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I titoli


Le regioni ad alta vocazione di eccellenza nel settore, piemonte in testa, guidano la rappresentanza di 100 aziende alla rassegna chinawine. Il vino italiano a Pechino punta al mercato più grande del mondo

PECHINO Con 80 milioni di persone ad alta capacità di reddito ed altri 220 milioni che vedranno crescere esponenzialmente le loro possibilità di acquisto nei prossimi dieci anni, la Cina rappresenta un mercato di dimensioni di assoluto interesse per i prodotti del made in Italy agroalimentare. Segnali raccolti dalle cento aziende italiane del China Vinitaly, il Salone del Vino, dell’Olio e del Prodotto Tipico che Veronafiere organizza per il quarto anno a Pechino e dal prossimo a Shanghai. Presenze qualificate che vedono in primo piano le rappresentanze regionali di Sicilia, Marche, Veneto, Campania e Piemonte, con offerte degustative elaborate da Ice e Slow Food e condotte da Giuseppe Martelli, direttore Assoenologi, e Silvio Barbero, vicepresidente dell’associazione per la cultura e la salvaguardia degli alimenti tipici. «Veronafiere si propone come il punto di riferimento per l’internazionalizzazione del sistema agroalimentare italiano, in una fase economica in cui è ormai necessario per le imprese aprirsi e mantenere nuovi mercati - dice il commissario dell’Ente Fiera di Verona, Pierluigi Bolla -. L’Asia è un’area di grande interesse, soprattutto Cina, Giappone e Singapore dove organizziamo manifestazioni e degustazioni anche nel 2001». Tra 10 giorni Veronafiere sarà a Tokyo per una rassegna analoga. Che il mercato cinese sia da tenere in grande considerazione lo confermano tutti gli osservatori più inseriti nella vita economico-politica della Repubblica Popolare. Come ha dimostrato ieri il viceprimoministro (indicato come futuro premier) Jia Bao Weng, che ha brindato allo stand del Piemonte con un Barbaresco ‘99. «Il mercato dei vini italiani di qualità può crescere moltissimo, a patto che si proponga la cucina nazionale come mezzo di conoscenza del vino e si organizzino con frequenza degustazioni e seminari - sottolinea Thierry Cohen, presidente di Eccellenza Italia. Entro l’aprile del 2002 in Cina il costo del vino in bottiglia sarà inferiore del 20%. Questo potrà dare un’ulteriore spinta, anche se non rappresenta l’elemento vincente sul mercato». Guardare alle sole cifre significa non cogliere le reali potenzialità di questo mercato. Il vino italiano nel 2000 ha raggiunto i 10 miliardi di lire e rappresenta un sesto del valore del vino internazionale venduto sul mercato cinese. Per una bottiglia di Amarone o di Barolo al ristorante ci vogliono circa 100 dollari. Ma il mercato dei vini di qualità italiani sta crescendo, come confermano i dati diffusi da Stefano Raimondi dell’Ufficio Vini dell’Ice, che registrano nel primo semestre del 2001 un aumento in volume del 67 e in valore del 67%, con una crescita costante dal ‘96 ad oggi passando dalle 2600 alle 8000 lire in media per bottiglia. E se oggi i consumi sono di 0,3 litri pro capite, gli analisti giurano che fra dieci anni saranno decuplicati. Moltiplicando per 1,3 miliardi di persone si rischia di perdere il conto. Inoltre, l’abbassamento sensibile dei dazi di importazione favorirà ulteriormente il vino in bottiglia. «Negli ultimi cinque anni - dice Cohen - le quote vendite di vino di qualità sono passate dall’80% al 20% nei ristoranti dei grandi alberghi, mentre sono proporzionalmente incrementate nella grande distribuzioni, ma soprattutto nei ristoranti internazionali e non solo nei cinquanta italiani di buon livello».«L’Inzolia siciliano e il Gavi piemontese con i ravioli al vapore, la Barbera o il Valpolicella con l’anatra laccata, il Moscatello toscano o il Moscato piemontese con dolci a base di frutta, sono matrimoni del gusto che i cinesi stanno imparando a celebrare», sottolinea Silvio Barbero. Anche l’olio d’oliva di qualità 100% made in Italy sta riscontrando un grande interesse da parte del mercato cinese e rappresenta la novità di questo ChinaWineItaly. Per la prima volta a Pechino, ha suscitato grande interesse tra buyer, consumatori e ristoratori. Oliveti d’Italia, macro-organizzazione commerciale costituita da Unaprol e Delverde, ha organizzato la presenza del migliore prodotto italiano utilizzando un finanziamento comunitario gestito direttamente dall’Ismea. Obiettivo di Oliveti è quello di rafforzare la presenza del prodotto di qualità italiano facendo leva sulla tracciabilità e genuinità dell’olio extravergine di oliva, la cui richiesta ha registrato sensibili aumenti negli ultimi mesi. [c.a.d.]


