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Le radici del Sud Vincontro 2004: il primo e il terzo appuntamento Novità campane 2004! Prima e seconda parte Il sud di Silvano Formigli Il Fiano di Avellino "affronta" i riesling tedeschi! Villa Matilde tra tradizione e modernità La Calabria del vino Al via le nuove DOCG campane Quei fantasmi... Professione vino Vinalia a Guardia Sanframondi Tunisia I grandi di Francia incontrano l'Irpinia Scopriamo i vini del ... Miracolo siciliano, prima e seconda parte Agricoltura biodinamica: Vignobles de la Coulèe de Serrant La riscossa dei vini pugliesi: il Salento e gli altri Aglianico RE La terra del Mito L'antico Sannio I grandi vini della Terra di Lavoro Ischia e Capri: i vini delle isole Campania felix
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L'ERSAC (Ente Regionale di Sviluppo Agricolo Campania) e l'AIS (Associazione Italiana Sommelier) hanno organizzato, lo scorso 1° Giugno, a Napoli, la prima manifestazione, di un certo livello, completamente incentrata sulle produzioni vinicole del Sud Italia. Il titolo non poteva che essere "Le radici del sud: i vini del futuro". Un bel gioco di parole, un contrasto semantico che si risolve in quello che può essere, giustamente, considerato il vero e proprio manifesto dell'attuale vocazione della moderna imprenditoria meridionale. Imperativo d'obbligo recuperare le più solide e genuine radici culturali filtrandole attraverso una nuova coscienza dello sviluppo del territorio. Un nuovo modo, dunque, di coniugare tradizione e futuro. Finalmente un primo serio tentativo (anzi, possiamo tranquillamente affermare, già un gran bel primo risultato) di superare quegli stereotipi classici che, per anni, hanno imprigionato il Meridione d'Italia. Il vino diventa l'anello di congiunzione fra terra, clima, sole e nuove tecnologie, con le quali portare sul mercato prodotti irripetibili altrove, quanto più possibilmente estranei all'omologazione qualitativa che sempre più caratterizza il mondo dell'enologia, ahimè, anche quella meridionale. La coscienza delle proprie radici culturali e delle proprie tradizioni, unita alla volontà di emergere può dar vita a vini di assoluta eccellenza, che gli Enti promotori hanno portato, con questa manifestazione, ancora una volta di più all'evidenza di tutti nell'intento di promuovere uno sviluppo sempre più qualificato del vino del Sud Italia. Un traguardo ampiamente raggiunto da un sempre maggior numero di aziende dal prestigio, ormai, internazionalmente riconosciuto. La manifestazione ha voluto, fra l'altro, essere un'occasione di riflessione per tracciare un punto della situazione da parte degli stessi protagonisti del vino e della comunicazione e, al tempo stesso, un momento di incontro e confronto tra le più importanti realtà vitivinicole delle regioni coinvolte: Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. Le aziende hanno, così, fatto degustare le loro produzioni ad un pubblico qualificato di giornalisti del settore enogastronomico e sommelier provenienti da ogni dove d'Italia. Il tutto ha avuto luogo in uno spazio espositivo allestito nel lussuoso Hotel Excelsior sul lungomare del capoluogo partenopeo. Oltre ai giornalisti delle più importanti testate specializzate la manifestazione ha potuto contare sulla partecipazione di cariche istituzionali e personalità del mondo della gastronomia e della enologia di livello mondiale, che hanno garantito la qualità e la scientificità dei lavori. Il convegno che ha preceduto ed inaugurato la manifestazione ha voluto evidenziare quelle scelte produttive e manageriali che hanno contrassegnato e stanno contrassegnando una vinicoltura sempre meno anonima ed approssimativa (leggi quantitativa), sempre più peculiare ed attenta alla qualità. Un confronto tra tradizione ed innovazione, tra vitigni storicamente meridionali ed altri, seppur di nobile estrazione, solo recentemente adottati nel nostro Sud. Vorrei cominciare il resoconto dei miei numerosissimi assaggi, una nonstop che ha avuto inizio nella tarda mattinata per terminare solo in serata, con quella che io considero una delle aziende simbolo del nostro meridione e più in particolare di quella Sicilia che, nell'ultimo periodo, ha rappresentato (ed ancora rappresenta) sempre più anche a livello internazionale, la nuova frontiera dell'enologia italiana. Sto parlando dell'azienda Benanti. I Benanti possiedono vigne situate nella zona vulcanica dell'Etna, che va dai 450 ai 1.000 metri sul livello del mare, e dove, già dal 1968, nasceva la DOC omonima. La denominazione prevede l'utilizzo di