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Il sud di Silvano Formigli
di Fabio Cimmino

Quando ho ricevuto l'invito di Silvano Formigli, deus ex machina di Selezione Fattorie, per una degustazione dei prodotti da lui distribuiti, devo ammettere che ho, a lungo, pensato di rinunciare, visto i 200 chilometri da percorrere, per arrivare da Napoli in quel di Monteporzio Catone, alle porte di Roma, dove la degustazione avrebbe avuto luogo. Non sono tanti ma neanche, poi, tanto pochi, soprattutto, quando si tratta di questo genere di manifestazioni, per fare ritorno a casa... Devo riconoscere che, però, se avessi effettivamente rinunciato, mi sarei molto probabilmente pentito, perdendomi più di qualcosina di veramente interessante.

Nasce, così, questo breve viaggio attraverso i vini che Silvano Formigli ha selezionato nelle regioni del meridione di Italia. Interessante la possibilità di poter, inoltre, scambiare opinioni con i produttori, per la maggioranza, presenti. Non ho potuto non cominciare gli assaggi se non con la mia regione dove, tra l'altro, esordiva con l'annata 2003 l'azienda Torricino di Stefano di Marzo che produce un Greco di Tufo in purezza meritevole di attenzione. Esemplare il richiamo varietale, al naso, alla mandorla amara e la corrispondenza gusto-olfattiva al palato dove nerbo e sostanza gratificano la beva.

Affianco De Lucia, azienda di Guardia Sanframondi (BN), presentava la
falanghina Vigna delle Ginestre 2003, dal naso floreale, di acacia e ginestra. Dalla spiccata aromaticità, anche, al palato, questo vino offre piacevolezza e bevibilità senza disdegnare corpo e sostanza. Sempre De Lucia proponeva le due versioni, inox e barrique, del suo aglianico, il Sannio DOC 2002 base ed il Murellaia, affinato in piccoli fusti di rovere. La mia predilezione è andata, decisamente, al primo. Un vino ricco di nuance speziate, in grado di combinare al palato le rotondità e le morbidezze del frutto con un tannino tutt'altro che domo. Più scontato il secondo, decisamente influenzato dal legno nuovo, poco nelle mie corde.

Sempre dalla Campania c'era poi la possibilità di fare una miniverticale con i Fiano di Avellino della Cantina del Barone. La variabilità da bottiglia a bottiglia, se da un lato rappresenta un fedele specchio delle annate e, quindi, sotto questo aspetto, apprezzabile, dall'altro risulta, a tratti, eccessiva e potrebbe lasciar pensare ad una minore affidabilità. Il Fiano del "barone" lo si deve prendere per quello che è. Pur rispettando, infatti, a pieno le caratteristiche del vitigno con i rimandi di nocciola, le note iodate ed i sentori di frutta gialla matura, non nasconde uno stile, a tratti, un pò
rusticognolo, o meglio oserei dire, se mi lasciate passare il termine, "ruspante". In linea con questa impostazione anche l'Aglianico Nocelleto
2002
ed il Taurasi 2000. A dir il vero, tenuto conto del blasone della
denominazione, soprattutto da quest'ultimo, di una semplicità disarmante, mi aspettavo sicuramente di più.

Nell'insieme una selezione, quella made in Campania, di Formigli veramente ben curata e con l'arrivo di Torricino, adesso, finalmente completa! Dalla Campania alla vicina Calabria per incontrare i vini di Odoardi. Comincio subito con l'esternare il mio disappunto (incomprensione?!) per il Vigna Garrone. Un vino di ispirazione dichiaratamente internazionale privo, per questo, di aderenza territoriale (...e varietale). Assolutamente improbabile il coinvolgimento e l'emozione, il produttore non ne ha colpa, un mio limite! Ho invece molto gradito i vini "base" dell'azienda di maggior carattere, in grado di regalare piacevolezza e bevibilità senza rinunciare, troppo, in termini di personalità. Vini che parlano il dialetto del luogo, che richiamano profumi di macchia mediterranea e fanno assaporare la salinità del mare, che affascinano e ci fanno interrogare sulle "vere" potenzialità della terra calabrese: a partire dal Savuto DOC rosato Vigna Scavigna 2002, passando attraveso la più prestigiosa versione in rosso 2001, fino ad arrivare al Vigna Mortilla 2000. Vero è che i vini di Odoardi hanno dovuto subire il confronto, impari, con quelli del vicino di banco (d'assaggio), un Taurino particolarmente ispirato con un immenso Patriglione 1997 (in assoluto il miglior vino degustato nel pomeriggio) ma mano felice, anche, con tutti gli altri vini di sua produzione in uscita quest'anno. La mineralità, il frutto e le spezie dello Scaloti 2003, che rimane tra i migliori rosati d'Italia, il sempre verde Notarpanaro, stavolta in versione 2002, ed un inaspettato quanto indovinato Salice Salentino Riserva 2000 (subito dopo il Patriglione tra i migliori rossi degustati a Barco Borghese). Particolarmente ispirato anche il vino dolce, base sauvignon e riesling, ultimo nato in casa Taurino che risponde al nome de Le Rimembranze 2000. Spiazzante lo stile (come del resto i vitigni utilizzati) per un vino che tutto sembra tranne che esser nato nel tavoliere. Profumi freschi, minerali ed una rinfrancante acidità al palato ci danno un'idea diversa da quella con la quale, purtroppo, siamo spesso abituati a identificare la vitivinicultura del sud.

Campania, Puglia, Calabria quindi Sicilia. Poco invogliato dalle etichette, o meglio dagli uvaggi e le tecniche di vinificazioni in esse riportate, dell'azienda Curto di Ispica (RG) mi sono limitato a provare solo il Nero d'Avola (100%) di base . Un vino fresco che vede solo acciaio e che alterna note varietali, di pasta di olive nere e tracce di salsedine, ad un frutto caldo e carnoso. Un vino semplice, corretto, pulito, per accompagnare la tavola di tutti i giorni con un pizzico di originalità. Non ho invece rinunciato all'ennesimo riassaggio dei vini di Salvatore Murana. Prima di Mueggen 2002 e Khamma 1999 ho provato E'Serre 2002, un blend di carricante e zibibbo, niente male affatto, duttile e rinfrescante, così come il Turbè, moscato di Pantelleria, già dolce ma non passito. Dulcis in fundo, come già anticipato, i capolavori passiti Mueggen e Khamma che imprigionano tutto il sole ed il calore dell'isola in cui nascono, il secondo con una marcia in più, fin da subito, percettibile nel bicchiere dall'incredibile intensità cromatica ("oro liquido"). Eppure tanta materia, tanto estratto non sembrano assolutamente mai stancare il palato grazie ad un vibrante sapida nervatura acida. Amen!

Mi scuso, infine, prima di cogedarmi, con l'azienda Gabbas Giuseppe per non aver provato i loro vini base cannonau. Se sono così buoni come
l'indimenticabile assaggio del Solianu, l'olio extra vergine di oliva, da
cultivar Bosana, prodotto dalla stessa azienda penso, allora, di non avergli
riservato la giusta attenzione e di avergli fatto torto...

Meridione felix a tutti!

8 aprile 2004

 

   

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