(La Stampa, 11/11/2001)


Vino, il mercato cresce dentro la bottiglia. Il comparto sta vivendo una fortunata stagione, l'export aumenta e si afferma il prodotto di qualità

CARLO CAMBI
Negli accadimenti c'è sempre qualcosa di simbolico che va oltre la realtà oggettiva. Nessuno avrebbe mai pensato che l'umile vino, un prodotto della terra considerato per decenni a partire almeno dalla seconda industrializzazione una grandezza economica trascurabile varcasse le soglie del più celebrato tempio dell'industria: il Lingotto. Lo ha costruito la Fiat su progetto di Renzo Piano per ospitare il Salone dell'Auto, per dare una sede espositiva degna del prodotto simbolo del boom economico italiano: le quattro ruote. Poi il Lingotto è approdato nel portafoglio di Alfredo Cazzola, presidente della Promotor International, la holding fieristica più importante d'Europa, e l'imprenditore bolognese inventore del Motoor Show ha voluto lì nel tempio dell'auto, ma anche in uno dei comprensori vitivinicoli più importanti del mondo, il Piemonte, anche il Salone del Vino. Ecco il dato simbolico che sancisce al di là dell'importanza della manifestazione piemontese, prima di tutto il successo del comparto vitivinicolo.
Il Salone del Vino comincia giovedì, allinea 810 cantine di tutta Italia e annuncia la presenza di buyers, critici, enogastronomi da tutto il mondo. Per il vino è un successo essere diventato l'oggetto di attenzione di una organizzazione fieristica abituata a promuovere soprattutto i must dell'economia e non va trascurato il fatto che questo Salone nasce da un'iniziativa imprenditoriale, non da un intento promozionale in cui la mano pubblica, come quasi sempre accade in agricoltura, contribuisce largamente. Insomma il vino è diventato un prodotto di punta sul quale l'imprenditoria comincia a scommettere forte. È un riconoscimento d'importanza e di valenza economica del comparto. E infatti quello del Lingotto sarà un salone "esclusivamente professionale", prima di tutto improntato alla valorizzazione del prodotto vino e delle aziende vitivinicole che partecipano di una triplice natura: quella agricola, quella industriale e quella commerciale. Nei quattro giorni del Salone (è aperto fino a domenica 18) c'è spazio per parlare e assaggiare di vino soprattutto in termini economici, professionali e commerciali.
Il comparto vitivinicolo in Italia sta vivendo una fortunata stagione: l'export è in costante aumento e per la prima volta lo rivela l'ultimo rapporto Ismea il fatturato estero del vino in bottiglia ha superato quello del vino sfuso. E' accaduto nel primo semestre 2001 e si presume che a fine anno il fenomeno sarà ancora più accentuato. In cifre significa che il saldo attivo della nostra bilancia commerciale si incrementa di oltre 2.000 miliardi di lire, che le cantine italiane contano su un giro di affari che è attorno ai 18 mila miliardi. Ma il dato più importante di questa rilevazione è quello politico: significa infatti che il vino italiano ha smesso di essere comprato all'estero per fare da base ad altre bottiglie, è comprato per la sua intrinseca qualità. Se si legge la statistica