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Le
radici del Sud
Vincontro 2004: il primo
e il terzo appuntamento
Novità campane 2004! Prima
e seconda parte
Il sud di
Silvano Formigli
Il
Fiano di Avellino "affronta" i riesling tedeschi!
Villa
Matilde tra tradizione e modernità
La Calabria
del vino
Al via le nuove
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I grandi di Francia
incontrano l'Irpinia
Scopriamo i vini
del ... Miracolo siciliano, prima
e seconda parte
Agricoltura biodinamica: Vignobles
de la Coulèe de Serrant
La riscossa dei vini pugliesi:
il Salento e gli altri
Aglianico RE
La
terra del Mito
L'antico
Sannio
I
grandi vini della Terra di Lavoro
Ischia
e Capri: i vini delle isole
Campania
felix
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Vincontro 2004 (1°
parte)
di Fabio Cimmino
Lo scorso marzo, nella mia Napoli, è partita una nuova interessantissima
iniziativa grazie all'Associazione Professione Vino, nella figura
di Gianni Borreca, titolare dell'Enoteca Mondovino di Via
Caravaggio. Si tratta di una serie di incontri a cadenza mensile per far
conoscere vini ed aziende, note e meno note, selezionate tenendo presente
e facendo riferimento a tutto il panorama produttivo nazionale.
Ho preso parte al secondo di questi incontri che ha avuto luogo il 24
Aprile scorso con notevole successo di pubblico ed un livello qualitativo
medio alto dei vini che, a dir il vero, tra sorprese e conferme, proprio
non mi aspettavo. Basti pensare che per il costo di soli 5 euro (che di
questi tempi è veramente simbolico considerato che, per di più,
questa cifra comprende un mini-kit di degustazione in regalo...) è
stata data la possibilità di assaggiare ben 30 vini tra cui, solo
per fare un nome su tutti, il Fontalloro 2000 di Felsina.
Io nel rispetto della rubrica della quale mi occupo mi limiterò
a segnalare i vini e le aziende del sud che hanno preso parte all'evento.
Cominciamo dalla Puglia. E' dal 1957 che l'azienda D'Alfonso del Sordo,
mettendo a frutto l'antica tradizione vitivinicola famigliare, ha iniziato
ad imbottigliare e commercializzare esclusivamente il vino prodotto dalle
uve dei propri vigneti. Si tratta di tre diverse tenute, per complessivi
90 ettari. Dal 1975 Antonio d'Alfonso del Sordo, padre dell'attuale
titolare Gianfelice, al fine di razionalizzare il processo produttivo
ed abbreviare i tempi che intercorrono tra la raccolta e la pigiatura
delle uve, ha trasferito l'azienda nei nuovi stabilimenti in Contrada
Sant'Antonino, al centro della Tenuta Coppanetta, giusto al centro tra
i comuni di San Severo, Torremaggiore ed Apricena. In quest'ultimo periodo
questo produttore sta intensamente lavorando per un ulteriore grande salto
di qualità senza lesinare risorse e ricorrendo, fra l'altro, alla
consulenza dell'enologo Luigi Moio.
I rossi, in particolare, promettono molto bene. Il San Severo DOC
Montero 2001, blend di sangiovese (20%) e montepulciano (80%), nasce
da una vigna, di 20 anni di età, sita proprio all'interno della
citata Tenuta di Coppanetta, su suoli di natura calcareo-argillosa, esposti
a nord e piantati con una densità di 3000 ceppi per ettaro. La
resa in uva è di circa 80 quintali. Ne risulta un vino di 13% gradi
alcolici, dal colore rosso rubino brillante. Al naso si avvertono la fragranza
del frutto, con riconoscimenti di piccoli frutti di bosco, e la complessità
delle spezie, cuoio, tabacco e cioccolata, che ricordano, inevitabilmente,
i quattro mesi di affinamento in barriques. Il finale è di buona
lunghezza, vellutato, giustamente tannico.
La storia della Cantele è molto simile a quella di Dal Sordo.
