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La Calabria del vino

di Fabio Cimmino

Devo ammettere e riconoscere la mia grande ignoranza nei confronti di una regione come la Calabria, ad un tiro di schioppo dalla mia Napoli, da cui è raggiungibile in sole poche ore di macchina. Mi vergogno, quasi, ad aver trascorso molte delle mie vacanze estive all'estero senza avre mai approfondito meglio la conoscenza di un territorio tanto vicino quanto ricco di bellezze naturali. Una regione per tre quarti bagnata da uno splendido mare verde cristallino, che al solo pensiero vien voglia di raggiungerlo e di tuffarsi dentro, e caratterizzata, allo stesso tempo, al suo centro da un cuore, montuoso, aspro ed affascinante rappresentato dalla Sila, parco naturale oggi lentamente riscoperto. Di contro basterebbe ascoltare Isoradio per cambiare idea, rassegnarsi e rinunciare, e per rendersi conto delle precarie condizioni di viabilità della Napoli-Salerno-Reggio Calabria, eterno cantiere di lavori e di conseguenti code interminabili. Non è però una scusa valida per l'atteggiamento superficiale che mi accorgo di aver avuto, da quando è iniziata la mia avventura "giornalistica" nel fantastico mondo del vino, anche nei riguardi della produzione enoica, affatto trascurabile e dalle enormi potenzialità, di questa regione.

E' vero di Calabria del vino si sente parlare sempre troppo poco. A torto e ragione. Se è vero, infatti, che fino a pochi anni fa si contavano sulle dita di una mano le aziende ed i vini degni di menzione, è anche vero che il patrimonio ampelografico di cui la Calabria dispone è vastissimo ed interessantissimo e sicuramente nei prossimi anni ne vedremo, anzi ne berremo, di belle da questa regione. I produttori che stanno uscendo, seppur lentamente, dall'anonimato si moltiplicano di giorno in giorno e, con essi, le etichette di qualità disponibili sul mercato.

Purtroppo si tratta un patrimonio tanto ricco quanto inesplorato ed ancora poco conosciuto e valorizzato. Solo da poco, per esempio, e solo per citarne un caso tra i più eclatanti, ci si è accorti dei risultati incredibili che può dare un vitigno semisconosciuto come il Mantonico bianco. D'altra parte non bisogna dimenticare la storia e che l'antico nome con cui era conosciuta la Calabria, esteso poi a tutta l'Italia, era "Enotria", cioe' "terra dove si coltiva la vite alta da terra". Le tavole di Eraclea, risalenti al 300 a.C., ci danno un'idea ben chiara del valore che già allora avevano i vigneti calabresi. Pensate un appezzamento di terra coltivata a vite valeva sei volte un campo coltivato a cereali...

La stessa ed attuale Cirò Marina, da cui, oggi, prende nome la più importante (almeno quanto a visibilità e fama) delle denominazioni di origine della regione, sorge nei pressi di quella che fu l'antica colonia greca di Cremissa, già allora sede di un imponente tempio dedicato a Bacco. Cremissa era a sua volta situata tra altre due città greche: Sibari e Crotone. Sibari, in particolare, era a quel tempo il fulcro del commercio del vino e pare, addirittura, che per facilitarne il carico sulle navi fossero stati costruiti dei veri e propri "enodotti", realizzati con tubi in terracotta, dentro i quali il vino defluiva dalle colline circostanti direttamente ai punti di imbarco, evitando in tal modo più gravose operazioni di trasporto. Il Cirò, appunto, è proprio originario dei territori collinari di questo tratto della costa ionica che comprende Cirò, Cirò Marina, Melissa e Crucoli. Tuttora viene prodotto con quelle stesse uve che, al tempo della civiltà greca, servivano a preparare il prezioso "Cremissa". Questo vino veniva offerto in dono agli atleti che tornavano vittoriosi dalle Olimpiadi ed in onore di questa antica tradizione, in tempi più recenti, il Cirò è stato offerto sulle tavole di tutti gli atleti che hanno preso parte alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, come vino ufficiale della manifestazione.

Le tre aziende leader della regione sono ancora adesso la storica Librandi e, le emergenti (anche se, ormai, consolidate realtà) Fattoria San Francesco e Odoardi. Come già per il passato non scenderò nel dettaglio delle annate per la descrizione di vini che voglio segnalarvi. Si tratta di vini che in questi ultimi anni ho avuto modo di degustare in più occasioni e pur nella specificità del millesimo li ritengo abbastanza affidabili a prescindere. Sono sicuro mi perdonerete questa lieve mancanza.