Ismea si scopre infatti che c'è stata una contrazione in volume di vino esportato (meno 6 per cento) ma un apprezzamento in termini di valore (11 per cento). E da quella indagine si rilevano anche altre due tendenza interessanti: l'incremento di export di vini spumanti italiani. Stiamo dunque recuperando posizioni su tutti i mercati e non è lontano il momento in cui saremo, oltre che il principale paese produttore in termini di quantità (circa 52 milioni di ettolitri con una forte contrazione negli ultimi dieci anni), anche il più importante paese esportatore. Intanto c'è da registrare il sostegno dei prezzi: il vino italiano cresce molto più dell'inflazione (6 per cento su base annua) con una forte impennata dei prezzi dei rossi a denominazione. Dunque il settore enoico è in una fase di forte produzione di reddito. C'è inoltre un aspetto patrimoniale rilevante: l'incremento del valore fondiario delle imprese vitivinicole. Nell'ultimo decennio il valore dei terreni "vitati" si è infatti più che decuplicato. Tuttavia per le aziende questa alta patrimonializzazione non si traduce necessariamente in incremento di dotazione finanziaria. E infatti uno dei motivi economici di maggiore interesse del Salone di Torino sarà proprio il dibattito sui fondi chiusi, i futures, gli strumenti finanziari per sostenere le aziende e per cercare di cambiare il modo di vendere il vino.
A questi dati positivi se ne accompagnano altri negativi. Li ha richiamati spesso Ezio Rivella, il presidente dell'Unione Italiana Vini che ha dato nuovo impulso all'associazione. Rivella sofferma l'attenzione su due fattori di potenziale debolezza: il primo è che il vino sfuso, che rappresenta pur sempre la metà della nostra produzione, incontra difficoltà ed è fortemente esposto alla concorrenza in termini di prezzo da parte dei paesi vinicoli emergenti (Cile, Argentina, Sudafrica, Australia), il secondo è che il nostro export dipende essenzialmente da 4 mercati (Germania, Usa, Inghilterra e Benelux) e che è necessario tentare allargamento di frontiere e soprattutto è opinione di Rivella, ma largamente condivisa curare molto il mercato interno se sempre più connotato da un consumo "edonistico" del vino. Vuol dire che in Italia si beve meno ma si beve molto meglio. Senza un rafforzamento del mercato domestico sarà infatti complicato resistere al prevedibile calo di richieste soprattutto dall'America.
Ma per sostenere il mercato interno entra in gioco la questione della distribuzione. E non a caso anche qui siamo in presenza di una piccola rivoluzione. Lo testimonia l'attenzione della GDO per il vino italiano. Coop Italia come ha esplicitamente dichiarato Sergio Soavi responsabile acquisti del gigante cooperativo sta puntando moltissimo sul vino di qualità. Il prezzo medio delle bottiglie vendute è passato in un paio d'anni da 5 mila a 10 mila lire, il che vuol dire che si è innalzata la qualità richiesta dai consumatori. Ed infatti la Coop (vende vino per 180 miliardi) sta attrezzando corner dove si trovano tutti i gradi vini italiani. È' la conferma che le bottiglie sono ormai diventati veri oggetti di desiderio.


