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Le radici del Sud Vincontro 2004: il primo e il terzo appuntamento Novità campane 2004! Prima e seconda parte Il sud di Silvano Formigli Il Fiano di Avellino "affronta" i riesling tedeschi! Villa Matilde tra tradizione e modernità La Calabria del vino Al via le nuove DOCG campane Quei fantasmi... Professione vino Vinalia a Guardia Sanframondi Tunisia I grandi di Francia incontrano l'Irpinia Scopriamo i vini del ... Miracolo siciliano, prima e seconda parte Agricoltura biodinamica: Vignobles de la Coulèe de Serrant La riscossa dei vini pugliesi: il Salento e gli altri Aglianico RE La terra del Mito L'antico Sannio I grandi vini della Terra di Lavoro Ischia e Capri: i vini delle isole Campania felix
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Continua il nostro viaggio tra i nuovi volti ed i nuovi vini della mia E' bene, a tal proposito, subito sgombrare campo da equivoci: i filari centenari sono solamente dieci e non sono destinati a questo Falerno del Massico ma ad un vino rosso dolce di tiratura ancor più limitata che ancora deve essere immesso sul mercato. Il Falerno del Massico Campantuono 2002 nasce, invece, dall'omonimo vigneto costituito da vigne più giovani, comunque di una trentina d'anni d'età (in media). Sono circa 4 ettari di vigneti con esposizione est-ovest, impiantati con sesto di impianto 2.20x0.80. Il sistema di allevamento è a cordone speronato mentre i terreni hanno natura mista prevalentemente di tipo argilloso e, solo in misura minore, pietroso. La vendemmia 2002 è stata, come per tutti, disastrosa. Le 5000 bottiglie previste sono così diventate 1200 o poco più. Tradotto in parole povere la cernita delle uve è stata maniacale, realmente ottenuta grappolo per grappolo sotto l'occhio vigile e attento dei proprietari. Le uve sono state raccolte verso fine settembre, primi di ottobre e la resa in uva è stata di circa 80 quintali per ettaro ma in vino uno scarso 60%. La macerazione ha avuto luogo alla maniera tradizionale attraverso un prolungato (15/18 gg.) contatto delle bucce. Hanno seguito numerosi rimontaggi ed un salasso di circa il 10% nella fase iniziale (neanche a dirlo una delle tecniche preferite da Cotarella?!). La fermentazione è avvenuta in serbatoi di acciaio inox con l'utilizzo di lieviti selezionati. Sia la malolattica che l'ulteriore affinamento sono avvenuti, per i successivi 12 mesi, parte in barrique di rovere francese e parte in tonneu da 500 litri. Dopo l'imbottigliamente il vino ha riposato ancora 3 mesi prima di essere immesso al consumo. Alla vista il colore è un rosso rubino intenso e cupo. Al naso i profumi sono ricchi anche se non particolarmente complessi. Si spazia dalle note di frutta rossa, croccante e polposa, che la fanno da padrone (frutti di bosco/mora), ai richiami vegetali di fogliame abbastanza tipici di certi primitivo. Si avvertono, inevitabilmente, i sentori speziati e tostati mutuati dal legno. In bocca il vino mostra una buona corrispondenza gusto-olfattiva. Riemergono, così, al palato rimandi di frutta e spezie. A non molti chilometri di distanza, in quel Castel Campagnano (CE), in un ambiente pedoclimatico ideale per la coltivazione della vite troviamo l'azienda fattoria Selvanova. Si tratta di un'azienda a conduzione biologia a ridosso dell'area del Taburno dove sono stati impiantati nuovi vigneti ad alta densità (60000 ceppi per ettaro) e con resa limitata ad 1 (uno) kg per pianta. Qui trova la sua migliore espressione l'aglianico "amaro" al quale è stato affiancato l'aglianico di Taurasi. Non è stato ancora possibile provarlo perchè in fase ultima di affinamento mentre è stato possibile assaggiare i due vini attualmente in