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Vincontro 2004 (3° appuntamento)
di Fabio Cimmino

Venerdì 28 maggio scorso si è svolto il terzo appuntamento di degustazione organizzato da Professione Vino a Napoli presso l'enoteca Mondovino di Gianni Borreca, ultimo incontro prima della pausa estiva. Come sempre la manifestazione si è rivelata molto interessante visto il buon livello, almeno sulla carta, dei 30 (trenta) vini offerti in degustazione ed il prezzo irrisorio (5 €) per prendere parte alla stessa.

Vorrei questa volta cominciare subito dalla mia Campania felix perchè ad essa appartengo due tra i vini più buoni (scusatemi la banalità del termine utilizzato ma è quello che più efficacemente esprime la sensazione provata!) della serata. Parlo della Falanghina del Taburno 2003 e del Rosato, sempre 2003, da uve aglianico, dell'azienda Fontanavecchia, al secolo di Orazio Rillo. Per quanto riguarda la Falanghina mi sembra che Libero Rillo, figlio di Orazio, abbia saputo ben interpretare l'annata caldissima evitando la malolattica, solitamente prescritta quasi d'ufficio per questo vitigno, e riuscendo così ad imbrigliare bene l'estrosità e la masticabilità del frutto per ottenere un miglior equilibrio d'insieme. Questa versione base (c'è poi la selezione Facetus) viene ottenuta da uve falanghina raccolte in cassette e vinificate a temperatura controllata. Penso che questo vino rappresenti uno dei massimi risultati ottenuti da una Falanghina e da me assaggiati. Ciliegina sulla torta, che rende ancor più appettibile questo vino, il prezzo che dovrebbe oscillare in enoteca intorno ai 5 Euro.

Interpretazione dell'annata, invece, meno riuscita per la Falanghina dei Campi Flegrei 2003 prodotta sui Camaldoli dalle Vigne di Parthenope. Siamo alle pendici del Monte Prospetto, sul versante sud est della collina dei Camaldoli, in località Pietra Spaccata in Napoli, in un territorio vocato alla viticultura e caratterizzato da terrazzamenti che da pochi metri arrivano fino a circa 400/450 metri sul livello del mare. Il particolare microclima, la composizione tufacea dei terreni, la felice esposizione e le vigne a piede franco si fondono dando vita ad un espressione unica ed originale. Qui la famiglia Quaranta coltiva la vite e produce vino da tre generazioni. Oggi sono Angelina ed Aniello a proseguire, con passione ed impegno, il cammino intrapreso dai genitori. Meno convincente della versione 2002, anche nella vinificazione di questa 2003 si è deciso di far svolgere la malolattica, ottenendo un risultato che, seppur sempre apprezzabile al naso per la mineralità e la ricchezza di frutto, lo è molto meno al palato, dove il vino risulta troppo rotondo e morbido per una Falanghina. Encomiabile lo sforzo di una etichetta "trasparente" (una vera e propria carta d'identità del vino) come se ne vedono veramente poche in giro.

Ritorno ad Orazio Rillo e a Fontanavecchia per confermare l'unicità e la coinvolgente personalità espressiva del suo Rosato. Asssolutamente fuori dagli schemi, ed aggiungo io dalle mode, un aglianico 100% che non rinuncia al suo carattere avvicinandosi per corpo e struttura più ad un rosso che ad un bianco. Spezie e frutti rossi (in particolare una ciliegia nera scurissima) al naso sono sostenuti al palato da nerbo e sapidità. Aspetto con ansia, quanto prima, di poter provare i vini "più importanti" di Orazio Rillo, al momento ancora in affinamento.