(La Repubblica, 12/11/2001)

Vini italiani, chi vince la gara del business. La prima indagine congiunturale condotta su 200 enoteche e winebar dall'Osservatorio del Salone del Vino, il centro studi creato da Alfredo Cazzola per monitorare il settore, mostra come il Brunello di Montalcino sia il prodotto più venduto, seguito da Chianti, Barolo e altri piemontesi

PAOLA JADELUCA
Brunello di Montalcino, il più amato dagli italiani. Il vino toscano, che la prestigiosa rivista americana Wine Spectator ha inserito nella lista dei dodici vini più grandi del Novecento, è quello che gli appassionati del "bere bene" comprano di più nel nostro paese. E' quanto risulta dalla prima indagine congiunturale dell'Osservatorio del Salone del Vino, la struttura di ricerca non profit della Promoter International, che fa da supporto statistico al Salone del Vino che si terrà a Torino a partire da giovedì prossimo.
LOsservatorio ha chiesto a 200 enoteche e winebar italiani di indicare, in ordine di importanza, i vini più venduti in settembre. Un panel particolarmente significativo perché raccoglie le preferenze dei consumatori di fascia alta, dunque estremamente indicativo delle tendenze di un mercato che, dicono le rilevazioni nazionali, si mostra sempre più orientato verso i prodotti di elevata qualità. Un'indagine volutamente circoscritta al segmento top, visto che il questionario riguardava soltanto bottiglie doc e docg. Il risultato? Il 45% delle enoteche ha registrato un sensibile aumento nella vendita di bottiglie nel periodo settembre 2001 rispetto al settembre 2000. E in testa alle preferenze restano i vini rossi (il 60% delle enoteche registra aumenti di vendita di queste bottiglie) mentre i bianchi sono sostanzialmente stabili (il 38% ha avuto incrementi di vendita). Restano invece i rosati, ancora non adeguatamente apprezzati nel nostro paese (l'incremento si è registrato solo nel 18% dei casi).
«Il ruolo di questo Osservatorio è duplice», racconta Alfredo Cazzola, presidente della Promoter International, la holding fieristica più importante d'Europa. E' lui, l'imprenditore bolognese, l'ideatore di questa iniziativa, che ha preso piede nel momento stesso in cui ha deciso di portare il vino nel tempio delle automobili. Spiega Cazzola: «Da una parte intendiamo fare comunicazione utile in primo luogo ai produttori, in più c'è sembrata una buona occasione per accendere i riflettori una volta al mese su un business che vale 18.000 miliardi all'anno».
«Promoter ha un centro studi formato da un pool di statitistici e esperti, che aveva già una solida esperienza di indagine in altri settori continua Cazzola Abbiamo così deciso di trasferire il nostro knowhow, supportato da specialisti di settore, anche sul mercato enoico, che nonostante le dimensioni raggiunte, manca ancora di una fonte di indagine specifica, di un collettore unico di dati. Oltre a raccogliere dati da tutte le fonti, ci siamo in particolare concentrati sull'orientamento dei consumi di qualità. A questa prima indagine ne seguiranno altre, a ritmo mensile, che cercherano di monitorare tutti gli aspetti e le tendenze del mondo enoico».
Nella classifica compaiono 102 denominazioni. La top ten (vedi grafico al centro della foto ) è così composta: il Brunello di Montalcino è leader indiscusso, a fargli compagnia sulla vetta altri due grandi toscani, il Chianti e il Chianti Classico; quarto viene il Barolo seguito dalla Barbera d'Asti, dal Dolcetto e dal Barbaresco; la carica dei piemontesi è interrotta all'ottavo posto dal Greco di Tufo, un campano, e riprende poi al nono gradino con la Barbera d'Alba; chiude la graduatoria dei "magnifici dieci" il Sangiovese di Romagna. Per grandi aree territoriali, nella graduatoria dei primi venticinque, il Nord compare con undici vini, il Centro con cinque e il Sud con nove. Da notare, inoltre, che gli spumanti per i quali si registra un lieve incremento nel gradimento sono presenti in classifica con la Franciacorta, la docg lombarda che si sta facendo largo con sempre maggior forza sul mercato si è infatti classificata undicesima.
La classifica è stata stilata in questo modo: attribuendo ad ogni risposta delle enoteche interpellate un punteggio da 1 a 5 (1 per il quinto posto, 5 per il primo), rapportando poi il punteggio ottenuto al totale massimo ottenibile e moltiplicando il risultato per 100. L'indicatore può così variare da un valore minimo di zero, nel caso in cui un vino non sia stato inserito nella rosa dei primi cinque da nessuna delle enoteche interpellate, ad un valore pari a cento, nell'ipotesi estrema in cui un vino venisse indicato al primo posto da tutte le enoteche interpellate.
Gi italiani bevono di meno, ma bevono sempre meglio, dicono le statistiche. E, a quanto, pare, neanche l'impennata dei prezzi frena il consumatori. Il prezzo del vino, dicono infatti le ultime rilevazioni Ismea divulgate dall'Osservatorio del Salone, cresce più dell'inflazione: l'indice dei prezzi al consumo ha fatto registrare a settembre scorso, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, un incremento del 6.1%., più del doppio rispetto dei prezzi al consumo, che a settembre è stato del 2,6%. La crescita non è uniforme. I vini con i prezzi più in tensione sono proprio i doc e i docg rossi, che fanno registrare su base annua il 28,8% di aumento, mentre doc e docg bianchi hanno una crescita di prezzi contenuta dello 0,8%. I vini con gli aumenti più sensibili? Chianti dei Colli Senesi (100% di aumento) seguito dal Chianti (98%). Un duro colpo per il portafoglio degli italiani che fanno tendenza.

