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10 barolo valgon bene una terra

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10 Barolo valgon bene una terra.

di Fernando Pardini


Missione impossibile, penserete voi: unire in degustazione meditata 10 Barolo, a due a due in rappresentanza dei 5 comuni storici della denominazione (Barolo, Serralunga, Castiglion Falletto, Monforte, La Morra) e scoprirne d'incanto l'attaccamento, l'imprinting, l'identità, la trasposizione di umori, la provenienza. Alla luce dei fatti io sostengo che no, non è impossibile. Certo, bisogna anche dire che sono scesi in campo, a nobilitar l'amichevole tenzone di cui vi parlerò, non soltanto dieci vignaioli bensì dieci interpreti del territorio. E quando si ha a che fare con gli interpreti del territorio ti appare - quale pagana magìa- così forte la personalità ed il carattere dei vini da andare persino oltre il vigneto, quasi quei vini fossero terra stessa e ragion d'essere.

Eppure, nonostante questo, i dieci Barolo di oggi - un per l'altro nella versione 1998 - hanno trovato in se stessi, nella loro intima essenza, la forza e la capacità di trasmettere - tra i tanti - un messaggio chiaro: che tutto parte e finisce nella vigna. Da quei 10 bicchieri ho avuto di ritorno la speranza che i tempi delle indecisioni, delle testardaggini, della incomprensione e della disistima stiano per finire. La scienza e la coscienza di cui si sta appropriando il vignaiolo di Langa suggeriscono - caso mai non si fosse capito - che la meraviglia dimora in campagna, ben oltre le metodologie "cantiniere" o le filosofie "affinatorie". Queste ultime possono marcare uno stile o una dinamica evolutiva ma non passare avanti al dominio del territorio, che si tramuterà fitto fitto nei vini che berremo se soltanto le cure e le attenzioni in vigna saranno state ai massimi livelli: sono scelte agronomiche, esposizioni, selezioni, ascolto che stanno facendo la differenza, per i vignaioli vecchi e per quelli nuovi. Lì sta la vera rivoluzione. Certo, lo svecchiamento delle cantine dai legni stantii è stato - ed è - un passaggio importante, ma non quanto la consapevolezza che sta oggi nella straordinaria, generalizzata, cosciente ricerca quotidiana di ottenere in vigna il meglio. Questo il messaggio da quei 10 bicchieri. Questo ciò che ho intuito io.

Ai vini che racconterò, o meglio, alle parole che ho trovato da dedicar loro, affido così la speranza di trasmettere l'idea di una terra; all'intimità di una suggestione la "logica" dell'appartenenza. Per il resto, mille altre le suggestioni non dette di cui so già la fine: l'inesorabile loro accumularsi in testa ed il conseguente bisogno di lasciare -un giorno come un altro- l'affannata quotidianità lavorativa per correre - armi e bagagli - incontro a quella terra, alla Langa che non ho. Solo lì - lo so già- avrò l'impressione che le suggestioni accumulate si liberino, tornando meravigliosamente decifrabili e caricandosi di nuovi sospiri.

Nei ricordi, oltre all'idea di una terra, i sorrisi e le parole dei vignaioli che ho incontrato quella sera, dei quali mi è impossibile dimenticare l'umiltà e la serietà. Dalla simpatica eloquenza langhetta di un Luca Sandrone ( la passione tal quale il fratello Luciano) al garbo, all'equilibrio - nei modi e nei gesti - di un Franco Massolino; dalla modestia e dal fascino dell'esperienza che intuisci nella figura di Enrico Scavino alla amabile gentilezza del cugino Luigi ( di Azelia anima e corpo); dalla decisa personalità di Franco Conterno - giovane rampollo di una casata che ha fatto la storia vinicola piemontese- alla timida dolcezza di Elena Germano. Ma anche gli assenti (giustificati), con i loro vini hanno lanciato messaggi chiari e affatto antitetici: da un lato la tempra di Bartolo Mascarello, che ci ha insegnato l'importanza delle radici, la nuda sapienza contadina, l'orgoglio di esserci e contare ancora; dall'altro l'estro ed il coraggio delle idee di Elio Altare o di altri epigoni di una coscienza nuova, sempre attenta e in movimento, come Gianfranco Alessandria o Mauro Veglio.

