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Vinalia a Guardia Sanframondi
di Fabio Cimmino

Dal 4 al 10 di Agosto si è svolta, a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, la 10a edizione di Vinalia. Degustazioni guidate, convegni, spettacoli musicali, laboratori del gusto hanno avuto luogo nella cornice incantata del piccolo borgo medievale, fondato dai Longobardi. Il Sannio Beneventano è una terra antica e ricca di storia. Fin dai tempi dei Sanniti ha svolto un ruolo strategico, fondamentale nella vita economica, sociale e militare della regione, grazie alla particolare configurazione montuosa della zona. Guardia Sanframondi è stata per secoli patria di importanti commerci ed è, da oltre un secolo, un centro agricolo molto attivo, soprattutto, in campo vitivinicolo.

Ma la zona non è solo famosa per il vino. E' stato possibile degustare, infatti, oltre ad i vini delle più importanti aziende della provincia, anche altri prodotti tipici locali come il prosciutto di Pietraroja, il sidro di mele del Sannio (dell'azienda Baldino), il miele artigianale (di Zappoli), i biscotti (di Ricciardi), oli, funghi, formaggi, salumi e marmellate. Tutto questo seguendo il Percorso del Gusto sapientemente articolato tra i suggestivi vicoli e le antiche cantine sparse per il centro del paese.

I primi vini da me degustati sono stati quelli dell'azienda De Lucia che da qualche anno, insieme alla linea base, sta proponendo alune interessanti novità, selezioni particolari di assoluto valore. Avevo già avuto modo di apprezzare la falanghina "cru" (ottenuta con un piccolo saldo di Chardonnay, 10%?) Vigna delle Ginestre. Anche in una annata particolarmente sfortunata come il 2002 questa falanghina, vinificata rigorosamente in acciaio, sembra non averne risentito. I profumi sono intensamente e piacevolmente fruttati (pera e frutta tropicale, ananas). La bocca è piena, corposa sostenuta da una vibrante acidità. Uno dei migliori bianchi campani dell'annata 2002 assaggiati fino ad oggi. Per la prima volta, invece, mi sono avvicinato all'aglianico Murellaia, figlio dell'annata 2001. Un vino che regala un frutto (la tipica visciola dell'aglianico beneventano) molto bello, solare, arricchito dalle note balsamiche e speziate mutuate dalla barrique. Un classico aglianico del beneventano esaltato dalla mineralità dei terreni.

Lo stesso enologo di De Lucia, Roberto Mazzer, segue, un'altra stella del firmamento vitivinicolo beneventano, l'azienda agricola Corte Normanna dei fratelli Falluto. Ho provato, di questa azienda, i due vini di punta. La falanghina in purezza, "cru", Palombaia 2002, fermentata e per 2/3 affinata in barriques di rovere francese, si mostra molto equilibrata denotando un intelligente uso del legno. Profumi floreali si alternano ad una sottile speziatura. Una buona dose di freschezza rinfranca la beva sul finale. Discorso a parte, invece, per l'aglianico amaro (così viene chiamato il clone beneventano del vitigno) Tre Pietre 1999, un vino che tanto mi aveva entusiasmato qualche anno fa, nella precedente versione, quella dell'annata 1999, e che, oggi, mi lascia deluso ed un tantino perplesso. Questo rosso affinato in barrique di 2° passaggio (almeno da quanto risulta leggendo la scheda aziendale perchè, invece, il produttore parla, anche, di botte più grande, cioè tonneaux) pur esprimendo al naso un carattere intensamente minerale, forse non di estrema pulizia, calore alcolico e personalità, purtroppo in bocca denota una certa diluizione e qualche tannino di troppo, dalla grana non proprio finissima.