(La Repubblica, 12/11/2001)

Sette aziende del cuneese offrono parte dei guadagni ad emergency e agli ospedali di guerra. Il vino diventa etico, 150 milioni di solidarietà

Sergio Miravalle
CUNEO GINO Strada è in Afghanistan e non può sapere che ieri, grazie ad un gruppo di produttori di vino, la sua Emergency ha ottenuto 30 milioni per finanziare l’attività degli ospedali di guerra. Altri 10 milioni andranno a padre Giovanni Onore, un missionario entomologo piemontese che acquista ettari di foresta amazzonica in Ecuador per salvarla dalle ruspe. E altri 10 milioni andranno ad Amani, una organizzazione che aiuta i profughi del Sudan. Tutto questo è stato deciso ieri, giorno di San Martino, fine dell’annata agraria. Sette aziende viticole di Langa hanno infatti stabilito di devolvere una parte dei loro guadagni ad opere socialmente utili. E’ un esempio concreto di enologia etica, lontana da «furbe» operazioni di marketing ma che è stata in grado di distribuire 150 milioni di lire. Ma come è nato questo straordinario «tesoro»? E’ stato messo insieme lira su lira, vendendo in tutto il mondo 15 mila bottiglie di un vino che non c’era e adesso c’è. Lo producono, come si è detto, sette vignaioli di Langa. All’ultimo Salone del Gusto, quando hanno presentato il loro progetto, li avevano chiamati «Elio e le basse rese», dove Elio sta per Altare, il famoso produttore di Barolo, e le basse rese sono la filosofia produttiva del gruppo, che è composto dal vicino di cortile di Elio, Mauro Veglio, e dagli altri lamorresi, Mauro Molino, Giovanni Corino, i fratelli Carlo ed Enzo Revello e Federico Grasso. A completare il gruppo c’è anche uno «straniero», Gianfranco Alessandria di Monforte. Sono tutti giovani e credono in quello che fanno e come lo fanno. Questo loro vino lo hanno chiamato «L’Insieme». Un nome, un programma. E’ prodotto in qualche migliaio di bottiglie da ognuno di loro, ottenuto da uve cosmopolite come Cabernet, Pinot nero, Merlot, in abbinamento al frutto dei vitigni autoctoni: Nebbiolo, Barbera, Dolcetto. C’è chi passa il vino in barrique, altri meno. Sono vini importanti, corposi, dalla semplice etichetta bianca. Ogni produttore ci ha messo del suo, la firma delle sue vigne. Non esiste una formula unica, siamo all’«individualismo collettivo». Ciascun vignaiolo ha versato 10 mila lire a bottiglia dal prezzo ricavato dalla vendita (in media 40 mila lire), e ha alimentato così un salvadanaio intestato a una fondazione, costituita con atto notarile. Altri soldi sono arrivati da clienti, soprattutto stranieri, che credono nel progetto. E così ecco il tesoro: 150 milioni ottenuti dalla scorsa annata e che i sette produttori hanno deciso di spendere in opere socialmente utili. E per stabilire come investire questo capitale, quelli de «L’Insieme» hanno chiamato a La Morra un gruppo di saggi: giornalisti, comunicatori, personaggi del vino, chiedendo loro di scegliere tra i progetti in attesa di finanziamenti. Non è stata un’indicazione facile, c’erano quindici candidature da analizzare. Si è deciso di suddividere il capitale in due parti: due terzi, ovvero 100 milioni, andranno alla realizzazione di una sala giochi per bambini nella struttura-alloggio per madri in difficoltà realizzata in una cascina di Langa dalla cooperativa Alce di Alba. Cinquanta milioni sono andati agli interventi di solidarietà internazionale: Emergency, Otonga e Amani. Elio Altare, 51 anni, o meglio 33 vendemmie, una delle griffe del Barolo più conosciute, ha dimenticato per un giorno la bufera dei tappi che gli ha fatto perdere la gran parte dell’annata 1997 («sono in causa con la ditta che me li ha forniti»), ed è tornato a guardare avanti con una caparbietà contagiosa. E infatti dal Friuli sono arrivati segnali di adesione di altri produttori, l’idea di «Insieme» è destinata a crescere nei prossimi anni. Dalle vinacce dei sette vini nascerà anche una grappa e anche questa nel suo prezzo avrà una quota destinata alla solidarietà.