uve bianche e rosse locali, fra cui carricante, catarratto, trebbiano e minnella bianca per i bianchi e nero d'Avola, nerello mascalese, nerello cappuccio o nerello mantellato per i rossi, con possibilità di piccole aggiunte di altre uve autorizzate. E' evidente che un dislivello altimetrico tanto elevato, la diversa esposizione al sole, le escursioni della temperatura fra la notte e il giorno, sempre maggiori man mano che si sale, contribuiscono all'unicità di ogni annata e di ogni vino rendendo arduo il lavoro di chi cerca di mantenerne, comunque, in un certo qualmodo costante il livello qualitativo. Giuseppe Benanti propone una gamma di vini che esprimono fedelmente il territorio, che a queste altitudini non offre lo stereotipo di vini, opulenti, massicci e ricchi di alcol ai quali la Sicilia vinicola ci ha fin troppo spesso abituati. I vini di Benanti si distinguono, infatti, per le sfumature e l'armonia dell'insieme, per finezza ed eleganza. Di tutta l'ampia offerta di vini che oggi la Benanti propone sul mercato, rimango ancora profondamente legato ed affezionato ad un parte di essa rapprersentata in bianco dal Pietramarina ed in rosso dalla serie "monovitigni", prodotti capaci, assaggio dopo assaggio, di continuare a coinvolgermi ed emozionarmi come pochi altri vini sanno fare. Il Pietramarina 2000 è un carricante 100% allevato ad alberello, in parte ancora a piede franco. In zona si tratta del vitigno autoctono per eccellenza, dal momento che si coltiva solamente sull'Etna. Per la realizzazione questo vino vede solo acciaio e bottiglia. Al naso si rivela allo stesso tempo intenso e di gran classe, di estrema complessità. Alle note fruttate, di zagara e mela matura, si affiancano netti sentori minerali mutuati dai terreni sabbiosi e vulcanici. In bocca si esprime in piena coerenza con l'olfatto, sostenuto da una piacevole vena acida. I "monovitigni" rappresentano la base della produzione in rosso di Benanti e che "base"! Le stesse varietà vengono, infatti, anche impiegate in assemblaggio per i vini più importanti, il Rovitello e il Lamorèmio. Il Nerello Mascalese ed il Nerello Cappuccio 2000 sono vini distinti eppure accomunati da una mineralità intrigante e suggestiva. Al naso come al palato evidenziano una progressione organolettica entusiasmante ed appagante. A tratti questi rossi ricordano il nebbiolo, il grande vitigno piemontese, ed, in particolare, forse, come questo si esprime nell'alto Piemonte più che nelle Langhe. Sono infatti l'acidità vibrante ed una ferrosa sapidità a contraddistinguere questi piccoli capolavori di casa Benanti. Il Nero d'Avola 2000 è un filino sotto i due Nerello eppure testimonia inequivocabilmente la duttile personalità di questo vitigno che non abbisogna, checchè se ne dica, di alcun vitigno migliorativo (migliorativo di che?) per potersi trasformare in prodotti dall'indiscutibile valore assoluto. Archiviato Benanti e la Sicilia, vorrei passare a parlarvi non di un singola azienda ma di quella che è la denominazione principe della mia regione: Taurasi. Infatti il banco di assaggio dell'ERSAC ha offerto la possibilità, quasi unica, di poterne degustare svariati campioni, da più annate e di più aziende, a dimostrazione di come il blasone della denominazione non sia più affidato a solo pochi produttori illuminati ma sia, ormai, sempre più appannaggio di un crescente numero di aziende. Un piccola chicca, però, prima di addentrarmi nelle note di degustazione di questi Taurasi. Al banco dell'ERSAC, per la prima volta in una degustazione pubblica, era possibile assaggiare l'introvabile e costosissimo Terra di Lavoro di Fontana Galardi. Sarà mica un inequivocabile segno dei tempi di crisi che sta vivendo il nostro settore?! Ritornando ai miei Taurasi segnalo, tra quelli più interessanti, la riserva '98 di Di Meo, produttore che, se sembra non trovare mano particolarmente felice sui bianchi, penso possa dire la sua, senza problemi, in tema di rossi. Solo la riserva '97 di Mastroberardino può tener testa, a mio parere, a questo piccolo campione della più vera tradizione irpina. Un "must-buy", come direbbero i colleghi d'oltreoceano, per chi ama il Taurasi austero, di impostazione sì tradizionale senza, però, voler sacrificare né rinunciare ad un'esemplare pulizia di esecuzione. Anche il Taurasi 1999 de I Capitani ed il 2000 di Crypta Castagnara non hanno demeritato, pur mostrando uno stile diverso, più moderno e meno severo, risentendo, probabilmente, anche dell'annata più calda. In entrambi un frutto carnoso e maturo prevaleva sulle sfumature di spezie, tabacco e terra che