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"Cronaca di una degustazione annnunciata" potrebbe essere il titolo per quanto vado a narrarvi. Qualcuno, già, si starà chiedendo cosa ci fa un articolo su un vitigno come il Pelaverga, coltivato in quel di Verduno in provincia di Cuneo in una sezione dedicata alle visioni da Sud. In realtà mi fa, veramente, piacere poter parlare del Verduno Pelaverga, un vitigno a rischio di estinzione e degno di meritata rivalutazione. Un piccola DOC da salvare, insomma! Capita proprio a puntino dal momento che, qualche tempo fa, mi erano state inviate le 12 bottiglie 2001 delle ultime 12 cantine rimaste ancora a produrlo. La mia intenzione era di organizzare una serata GRATUITA per un gruppo di enoappassionati partenopei dal titolo "I 12 apostoli del Verduno Pelaverga". Spero che mi crediate se vi dico che in un anno non sono riuscito a trovare nessuno che ospitasse la serata... o meglio di promesse ne ho ricevute tante ma, poi, mai mantenute!!! Peggio per loro e tutti coloro che "se non pagano non sono contenti...". Fatto sta che mi sono rotto le scatole e ai primi di settembre ho cominciato a stapparmi le bottiglie da solo a casa. Ho cominciato con quelle di F.lli Alessandria, Cadia e Corona Teresina. Il primo veramente molto buono, complesso, mineral-terroso e fresco. Più minerale e con un pizzico di cattiveria tannica in più. Il secondo piuttosto monocorde eppure austero e leggermente caratterizzato da sentori animali. Il terzo più rustico. La sera successiva, come programmato, ho stappato Basadone 2001 del Castello di Verduno e come sparring partner ho scelto il Verduno Pelaverga 2001 della Cascina Massara di proprietà dell'azienda Burlotto Andrea dei F.lli Burlotto. Basadone si è dimostrato un bel vino, dotato di suadente avvolgenza e, forse, soltanto un pochino troppo morbido. Cascina Massara mi ha fatto tribolare. All'inizio pensavo ad una bottiglia difettosa, odori non proprio gradevolissimi, sfocato e rustico con un residuo di carbonica (rifermentato?). Eppure abbandonato lì sul tavolo dopo qualche oretta si è ricomposto, la carbonica residua sembrava scomparsa così come i poco piacevoli sentori iniziali, comunque, nulla di trascendentale. Immolato sulla tavola durante il week end successivo, il Verduno del Comm. G. Burlotto 2001. Sin dall'aspetto molto diverso da tutti gli altri. Colore molto meno evoluto. Al naso frutto rosso netto, fresco ed invitante. Acidità spiccata. Penso che di quelli provati sia stato quello con il miglior potenziale evolutivo. Peccato non averne un'altra bottiglia per ritestarlo tra 2/3 anni. A seguire "ho tirato il collo" al Verduno Pelaverga dell' Azienda Agricola San Biagio. Completamente diverso da tutti gli altri per l'impostazione molto più moderna. Colore molto più concentrato: rosso porpora con riflessi viola/fuxia; naso fruttatissimo di un fruttone caldo e carnoso sparato a mille. Sembra essere passato in barrique, non ne ho riscontri ma in tal caso mi sembrerebbe, abbastanza, ben dosata. Difficile da inquadrare nel contesto Verduno Pelaverga che fino a quel momento mi stavo facendo. Riprovato a distanza di 36h a bottiglia scolma ho potuto riscontrare che l'ossigenazione gli aveva giovato. Il fruttone esasperato del giorno prima aveva, infatti, lasciato posto a un sottofondo più terroso di bosco, castagne e funghi che, se non proprio più invitante, si rivelava quantomeno più intrigante e in linea con la tipologia. Nei giorni successivi ho proseguito con i Verduno di Belcolle e Terre di Barolo. Quello di Belcolle era già un tantino troppo evoluto, austero, saldo nella struttura e piacevolmente terroso. Putroppo, invece, Terre del Barolo è risultato, leggermente, "tappato". Si è intravisto un vino di fattura più rustica ed approssimativa. A seguire ho "giustiziato" i due Verduno di Alessandro (Poderi Roset) e Antonio Brero. Il primo, Poderi Roset, mi è sembrato seguire quella che ormai mi era parso di capire fosse l'interpretazione più tradizionale del vino/vitigno: sottobosco, terra, funghi, buona acidità, tannini presenti ma mai aggressivi. Forse l'unico appunto è quello, ricorrente, di trovarsi di fronte vini che, nonostante un solo anno di vita, già sembrano piuttosto evoluti (come in questo caso)! Il secondo di Antonio Brero è invece un vino più semplice, corretto dal punto di vista realizzativo ma meno emozionale. Ho concluso in ultimo con il Verduno del La Cantina che mi è sembrato, sulla scia di quello di Antonio Brero, un vino corretto e semplice, di quelli da abbinare a tutto pasto con grande soddisfazione per il palato! Allora, non mi resta che rimandarvi alla prossima trasferta del Pelaverga
alle falde del Vesuvio e, nel frattempo, raccomandarvi di comprare e,
quindi, sostenere, anche questi vini che rappresentanto le cosìddette
DOC minori. Molto spesso si tratta di denominazioni minori solo nei numeri,
quello delle bottiglie prodotte ed il prezzo, quest'ultimo sicuramente
e piuttosto un motivo in più per prestarvi maggiore attenzione,
ma che non lo sono assolutamente dal punto di vista qualitativo sia per
personalità che per piacevolezza! 26 novembre 2003
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