Essere consci della strada fatta, orgogliosi della propria appartenenza, così come partecipi di una storia che non si può cancellare; nello stesso tempo essere curiosi, reattivi, e non fermarsi mai, per restare protagonisti di una storia che continua, si evolve e diventa futuro. Quei vini, così diversi e così personali, sono passati sopra le inquietudini filosofiche e produttive che qualcuno suole ritagliare addosso ad un territorio intero e alla sua gente, ricordando a tutti ciò che serve: amare la terra e fare bene il proprio mestiere. Crederci. La terra , così trasposta, dirà poi tutto ciò che è necessario, tutto ciò che conta. Per chi ascolta e per chi non vuol ascoltare.

Sì, dopo questi vini potrei anche dire, canticchiandolo: "10 barolo per me posson bastare"!

Barolo Arborina 1998 - Elio Altare

Con un granato fitto di netta consistenza e fierezza si apre ad un naso sfumato, oltremodo raffinato ed ingentilito dagli apporti di lampone e visciole su fondo dolce di cioccolato e solido minerale. A lui appartiene una bocca di grande spessore e cantilenante sviluppo, calibrata ed ordinatissima, a cui non resisti per dedizione e rigore e dalla quale ne ricevi , insieme all'abbraccio tannico fulgido e levigato, un bacio lungo di territorio.

Barolo Arborina 1998 - Mauro Veglio

Qui, come l'assaggio di qualche mese prima mi aveva già rivelato, certe screziature aromatiche rendono scorbutico il naso e ledono allo splendore della proposta. E' un peccato, perché nel frattempo, su un granato old fashioned, se ne escono ampi profumi di impronta evoluta e seriosa: foglie secche, prugne, thè, bacca i quali ti introducono ad una bocca splendida per tessitura, in cui la terra riprende il suo ruolo e si esprime nitida, e dove morbidezza ed ospitalità ti regalano diffusioni ed effusioni profondamente fruttate, tali da acquietarsi solo più in là nel tempo, dopo che ne hai assaporato il raro calor buono.

Barolo Bric Dël Fiasc 1998 - Paolo Scavino

Il granato fitto e compatto dell'evidenza esprime d'accompagno un naso carnoso, pieno, fresco, estroverso e cangiante, dove l'afflato di modernità è dichiarato da una integratissima striscia vanigliata e l'abbraccio aromatico - di rara perfezione - da caramella di lampone, rosa canina, balsami fini su fondo vegetale di sottobosco. Il palato è tessuto amorevolmente nelle profonde trame e sa assumere spessore notevole per morbidezza, tatto, garbo, lì dove la tensione si fa vibratile e la fragranza tattile quasi croccante, lunga un sogno.

Barolo Bricco Fiasco 1998 - Azelia

Il granato netto della veste si concede luminose trasparenze, belle a vedersi. Il naso è ampio, sfumato, e la vena leggermente eterea che lo pervade ne dilata ed amplifica, ancor di più con il tempo che passa, il quadro armonioso e raffinato, rarefatto e meditabondo, nel quale l'umor fruttato e rosso si compenetra con gli importanti rivoli fumé ed i sussurri minerali. In bocca sa trasmetterti dignità e sapida essenza; in più, un nerbo vegetale assai simile al vino di Enrico Scavino, di bosco e bacca, che ti lascia poi - su scie di liquirizia e tabacco pregiato- in compagnia di una trama tannica diffusiva e senza alcuna asperità.

Barolo 1998 - Bartolo Mascarello

Un granato fitto ed un naso alcolico di menta e bosco, lampone e ciliegia, ti preannunciano un palato grintoso, forte, lì per lì quasi assalitore, da farti dimenticare la provenienza. Ma è vino passista, slow, ragionato. Se lo attendi lo capirai. E' quando con l'aria se ne esce l'emozionante nota di nocciola piemontese - quasi ti voglia urlare la terra di appartenenza - che nel contempo lo scoprirai più disteso e progressivo nello sviluppo e nello sviluppo allungarsi, tendersi, e nella tensione amalgamarsi, riscaldarsi, confonderti, pervaderti. E' un vino che non ha fretta e che parte da lontano; un rimorchiatore di sogni che traina e sbuffa ma che - invariabilmente - arriva alla meta.