Siamo, infatti, sempre alla fine degli anni 70 quando Giovanni Battista
Cantele, insieme con la moglie Teresa Manara, decide di mettere a
frutto una trentennale esperienza, acquisita nel mondo del vino lavorando
per conto di grosse aziende del nord Italia, fondando l'azienda vinicola
Cantele. Nei primi anni 80 l'azienda passa alla conduzione tecnica e gestionale
dei figli Augusto e Domenico. Sin dagli inizi si è deciso di lavorare
sia sui vitigni storici, e tipici, quali il Negroamaro e il Primitivo
sia sui vitigni internazionali come Chardonnay, Merlot e Cabernet Sauvignon
che hanno sempre dimostrato notevole capacità di adattamento e
potenzialità di espressione in terra pugliese. La costruzione di
una nuova cantina presso il comune di Guagnano ha coinciso, infine, con
l'inserimento in azienda di Gianni, Paolo, Umberto e Luisa, la terza generazione
della famiglia Cantele, quest'ultimi hanno dato nuovo impulso al progetto
volto alla ricerca della qualità da un lato con una più
scrupolosa gestione dei 250 ettari di vigneto in conduzione, non di proprietà,
e con l'introduzione, negli schemi di lavorazione, di moderne tecnologie.
Il Salice Salentino Riserva 1998, classico uvaggio di
Negroamaro (80%) e Malvasia(20%) non è sicuramente, a torto però,
tra i vini più conosciuti (leggi premiati) dell'azienda. Eppure
è un vino dalla buona struttura, dalla progressione avvolgente
e sicura, senza dimenticare che viene prodotto in 200.000 esemplari dal
prezzo più che ragionevole. Alla vista si presenta di colore rosso
rubino profondo. Al naso abbisogna di prolungata ossigenazione per poter
esprimere il complesso bouquet che lo caratterizza dove si fondono sentori
di frutta rossa matura e le note, discrete, di vaniglia mutuate dal rovere
francese e americano in cui il vino sosta per circa sei mesi. Il gusto
è caldo ed armonico.
Concludiamo il nostro breve viaggio nel tavoliere con il Primitivo
2001 prodotto a Leverano dalla Famiglia Conti Zecca, una
delle più importanti realtà vinicole della penisola salentina.
Le uve nascono su terreni di origine alluvionale, di medio impasto con
zone tendenti al calcareo. Il colore è rubino intenso. Al naso
le note fruttate sono coperte da una intensa speziatura e lievi sentori
di vaniglia. In questo caso il vino, per la cronaca, passa sia in botte
piccola che botte grande. Al palato entra morbido mostrando tannini maturi
ed un corpo ricco e ben strutturato.
Trasferiamoci, dunque, in Sicilia dove erano presenti i vini di due aziende
storiche Donnafugata e Spadafora. E' al padre, Don Pietro
che, da anni, Francesco Spadafora dedica il vino che porta il suo nome
prodotto con Nero d'Avola, Cabernet e Merlot. I vigneti sono in località
Virzì dove ha sede l'azienda, nel comune di Monleale, in provincia
di Palermo. I terreni sono di natura a granulometria sabbioso-argillosa.
Dopo la fermentazione malolattica parte del vino trascorre 10 mesi in
vasche di cemento mentre una parte affina in barriques. Segue un ulteriore
periodo di affinamento, di almeno 6 mesi, in bottiglia. Il colore si presenta
rosso rubino intenso. Al naso si avverte un aroma ricco, intenso, sia
fruttato, di ciliegia e lamponi, che salmastro, di pasta di olive nere,
tipico del Nero d'Avola. In bocca l'apporto del cabernet, ma soprattutto
del merlot, si fa sentire in termini di rotondità e persistenza,
non di meno la presenza tannica. Esiste anche una versione in bianco da
uve cataratto, inzolia e grillo che ho trovato piuttosto anonima e trascurabile.
