico e lo rende più maturo, buona anche la concentrazione e l'attacco in bocca, ma percepiamo minor struttura e anche minor persistenza.

Il Barbaresco Currà Vigna Masuè 1997 è di nuovo prodotto utilizzando solo marginalmente la barrique. Più vivo il colore ma con profumi meno intensi; l'attacco in bocca è un po' magro e il tannino preponderante.

E concludiamo col Barbaresco Fausoni Vigna del Salto 1997. Invecchiato come il Cottà, con un 40% di legno piccolo nuovo, mostra già al colore una grande intensità, che viene confermata dai profumi: elegantissimi e floreali; l'attacco è dolce e intenso e la disposizione di bocca viva e stimolante. Forse si percepisce un leggero eccesso di vaniglia, ma sicuramente siamo di fronte a un bel vino, il terzo asterisco sui nostri appunti per questo produttore.

 

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