Di Librandi voglio segnalare, all'interno di una produzione molto variegata, il Gravello, il Duca di San Felice, il Critone, il Magno Megonio e Le Passule. Il Magno Megonio è un rosso Val di Neto IGT, ottenuto dalle "dolci" uve magliocco (100%), parzialmente fermentato e lungamente affinato in barriques. Al naso regala intensi profumi di frutta rossa (di susina in particolare) e di spezie orientali (che tradiscono il passaggio in piccoli fusti di rovere) su un fondo di spiccata mineralità. Al palato si dispiega lungo una fitta trama di tannini vellutati. Sempre come Val di Neto IGT rosso, ma ottenuto questa volta da un assemblaggio tra l'autoctono gaglioppo (60%) ed il forestiero cabernet sauvignon (40%) è prodotto il Gravello. Un vino di grande impatto, dal sapore asciutto e dall'imponente struttura tannica e proprio per queste sue caratteristiche vino destinato a lungo invecchiamento. In questo riuscito assemblaggio il frutto del cabernet si sposa in armonia con la speziatura dell'irruente gaglioppo. Speziatura che ritroviamo presente e caratterizzante anche nel Cirò Riserva Duca di San Felice, di impostazione più tradizionale ed ottenuto da uve gaglioppo in purezza. Le note di tabacco e liquirizia si fanno qui più insistenti coprendo quelle di frutta rossa matura, tocca all'acidità il compito di sostenere e gratificare la beva. Il bianco Critone è, invece, ottenuto esclusivamente da varietà internazionali: Chardonnay (90%) e Sauvignon (10%). Le carattersitiche varietali dei vitigni si avvertono distintamente al naso: da un lato la frutta dello chardonnay dall'altro le erbe aromatiche del sauvignon. Un vino di grande semplicità che si fa apprezzare per il suo prezzo contenuto. Le Passule, infine, a testimonianza della potenzialità delle uve mantonico nella produzione di vini naturalmente dolci. Al naso le note di uva passa, miele, crema pasticcera e frutta secca si arricchiscono dei sentori mutuati dal legno nuovo in cui il vino fermenta ed affina. In bocca una marcata presenza acida garantisce un fluire scorrevole ed invogliante.

Nell'entroterra della costa tirrenica, all'altezza di Catanzaro, a Nocera Terinese, Odoardi produce vini nelle Doc Savuto e Scavigna. Il suo Savuto rosso, sempre a base di uve gaglioppo, è un vino dal colore rubino intenso, dai profumi inebrianti di frutta, fiori e spezie. In bocca procede fermo e diretto senza sbavature. La versione superiore, il Vigna Mortilla, conferma queste stesse impressioni sia al naso che al palato con sfumature maggiormente complesse ed una struttura ancor più ambiziosa. Sentori di amarena e macchia mediterranea si alternano a note animali e minerali che in questo caso, pur a tratti, si fanno un pò troppo invadenti. In bocca si avverte una certa dolcezza, forse dovuta alla presenza di zuccheri residui.

Famosa per il suo rosato, ma non solo, ritorniamo a Cirò per parlare dei vini della Fattoria San Francesco. Il rosato, considerato tra i migliori di Italia, assomiglia più ad un rosso sia per estratto che per concentrazione In talune annate forse quest'ultima finanche eccessiva a scapito della bevibilità. Molto interessante anche il Cirò Rosso Martà, in linea con la tipologia. Ma il vino che più mi impressionò, circa un anno fa, a Merano, fu il Pernicolò 2001 (da uve greco & chardonnay): un vino di straordinaria mineralità. Un sapidità palpabile, un vino quasi "salato" che richiamava e rivendicava con quelle sue note salmastre la vicinanza ed il legame della terra al mare.

Tra gli altri produttori voglio, infine, segnalare le cantine Lento con il Lamezia Greco ed il Curiale di Caparra e Siciliani, sempre da uve greco, entrambi più volte premiati per il buon rapporto qualità prezzo. Infine il Greco di Bianco (vino da dessert) della Vintripodi, una denominazione di antico blasone, oggi ancora non riscoperta e rivalutata come meriterebbe.

Non resta che congedarmi con la promessa di dedicarmi in questo 2004 con maggiore attenzione anche ai vini di questa altra bella regione del nostro meridione.

Calabria felix a tutti

17 gennaio 2004

 

   

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