Più apprezzabile invece il bianco Lighea che la famiglia Rallo
produce nella tenuta di Donnafugata con un blend paritario di uve Ansonica
(Inzolia) ed altre varietà aromatiche. Il Lighea nasce da vigne
ad alta densità di impianto (5000 ceppi per ettaro) e da rese volutamente
basse (60 quintali per ettaro). Al naso l'impatto olfattivo si sviluppa
con notevole finezza su note complesse di frutta bianca e macchia mediterranea
(che tra le varietà aromatiche non ci sia più di un pizzico
di sauvignon?!) senza rinunciare ad una sua, pur solo discreta, connotazione
minerale. Al palato la progressione organolettica è in linea con
le impressioni rilevate al naso: pienezza, sapidità e morbidezza
in un contesto di buon equilibrio.
Con lo stesso rigore nel vigneto e lo stesso impegno in cantina nasce
Angheli: Nero d'Avola e Merlot, entrambi al 50%. La personalità
del Nero d'Avola anche in questo caso, come per il Don Pietro di Spadafora,
viene sacrificata sull'altare dell'immancabile uvaggio con uve foreste.
Il profumo è ampio, con note fruttate molto evidenti, di piccoli
frutti di bosco, che spiccano su note di cacao e spezie parte patrimonio
dell'uva indigena parte mutuate dall'immancabile, ominpresente anche questo,
rovere francese. La bocca rimane segnata da una, fin troppo, ricercata
morbidezza pur sorretta da una certa, piacevole, freschezza.
En passant ho provato il vermentino di Sardegna Nord - Est della Cantina
del Vermentino un vino di estrema semplicità realizzativa e degustativa
apprezzabile se non altro per l'ottimo rapporto qualità-prezzo.
La Campania ha offerto un serie di vini tutti di buon livello qualitativo
e che hanno incontrato il favore del pubblico presente. L'unica eccezione,
sorpresa negativa conoscendo il bravo produttore, il Taurì 2002
di Caggiano. Un vino irriconoscibile. Per scongiurare la casualità
di una bottiglia sfortunata sono state stappate diverse bottiglie nel
corso della serata ma tutte con lo stesso deludente risultato. Un'intera
cassa sfortunata?!.
Sorprendente, invece, in senso più che positivo il Taurasi
1999 di Enza Lonardo, piccola produttrice di stampo tradizionale.
A me il vino è piaciuto moltissimo tanto da contendere al Fontalloro
e al Rosso di Montalcino dei Tenimenti Angelini la palma di "migliore"
vino della degustazione. E' ovvio che il tannino sia ancora da smussare
ma da un Taurasi vero, con gli attributi, cosa ci aspettiamo?!. Molto
buono il Greco di Tufo 2002 di Villa Raiano che
ho preferito al pur ottimo 2003 di Mastroberardino. Impostazione più
improntata sulle note minerali e su una vibrante acidità per il
primo, più sul fruttato varietale di albicocca per il secondo.
Inavvicinabile la Falanghina 2003 di Feudi
così descritta di recente, in un orizzontale di Falanghina 2003,
dal fiduciario dell'Amira Peastum: "sentori percepiti ricordavano
la banana quasi in modo esagerato, sembravano quelli di una gomma masticante
alla banana. Anche se il tutto dava limpressione di essere artificiale,
il vino era piacevole e beverino.." e poi clamorosamente piazzata
sul podio, al 2° posto...
Una piccola rivelazione positiva i vini di Colli di Castelfranci, esordiente
cantina irpina, che, dopo la prestazione sfocata nella sfortunata annata
2002, finalmente con il 2003 riesce a proporre due Fiano, Paladino
e Pendino, all'altezza della fama del vitigno. Nulla
di particolarmente entusiasmante ma sicuramente promettenti, fanno ben
sperare per il futuro di questa nuova realtà.
Infine ho chiuso la sessione con il Cesco di Nece 2002 di Mustilli,
un vino di distinta personalità e dall'intrigante profilo minerale.
Insomma un plauso a questa bella iniziativa in grado di coniugare qualità
degli assaggi e, finalmente, il portafoglio di tutte le tasche!
Per chi volesse leggere il resoconto dei giudizi espressi dal pubblico
intervenuto in quell'occasione si può collegare all'indirizzo http://www.vincontro.it/23aprile.htm.
Campania felix a tutti
24 maggio 2004
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