A seguire ho avuto modo di incontrare per la prima volta il giovane responsabile dell'azienda Nifo Sarrapochiello, sicuramente tra le degustazioni più interessanti della serata. Si tratta di un azienda a conduzione biologica che opera nel comune di Ponte (BN) e che produce poche ma centrate etichette. La vendemmia tardiva Aliento 2002 è ottenuta da uve falanghina lasciate ad appassire circa 20/25 giorni su pianta e, successivamente, affinata per circa 3 mesi in barrique. Il legno è dosatissimo. Il risultato è un vino di carattere ma, allo stesso tempo, piacevolmente bevibile. Stesso discorso per il Serrone 2001, blend di aglianico, piedirosso e sangiovese, un vino che subisce una lunga macerazione ed un doppio travaso in legno di 1° e 2° passaggio. Ne risulta un vino molto, molto corposo segnato da ricordi di ciliegia e spezie, solo leggermente tannico.

Tra le altre aziende nuove ed emergenti del panorama beneventano si colloca Torre del Pagus che mi ha postivamente impressionato con i suoi vini, soprattutto i rossi. Se infatti la Falanghina DOC 2002, appena imbottigliata, non mi ha convinto per qualche problemino di pulizia al naso e perchè troppo diluita in bocca (annata infame!) nonchè carente in complessità (poco meglio la versione gemella IGT, pari annata) discorso completamente diverso meritano sia l'Aglianico DOC 2002 che il loro vino di punta l'Impeto 2000. Il primo è un aglianico in purezza, affinato 4 mesi in barrique di 2° passaggio ed anche questo da poco imbottigliato. Il naso offre discreta complessità con frutta rossa in confettura in particolare evidenza. L'Impeto è, invece, affinato 6 mesi in barrique nuove di rovere francese. Si tratta di un vino di notevole struttura che si caratterizza per un incredibile (seppur tipico, quasi spiazzante e strano per quanto intenso!) sentore di amarene. Un vino da seguire con attenzione sia nel suo evolversi futuro che nelle annate che seguiranno.

Tra un assaggio e l'altro mi è capitata tra le mani, poi, una falanghina passita assolutamente originale, denominata Jocalis e vinificata da una simpatica e cordiale famiglia contadina, specializzata nella produzione di olio di qualità con l'azienda Aia della Macina. L'appassimento, portato in questo caso all'esasperazione, ha dato vita ad un liquido quasi viscoso, dolcissimo e che non sostenuto adeguatamente da una giusta dose di freschezza e acidità finisce con l'assimilare questa falanghina più ad un buon liquore che ad un vero e proprio vino.

Prima di fare ritorno a casa non ho potuto, infine, esimermi dall' assaggio dei vini dei padroni di casa della Cooperativa La Guardiense. Ho preferito, però, concentrare l'attenzione sui vini della nuova linea, quella di alta gamma, che risponde al nome di Janare. Mi dispiace di non essere riuscito ancora una volta ad apprezzare gli sforzi compiuti in tal senso. Si tratta di vini che aspirano alla soddisfazione dei gusti imperanti del mercato sia dal punto di vista realizzativo che organolettico ma che stentano ad entrare nelle mie corde e ad emozionarmi. La falanghina Serete 2002, ad esempio, nonostante il bel frutto maturo al naso (pera) finisce con il risultare quasi stucchevole in bocca giocando un pò troppo sulla dolcezza di alcoli e polialcoli. L'Aglianico Riserva Cantari denota un uso eccessivo del legno con tannini strabordanti e piuttosto amari. Infine la falanghina passita Laureto si mostra alquanto scomposta al naso mentre è molto migliore in bocca dove offre buona prova di se. Un progetto portato avanti con grande serietà e sforzo ma che ancora deve raccogliere entusiasmi e consensi.

Prima di chiudere un cenno alle altre due cantine presenti alla manifestazione ma che non ho avuto tempo di incontrare. Conosco però i loro vini avendo avuto modo di degustarli nel passato recente. Si tratta della Vinicola del Vecchio che da sempre punta sulla quantità più che sulla qualità, devo dire abbastanza mediocre, dei suoi vini e della Cantina Sociale di Solopaca che continua, di contro, a sfornare vini dall'eccezionale rapporto qualità prezzo come l'Aglianico Solopaca DOC ma che dovrebbe investire qualcosina in più in marketing ed altre iniziative per curare, meglio, la propria immagine.
Anche per questa volta è tutto.
Campania felix a tutti!

15 settembre 2003

 

   

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