Barolo Cannubi Boschis 1998 - Luciano Sandrone

Qui il granato assume toni cupi, di salda fittezza, ed il naso uno spettro corrispondente, spesso, ricco, fruttato, in cui i sentori di viola e liquirizia si legano ad una splendente nota minerale e ad una boscosa bacca di ginepro. In bocca è caratterialmente pieno e grasso, assai aggressivo nel nerbo acido e deciso nell'espressione tannica, quasi da frenarne lo sviluppo. Lo so, è vino sui generis, vino coi numeri, stratificato e potente, che cerca di dimostrarci, vendemmia dopo vendemmia, il sole ed il tepore dei Cannubi in esasperato abbraccio.

BAROLO 1998 - GIANFRANCO ALESSANDRIA

Il granato è fulgido e pieno, senza unghie di sorta. Il suo naso sfumato, sussurrato, accennato su avviluppi ampi e dilatati di autunno e bacche. In bocca ha passo sabbioso e sensibile diffusione tannica, senza morsi o ferite , giocando le sorti sui registri di una timida eleganza. E' il vino che più ha sofferto il confronto ma, come ebbi a dire al momento del mio primo assaggio, datato settembre 2002, è una buona base. Veramente. Di sincera dignità. Certo il peso, e la caratura, del San Giovanni di Gianfranco - ahinoi assente - mi sono apparsi - ed ancor mi appaiono - un'altra cosa.

Barolo Vigna Cicala 1998 - Poderi Aldo Conterno

Naso ammaliatore ed elegante, voluttuoso e felpato, carezzevole e pensatore, che spazia aereo eppur penetrante tra le evidenti sue voluttà balsamiche, le raffinate verità speziate, dispensando soavi tocchi di ciliegia e bosco umido su fondo sfumato ed etereo. Il palato si concede diffuso e nobile per regalarci tatto e sabbia, con una marcatura tannica distesa e levigata, quasi "sottile" eppur viva. Nei ricordi, oggi che lo scrivo, una sensazione di irreale purezza, senza filtri, quasi opalina nonostante il terragno color granato dell'apparenza.

Barolo Parafada 1998 - Massolino

Il colore è tra i più vivi, quasi rubineggiante direi, mentre il naso mi ha accolto integro e fresco, reattivo ed evidente con un cuore profondo e pulsante di more e mirtilli a segnare la via ed una spessa matrice grafitica ad intrigare. Moderno l'afflato, con equilibrio e tatto però. In bocca c'è tensione, ed austera ricchezza, come si addice ad un tannino tessuto in Serralunga. Non si espande all'infinito ma sulla strada la sapida vena, la carnosità fruttata ed i ricami speziati contribuiscono a fargli mantenere un passo ed un carattere ipnoticamente coinvolgenti.


Barolo Cerretta 1998 - Ettore Germano

Cromatismi belli ed intensi, pieni e vividi così come il naso, sentito e spinto nel frutto suo rosso maturo, nei fiori di rosa, nel cuoio e nel caramello. In bocca è istintivamente potente, caldo, continuo e vigoroso e nello stesso tempo "educatamente" minerale nell'intimità. Autentica la tannicità, solidissima, personale, presente e perfettamente estratta. Porta con sè lo spirito contadino dell'accoglienza, e te lo regala: un misto tra nuda verità senza fronzoli e nobile purezza. Da tale spirito -me lo insegnate- nascono le cose più belle.

 

Assaggi effettuati il 25 marzo 2003. Alla cieca.

Si ringraziano la Condotta Slow food Valdera ed Il Cavatappi di Calcinaia (PI) per la squisita accoglienza e per le attenzioni; lo spettacolare filetto di maiale alle erbe fini e al Barolo per la capacità di rendersi indimenticabile.

   

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