commercio. Il Pallagrello 2002 Acqua Vigna viene vinificato ed affinato in acciaio, non svolge la fermentazione malolattica e permane sui depositi fini con regolari "batonages" per un periodo che varia dai 9 ai 12 mesi. Prima dell'imbottigliamento subisce una leggera filtrazione sgrossante. Questo vitigno autoctono a bacca bianca trova qui la sua migliore espressione viticola ed enologica. Presenta al naso note di erbe aromatiche, frutta secca, crosta di pane, lavanda, acqua di colonia e fiori di glicine. In bocca una bella freschezza acida sostiene la beva e ritornano i sentori avvertiti al naso con bella coerenza. Il Cabernet Sauvignon 2002 non sembra allo stesso modo influenzato dal terroir risultando un vino di chiara ispirazione internazionale, come da pedigreè del vitigno. L'affinamento in barriques di primo e secondo passaggio è, in questo senso, ancor più determinante. Al naso si evidenziano note di cuoio, pelle, peperone verde, frutto scuro e vaniglia. Un vino molto ben eseguito dal punto di vista tecnico, meno felice in personalità e dal punto di vista più squisitamente interpretativo. Rimaniamo ancora in provincia di Caserta ma ci spostiamo più a nord, a Galluccio, per conoscere l'azienda Delli Colli, in frazione Vaglie. La Falanghina 2003 pur evidenziando qualche sentore "foxy", che la rende un pò rustica al naso, è, comunque, fresca e beverina al palato. Il Colli San Guido Rosso 2003 (blend di aglianico ed altri vitigni minori, vinificato 100% acciaio) ha più di qualche ruvidezza tannica da smussare. E' ad ogni modo un prodotto molto strutturato ricco di frutto e spezie. Riposa, invece, ancora in barrique l'aglianico 100%, che uscirà a fine anno e sul quale sono riposte le grandi aspettative dei proprietari. In ultimo ho provato quello che al momento è la miglior espressione della produzione aziendale: il Cantina del Borgo passito 2003, un aleatico in purezza appassito sulla pianta. Il risultato di questo, che deve considerarsi ancora una sorta di "esperimento" è, nonostante l'elevata gradazione alcolica (16%), un vino ben bilanciato, con una materia prima di tutto rispetto, che ricorda la confettura di frutta rossa, ma che soffre un tantino in acidità e freschezza, mostrando qualche cenno di precoce ossidazione, forse a causa della torrida estate che l'ha partorito. Siamo, invece, a San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento, per riscoprire il fascino del sommarrello, l'ultimo vitigno campano divenuto oggetto di culto (aggiungo forse un pò prematuramente ed eccessivamente?!) ed attenzione. L'azienda Castelmagno (Castrum Magnum) è condotta dal famoso enologo campano Angelo Pizzi coadiuvato dal figlio, sommellier, Diego. In realtà il sommarrello altro non è che un biotipo dell'uva di Troia, seppur acclimatato già da anni nell'area beneventana, usato da sempre come uva da taglio per completare gli assemblaggi in rosso. Per la prima volta la famiglia Pizzi ha deciso di cimentarsi con quest'uva in purezza e di proporla al mercato. Il risultato è veramente molto incoraggiante. Il Sommarrello 2002 è un vino dalla forte personalità e dalla struttura imponente. Al naso si avverte un frutto deciso (amarena) e maturo, caratterizzato da sfumature polverose che ricordano una spruzzata di talco. Al palato i tannini setosi e vellutati sono, forse, già fin troppo evoluti e risolti per poter garantire lunga vita a questa bottiglia che al momento dispensa, comunque, un liquido godibilissimo e molto intrigante. Da provare. Molto diversa la versione più ambiziosa, il Serra della Corte, ottenuta da un uvaggio di sommarrello e cabernet con quest'ultimo a segnare, in maniera un pò prevedibile e scontata, la progressione organolettca d'insieme del