(La Stampa, 12/11/2001)

Paolo Massobrio: Sono un successo i wine bar Preferiti da giovani e donne

TORINO CHE siano Bartolo Mascarello, Giuseppe Rinaldi, Teo Cappellano e Aldo Vajra i nomi più significativi che spiccano dall’elenco delle oltre ottocento cantine del Salone del Vino di Torino è un dato significativo che si può leggere in vari modi. Uno dei tanti è che i cosiddetti «tradizionalisti» (ossia quelli che al vino che matura col tempo credono ancora) hanno deciso di uscire allo scoperto per spostare quel vento di appiattimento ai gusti internazionali che sta soffiando da troppo tempo. Questo Salone arriva dunque nel momento in cui il vino italiano si sta affermando nel mondo, ma anche quello in cui, davanti a vendemmie straordinarie (segnatevi il 1997 per il Barolo), molti critici hanno fatto chapeau ai maestri di vigna e cantina, dopo le ubriacature di cabernet e di merlot o dei «vini del falegname» accarezzati da una piccola botte di legno, la barrique, indicata assai spesso come la nuova profezia dell’enologia ma senza spiegare come si doveva usare. Anche Veronelli (chapeau anche lui e alla sua guida dei vini che riporta i «documenti» dei suoi credo e delle sue battaglie) ha cominciato a scoprire nei vini che sanno di legno una scarsa allegria. Cos’è allora questa fiera del vino? L’occasione per abbattere un altro muro, che è quello delle carte dei vini fotocopia nei ristoranti, uguali da Bolzano a Palermo, con le solite griffe e le solite venti etichette, sempre quelle. Qui in fiera, allora, ce n’è per tutti e a scorrere l’elenco stuzzicano la curiosità i tanti nomi sconosciuti ai più. La stessa che ­ se ne parlerà nel convegno di Bargionale previsto oggi pomeriggio ­ hanno portato al successo vinerie e wine bar. Locali frequentati da giovani (il 52% sono sotto i 35 anni, di cui il 40% donne) dove si aprono grandi bottiglie assaggiate con spirito critico. Ed è curioso che il 41% delle 400 etichette presenti in media in ogni wine bar sia del territorio. E allora eccoli i campioni sconosciuti che hanno rianimato colline e paesi. I nomi? Se la parte del leone la fa il Piemonte, è bello sapere che hanno deciso di mettersi in mostra I Calici di Magliano Alfieri autore di una Barbera nature e senza maquillage al savoir di legno, oppure quel Mario Pesce dell’azienda Scarpa di Nizza Monferrato che è il Bartolo Mascarello della Barbera, quella che diventa un grande vino con anni di affinamento. Ma ci sono anche Luca Abrate e Daniele Chiappone, il primo di Bra e l’altro di Nizza che a scuola hanno progettato le cose per bene ed oggi fanno Barbera, Nebbiolo e Arneis imbattibili nel rapporto qualità prezzo. Laura Valdirerra sta invece a Gavi ed il suo vino bianco ha il colore della luce al mattino presto, mentre il sapore è come un velluto. Antonella Natta ha puntato su Freisa e Malvasia di Castelnuovo don Bosco ed è irresistibile, quasi come il Brachetto di Elisabetta Castellucci di Strevi, altra giovane, entusiasta donna del vino. Chi ha fatto strada è poi Anna Maria Abbona di Farigliano con il Dolcetto di Dogliani «Maioli», uno dei più buoni. Fa poi piacere vedere alla ribalta i produttori di un vino raro del Piemonte, il Ruché, a cominciare da Borgognone che ha preso in gestione le mitiche vigne del parroco; la Tenuta dei Re, condotta da un fratello laico della famiglia Gelmini (quella di padre Eligio e di don Pierino), oppure gli ultimi arrivati, gli svizzeri tedeschi Felix e Monica Bingeli, che stanno costruendo la nuova cantina proprio a Castagnole Monferrato. Altre «chicche» sono poi Dario Rappellino di Grazzano Badoglio per un Ruché da urlo, la Cascina Schiavenza di Serralunga d’Alba (Barolo e Dolcetto) e Costa Catterina di Castagnito che ogni anno si supera con Barbera e Roero. Sul fronte italiano è da non perdere Calatrasi di San Cipirello (Palermo), l’azienda siciliana che fa i vini del Mediterraneo mischiando uve autoctone ad altre internazionali; Martilde di Rovescala che ha nobilitato i vini dell’Oltrepo, e poi il sommo Colpetrone (nome anche di un grande Sagrantino di Montefalco) di Gualdo Cattaneo (Pg), fino all’Avi dell’Azienda di San Patrignano, un sangiovese di corpo, tenace come il personaggio a cui è decicato: a «Vi» (Vincenzo Muccioli).