solitamente arricchiscono e caratterizzano il quadro degustativo della tipologia. Prima di allontanarmi dal banco ERSAC voglio ricordare, per gli amanti della territorialità e della varietalità, in nome della quale sono semmai pure disposti a perdonare qualche lieve imperfezione realizzativa e qualche nota un pò più rustica, il Fiano 2003 di Crypta Castagnara ed il Greco di Tufo 2003 di Di Marzo. Quest'ultimo era presente anche con annate pià vecchie, ancora in forma e scattanti grazie al corredo sapido-acido che tipicamente caratterizza il Greco e su cui possono far leva i vini di questo anziano, simpatico produttore. Sempre per la Campania voglio segnalare l'esordio di una nuova etichetta, con la quale la Fattoria La Rivolta sembrerebbe aver fatto centro, complice l'annata, al primo colpo. Parlo del Piedirosso 2003, un vino dall'incredibile ricchezza di aromi pepati e speziati al naso, solo lievemente appannato da un'alcolicità a tratti ingombrante e dalla straripante materia masticabile, finanche eccessiva, al palato. Le Radici del Sud ha segnato l'esordio anche, per le "isole" campane dell'arcipelago, dei fratelli Muratori: Giardini Arimei (Ischia) e Oppida Aminea nel beneventano. Un esordio non particolarmente incoraggiante, ad esser sinceri, che ha lasciato più ombre che luci. I vini hanno probabilmente risentito del precoce imbottigliamento, così come della giovane età degli impianti e non mi pare si siano espressi al meglio. Anche Paola Mustilli presentava una novità, anche se non proprio assoluta, la falanghina Vigna Segreta 2002, fermentata ed affinata in barrique nuove. La stessa titolare riconosceva che l'uso esclusivo di legno nuovo, nonchè l'annata non brillante, avevano irrimediabilmente segnato questa prima "prova". Io ho avuto modo di recente di assaggiare la versione 2003 cui ha giovato, oltre che il miglior andamento climatico dell'annata, l'utilizzo del legno, ormai di secondo passsaggio. Penso che sia questa la strada giusta che la produttrice intende seguire anche per il futuro: se proprio si vuole realizzare una versione più ambiziosa di falanghina bisogna, infatti, comunque rispettare e fare i conti con la floreale delicatezza del vitigno evitando l'uso di rovere nuovo. Più a sud la Puglia era presente, anch'essa, sia con un banco collettivo, in rappresentanza della vitivinicultura salentina, sia con banchi allestiti dalle singole aziende. Tra queste ho avuto modo di riapprezzare la produzione di Rivera, corretta nel bicchiere così come nei prezzi. Di certo i numeri non sono quelli del piccolo artigiano ed in questo senso i vini non sono mostri di originalità o personalità. Eppure i vari Falcone, l'ultimisso Puer Apulie 2001 e, tra i bianchi, lo chardonnay Preludio N°1, dimostrano la capacità di questo produttore di cavarsela egregiamente sia con le uve locali (uva di Troia, sopra tutte, sia in blend con l'aglianico nel Falcone che in purezza nel Puer Apuliae) che con quelle internazionali almeno nel nome visto che, ormai da tempo, sono allignate nel tavoliere. Sono vini, come già detto, che si fanno apprezzare per il rapporto solitamente (fa eccezione il Puer Apuliae) molto favorevole qualità-prezzo. La Basilicata era rappresentata, tra gli altri, da Terre degli Svevi (gruppo GIV) con il Re Manfredi 2000, aglianico del Vulture, blockbuster enologico dalle sembianze monolitiche e dalla Cantina del Notaio che presentava la sua ultima creazione: un rosato, il Rogito 2002, con ambizioni da rosso che a me, a dir il vero, ha destato e lasciato più dubbi che certezze. A latere della manifestazione principale, infine, una serie nutrita e ben organizzata di eventi collaterali ha fatto da ciliegina sulla torta. Una impressionante orizzontale di nero d'Avola attraverso i diversi terroir dell'isola siciliana, la presentazione di Silvia Imparato del suo Montevetrano 2001, le DOCG campane secondo Villa Raiano, dalle esordienti Greco di Tufo e Fiano di Avellino 2003 al loro precursore, il Taurasi, qui in versione 2000. C'era molto di più quel giorno nelle sale dell'hotel Excelsior di Napoli, non solo vini ma uomini, persone, storie, e con loro l'orgoglio di appartenenza, la fierezza del Sud. Un giorno solo si è, però, dimostrato sicuramente insufficiente. Il successo di pubblico ha fatto gridare a gran voce per una replica almeno biennale anche se già si parlerebbe dell'anno prossimo. Un evento a cadenza annuale, dunque, una sorta di vinitaly del Sud Italia ma io dico, e rilancio, perché no, del Sud del mondo... Campania felix a tutti 12 agosto 2004
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