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Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
A Naturalmente Vino un movimento nuovo che sa d'antico
Crediamo che ai molti visitatori della nostra ultima manifestazione “Naturalmente Vino” (a proposito, grazie! È stata una nuova grande soddisfazione!) siano venute in mente (come è successo a noi che l'abbiamo organizzata) molte domande a proposito dei vini naturali, e del movimento che li ha come protagonisti. E tra queste domande la più frequente riguarda il punto di partenza: cosa dobbiamo intendere per vino naturale? Passati più volte al tavolo di Paradiso di Manfredi, due ettari a Montalcino, ad ogni riferimento sui concetti di biologico o biodinamico ci siamo sempre sentiti rispondere “noi facciamo vini naturali”: la naturalità è una caratteristica insita del vino, bisogna solo “accompagnarla” e difenderla. Questo porta ad una definizione di naturalità come negazione: nessun agente chimico ausiliario, no a lieviti che non siano rigorosamente quelli presenti in vigna, e pochi atteggiamenti “filosofeggianti”. La naturalità si salda con la tradizione, è il ritrovamento delle radici e delle antiche consuetudini, e i suoi confini si confondono con la tipicità. Aziende come Paradiso di Manfredi, nella loro apparente incosapevolezza, sono d’altra parte un laboratorio per chi invece tenta di costruire attorno alla naturalità una vera e propria filosofia.

Poi c’è il vino naturale come prodotto di agricoltura biologica o biodinamica, che possiedono definizioni piuttosto precise. Il biologico è sostanzialmente assenza di chimica in campagna e lieviti naturali, il biodinamico è molto di più, ed è all’estremo opposto della definizione minimale di naturalità data prima. È "nuova filosofia di vita, è apertura della mente, è nuovo modo di vedere il mondo." Stefano Bellotti, presidente di Renaissance Italia e proprietario della Cascina degli Ulivi di Novi Lugure è stato molto chiaro in questo senso nel suo intervento alla tavola rotonda del lunedì mattina. Il punto centrale è che la terra è un libro su cui il sole scrive le sue parole. Ogni modificazione della terra ne altera e snatura i risultati. Quindi niente concimi (neanche quelli chimici) perché alterano il metabolismo. Ma soprattutto nessuna modifica alla struttura della terra, niente diserbanti (si vendemmia fra i fiori e con l’erba ad altezza d’uomo) niente pressature che confondono "la parole del libro" di cui sopra, mentre oggi la terra è ridotta sostanzialmente ad un pavimento. Poi le procedure, e qui il filo si perde un po’. Il contributo concettuale principale all’agricoltura biodinamica è stato dato dall’austriaco Rudolf Steiner, che ha elaborato una serie di sostanze naturali dette “preparati” in grado non di concimare ma di creare l’humus specifico del terroir in cui sono inseriti. Le procedure spesso sconfinano nel rituale, come nel caso del preparato realizzato con letame di vacca che viene inserito in un corno e interrato per essere poi riestratto tempo dopo.

Ma accanto alla camponente più “alternativa”, si trovano anche aziende perfettamente “integrate” ed accettate dal sistema di critica enologica che si è sviluppato dagli anni ottanta in poi. L’esempio più emblematico è Castello dei Rampolla, una delle aziende chiantigiane dal successo più folgorante, che coltiva secondo i dettami biodinamici la vigna da cui trae l’Alceo, il suo vino di punta, e l’intenzione è quella di applicarli anche agli altri vigneti.

Insomma tante visioni, diverse associazioni di produttori e qualche polemica fra di loro. Ma è innegabile che questo sia un movimento da seguire, perché “contagioso” e in espansione, e perché mostra una nuova faccia della realtà-vino, ponendo in discussione molti valori finora indiscussi e mettendo in campo nuovi colori, profumi, sapori. Forse nuovi, forse antichi.

Nella seconda immagine: i titolari dell'azienda Paradiso di Manfredi

18 maggio 2007
 
 
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