vino. Molto meno felice, infine, la mano sul bianco Fontana del Piano ottenuto da un'altra uva autoctona (?) riscoperta dalla famiglia Pizzi. L'uso del legno seppur non sconsiderato è da rivedere. Sicuro la triste annata 2002 non ha aiutato, e questo vino si mostra scarno con la materia prima screziata dal rovere. Si avvertono solo in sottofondo accenni fruttati e una nota verde linfatica che lascia intuire la necessità di approfondire le conoscenze e la sperimentazione anche su questo vitigno. Mi permetto di dissentire, pertanto, sull'uso del legno per vitigni praticamente sconosciuti e da riscoprire, almeno in queste prime fasi dove bisognerebbe almeno cercare di capire i caratteri fondamentali e le vere potenzialità di ciascun uva. Siamo giunti così alla fine del nostro viaggio. Ci spostiamo a Napoli, ai confini tra Soccavo e Pianura, dove troviamo un'altra azienda nuova solo per l'etichetta, dal momento che le vigne sono di loro proprietà da sempre mentre le uve venivano conferite a grosse cantine operanti sul territorio flegreo. Ora queste uve sono state, finalmente, vinificate in loco, grazie all'acquisto di moderne attrezzature di cantina. Così nasce la Falanghina dei Campi Flegrei 2003 di Masseria del Borro (081/7282270), che è già disponibile sul mercato, mentre per il piedirosso bisognerà aspettare verso fine anno, per poter assaggiare la doppia versione: solo acciaio e barrique. La falanghina occupa circa 10 dei 15 ettari di vigneto ed è stato deciso pertanto di riconvertirne, pian piano, una parte a piedirosso per riequilibrare le proporzioni tra i due vitigni locali. Il vino che ho avuto modo di degustare non è certamente uno di quei vini per cui strapparsi i capelli, pur sempre di una falanghina si tratta! La sua realizzazione sembra mantenere, comunque, una connotazione ed impostazione alquanto artigianale. Sentori di uva spina e banana matura sono sostenuti da una discreta spalla acida e prevaricano la sapidità di fondo che pure non manca. Mi aspettavo, forse, una maggiore mineralità considerate le caratteristiche della doc Campi Flegrei e la non trascurabile età delle vigne (per di più gran parte ancora a piede franco), in media di 30 anni. Concludo con quella che tra le new entry mi ha entusiasmato di più sia per la qualità dei prodotti che per i prezzi. Colgo l'occasione, dunque, per segnalare la Cantina (coop.) San Paolo di Atripalda (0825/610307), che mi ha inviato prontamente, per l'assaggio, il Greco di Tufo ed il Fiano di Avellino, entrambi 2003. Si tratta dei vini di punta della loro produzione che comprende anche alcuni rossi ed altri bianchi che, però, loro stessi non hanno ritenuto all'altezza (un volta tanto, evviva! un poco di umiltà). Parliamo di vini DOCG che escono franco cantina a circa 5.50 + IVA. In particolare il Greco di Tufo mi ha colpito per una stupefacente capacità espressiva, in grado di coniugare sentori di frutta matura, a partire dal bel varietale di pesca e albicocca (ma non solo), ad una sottile ma netta mineralità di fondo. Completa il quadro, al palato, una bella spinta acida a far da contraltare, dispensatrice, soprattutto, di quell' incredibile freschezza che dovrebbe fare di questa tipologia l'ideale abbinamento per la cucina di pesce oppure, da sola, per accompagnare qualche caldo ed imminente pomeriggio estivo! Mi ha fatto sorridere e quasi tenerezza notare in etichetta i suoi 12 gradi di alcol. Altro che superconcentrazioni e muscolarità da concorso, gradazioni da mal di testa e ruffiani residui zuccherini. Una volta tanto un vino semplice da bere e da godere, con un occhio nel bicchiere ed uno al portafoglio... Campania felix a tutti 16 giugno 2004
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