| Piemonte | Cascina Luisin |
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Podere
Rocche dei Manzoni Gianfranco
Alessandria Cosimo Taurino Fratelli
Pecchenino Cantina
produttori Colterenzio |
Rappresentare una delle cinque cantine storiche di Barbaresco non è un compito facile, specialmente in momenti come questi in cui i modi e metodi del fare vino langhigiano sono sempre più spesso messi in discussione. Ma il giovane Roberto Minuto non si fa certo intimorire e, se vede positivamente la mossa data dagli innovatori a quei produttori che si ostinavano a usare botti troppo vecchie e a produrre vini poco bevibili, non si lascia comunque trascinare lungo la via di una completa rivoluzione. Cascina Luisin imbottiglia dal 1913 e si capisce quindi questo attaccamento alla tradizione, che si può rivedere, certo migliorare, ma che non va dimenticata totalmente seguendo mode che potrebbero anche rivelarsi effimere. "L'importante è di fare capire al consumatore quali sono le differenze tra i vini e i metodi di produrli. Due vigne anche poco distanti danno vini diversi, ed a questa diversità la barrique aggiunge alcune caratteristiche, la botte grande altre." Insomma, l'importante è il vino, "ed è comunque molto positivo questo boom enologico, perché ha fornito le risorse per migliorare la produzione." Ma in cosa consiste infine il seguire la tradizione per i prodotti della Cascina Luisin? "Macerazioni di media lunghezza (10-11 giorni), che abbiamo anche provato a ridurre usando diversi tipi di vinificatori, provando con la rotomacerazione e con la macerazione in legno, per poi tornare indietro. La rotomacerazione non è adatta al nebbiolo secondo noi, va bene forse per dolcetto e barbera, ma rende atipico il prodotto se usato sul nebbiolo. E poi è vero che senza rotomacerazione il vino risulta meno colorato, ma alla fine è più duraturo. Il colore fissato dalla rotomacerazione alla fine svanisce più in fretta, a meno di non affinare in barrique, ma in quel modo si cambia anche il sapore!" "Per quel che riguarda la vigna invece, tentiamo di tenerci il più possibile sul naturale, con inerbimento e concimazione solo a letame." Passiamo quindi ad assaggiare con una certa curiosità questi vini che potremmo definire innovatori nel solco della tradizione. Il Dolcetto Bric Trifula 1999 ha un colore melanzana di media intensità accompagnato da profumi intensi centrati sul ribes. Al gusto è complesso ma un poco aspro. Il 1999 è stata una annata eccezionale per il dolcetto e lo sentiamo specialmente nel corpo e nel finale che risulata lungo e persistente. Un vino che alla vendita diretta va sulle 10.000 lire.
Barbaresco Sori Paolin 1997. Questo prodotto, la cui uva proviene da un terreno sabbioso ben esposto a sud, è di color granato e sprigiona aromi maturi con spunti di pepe bianco. Bello al gusto, dove il corpo è pieno e rotondo e le note floreali risultano fini, anche se non troppo intense.
Due vini che superano le 40.000 lire a bottiglia, ma che vediamo ben spese, specialmente nel caso del Rabajà! E due vini che sicuramente avranno lunga vita, come ci assicura anche il produttore. Concludiamo con un prodotto che ci lascia un po' sconcertati, non organoletticamente, ma per la scritta Barrique che spicca sull'etichetta. Ma come, non eravamo immersi nella tradizione? C'è poco da fare, qualche concessione al mercato va fatta, seppure con un prodotto di seconda fascia (si torna alle 25.000 lire). Il Barbera Asili 1997 Barrique ha un colore rubino un po' spento, nonostante il passaggio in legno piccolo. Aromi ben amalgamati di frutta, tabacco e spezie e un buon equilibrio. Notevole il finale, giustamente tannico, caldo e veramente intenso nel retrogusto. Un vino che ci piace un po' meno dei precedenti, ma che ci ha ugualmente ben impressionato, nonostante i 20 mesi di barrique, nuove per 1/3, che lo contraddistingono abbastanza nettamente. Si vede che quando c'è la sostanza anche le sperimentazioni hanno buon esito! (lb) |
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