(La Stampa, 15/11/2001)

Il mondo in coda per i vini italiani.

Luca Ferrua
TORINO Il vino è una cosa seria e a puntualizzarlo arriva il Salone inaugurato ieri al Lingotto. Un appuntamento che proseguirà fino a domenica tra convegni, stand (con oltre 800 aziende) e degustazioni, dove i protagonisti assoluti sono gli imprenditori del vino, non più cantinieri o contadini, ma manager al vertice di uno dei settori più forti dell’azienda Italia. Il vino non ha ancora sentito gli effetti della crisi mondiale, anzi vede lievitare il suo peso sui mercati. Secondo i dati di uno studio curato da Mediobanca per il «Sole 24 ore» il settore vale 16 mila miliardi dei quali circa un terzo (4700) esportati. Nel quinquennio ‘95-99 il fatturato ha subito un incremento del 36%, quasi interamente legato alle bottiglie di qualità. L’enologia va forte all’estero: lo confermano anche le cifre diffuse dall’«Osservatorio permanente», la realtà allestita dal «Centro studi Promotor» sull’esempio di quanto fatto con successo per auto e moto. Dai dati diffusi ieri è emerso che nei primi sette mesi dell’anno le esportazioni italiane sono aumentate del 10,3% a fronte di un incremento dei prezzi del 16,6%. Crescite notevoli, che hanno le loro «locomotive» in Stati Uniti e Giappone. Lo confermano i numeri degli ultimi tre anni, quando la quota delle esportazioni destinate ai paesi dell'Unione Europea si è ridotta dal 79% del '99, al 72% del primo semestre 2001. Il Salone del vino di Torino - che ha come partner di riferimento l’Enoteca regionale del Piemonte guidata da Pierdomenico Garrone - è diventato al primo tentativo il luogo dove questi numeri vengono analizzati e si trasformano in strategie e sinergie. Ci sono gruppi finanziari stranieri pronti a lanciare sul mercato tedesco, svizzero e inglese fondi nati per investire in aziende dell’enologia italiana. E nella strategia del «Lingotto Fiere» c’è anche la volontà di mettere insieme tutte le forze buone del «pianeta vino». Un dato colto dal sottosegretario alle Politiche agricole Teresio Delfino che ieri ha inaugurato il Salone e oggi parteciperà al convegno «Vino: la promozione italiana. Successi e proposte» (moderato dal giornalista de «La Stampa» Giuseppe Grosso). «Il vino è una formidabile veicolo - dice Delfino - per trascinare il turismo e un intero territorio». Anche l’aspetto salute non viene tralasciato. Domani il sottosegretario Antonio Guidi spiegherà come vino e alcolismo non abbiano quasi più niente a che fare, invitando a guardarsi soprattutto da birre, amari e cocktail dai nomi esotici.
 

 

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