A contendere il ruolo di migliore della serata troviamo, però, al vertice un vino umbro della Lungarotti. Parlo del Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1997, Torgiano Docg, ottenuto da uve sangiovese e canaiolo con rese di 60 quintali per ettaro che, dopo aver trascorso 12 mesi in barriques, è sottoposto a un lunghissimo affinamento in bottiglia. Si tratta di una selezione speciale ricavata da un cru, la vigna Monticchio, prodotta da diversi anni e cavallo di battaglia dell'azienda Lungarotti. Io, pur non ritrovandomi nelle note che ho letto sul vino in questione, che lo descrivono come un vino morbido e rotondo, ne ho comunque apprezzato la notevole struttura ed il passo austero ed elegante. Sicuramente i tannini sono ancora adesso piuttosto aggressivi ed asciuganti, e a tratti ostentano una certa ruvidezza che al palato penalizza un vino che al naso vola alto, altissimo, ampiamente sopra i 90/100 (giusto per avere un riferimento!). Meno felice l'interpretazione dell'azienda di Torgiano sui vitigni bianchi trebbiano e grechetto nel Torre di Giano Vigna il Pino, segnato dal rovere, con una frutto ed una sostanza non in grado di sostenerne fino in fondo il peso e concluso da un finale amaro e diluito.

Altre due grosse delusioni sono venute dalla Campania con una Falanghina beneventana, l'Ariola 2000 del progetto Janare della Cooperativa La Guardiense, ed il Greco di Tufo Cutizzi 2003 dell'azienda Feudi di San Gregorio. La prima è risultata screziata da un legno invasivo e grossolano, il secondo ancora una volta, in questo modo ripetendo la performance negativa registrata il mese prima dalla Falanghina 2003 della stessa azienda, caratterizzato da un sentore intenissimo e netto di banana matura. Per fortuna c'era il Fiano Donnaluna 2003 di De Conciliis a ricordarci quanto di buono possono offrire in termini di unicità e personalità i vini campani. Il Donnaluna non è uno di quei vinoni in grado di colpire il degustatore immediatamente. E' un vino giocato sulla finezza e sull'eleganza, una sobrietà che dimostra di saper mantenere anche in una annata come il 2003. E' uno di quei vini che anche grazie ad un vantaggioso rapporto qualità prezzo può essere compagno ideale per la tavola di tutti i giorni.

Non ha pieni giri il Delius della Cantina del Taburno. Il naso intrigante ed invogliante, fatto di terra e di spezie, di modernità e tipicità, non è, ahimè, seguito da altrettanta complessità al palato, dove invece il vino risulta leggermente sfocato ed alquanto slegato.

Non sono rimasto particolarmente e favorevolmente impressionato neanche dai bianchi siciliani presenti. Chiarandà del Merlo 2001 è segnato dai marcatori dello chardonnay e del rovere seppur entrambi in misura "sostenibile" (leggi accettabile). Il Cataratto IGT 2003 di Calatrasi, nonostante un naso delicatamente floreale risulta, poi, troppo esile e diluito nel suo incedere al palato. Vino semplice, invece, ben fatto, finanche di discreta personalità, complice un frutto polposo ma senza eccessi, l'Agimbè 2002 di Cusumano. Anche in rosso la Sicilia non brilla. Il Rosso Virzì di Spadafora mostra al naso un fruttone dolce (da imputarsi al syrah nell'uvaggio?) dai riflessi erbacei ed in bocca un tannino verde e scontroso. Meglio il Terre di Ginestra 651 di Calatrasi, versione 2001, dal naso più serrato con qualche accenno minerale e note boisè. Stile moderno ben confezionato. Sulla stessa falsa riga il Lamuri 2002, nero d'Avola di Tasca d'Almerita. Naso sottile, floreale e bocca piena, fruttata per il Funtana Liras Vermentino di Gallura della Cantina del Vermentino che si candida a pieno titolo tra i vini-aperitivo per l'imminente stagione estiva.

Spingendoci più a nord arriviamo fino in Abruzzo per una conferma, il Montepulciano d'Abruzzo Marina Cvetic 2000 di Masciarelli. Un vino che riesce ad esprimere una bella e decisa complessità di sensazioni senza sacrificare la piacevolezza e la scorrevolezza della beva. Concludo, dulcis in fundo, andando ancora più su, per una visione "da centro" più che da sud con il Maximo di Umani Ronchi. L'impeccabilità di esecuzione, anche senza sollecitare in me particolari entusiasmi nè coinvolgimento emozionale, non mi ha trattenuto dal segnalarlo per un elevato rapporto qualità-prezzo, all'attenzione di chi mi legge.

Campania felix a tutti

15 luglio 2004

http://www.vincontro.it/23aprile.htm

 

   

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