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INTRO GIRANDOLA QUARTA: VIGNA RIONDA-MASSOLINO Come primo uomo sulla luna, un'alone bianco, quasi immacolato, ha circondato la mia scarpa primaverile non appena quella terra é stata sfiorata. E' uno dei tanti ricordi che mi son portato appresso da quel suolo bianco, marnoso e calcareo, duro e bello, dal quale, a camminarlo in silenzio, mi è sembrata defluire tutta la forza - e la dignità - della storia contadina, tale da plasmarne lo spirito, darne il senso, alimentare i destini delle anime che ne condividono l'impegno e gli onori.
Suo padre aveva avuto naso ed intuito:
l'esperienza e la vocazione gli avevano consentito di acquistare -molti
anni prima- una parte di quella conca unica, assolata e riparata, esposta
ai cuori e a mezzogiorno (come son solito dire io) chiamata Vigna Rionda.
E a tal proposito inizio a raccontarvi il mio/loro Chardonnay 2000, che si offre caldo ed elegante su robe gialla e densa. Dapprincipio é la freschezza dell'ananas, poi il calore dei frutti gialli e la struggente resina boschiva, su boisé integrato e non disturbante,a indirizzarne gli aromi. In bocca ne rammento la lodevole spinta acida a compensare e ricompensare il succo. Potente e volumico, riesce ad essere molto convincente grazie all'assenza di ridondanze, all'equilibrio, alla chiarezza espressiva, alla sottesa, beneaugurante mineralità, al richiamo chiarissimo della via langarola ai vini bianchi. Molto rassicurante mi è apparso il Dolcetto d'Alba Barilot 2000, proveniente dalla stessa collina della Vigna Rionda, per la sua gioviale estroversione, tutta marasca e more, spezie e fior di violetta, e per la fragranza del frutto. In bocca é esemplare per compostezza, equilibri, precisione, richiami, echeggiamenti e tipicità. Fresca l'impostazione, soffusa e matura la tannicità, rotondo e confortevole l'abbraccio. Molto interessante pure il Langhe Nebbiolo 1999, per la suggestione sottesa e la sfumata leggiadrìa aromatica, dolce e calda, sospesa e accarezzata nei toni boschivi così come in quelli più freschi della ciliegia, o della bacca di ginepro, o dei fiorellini in fiore. Al palato dimostra vitalità nel frutto, uno sviluppo sapido e diretto, un tannino nebbiolesco levigato e mai arrogante. Ancor da fondersi e "snellirsi" - mi pare giochi su parametri alti - ho trovato il Piria 1999, uvaggio di nebbiolo, barbera più un piccolo saldo di cabernet sauvignon; un vino comunque che mi palesa una sincera ricchezza olfattiva mutuatagli dalla esuberanza del frutto, qui rosso e nero, e dai risvolti freschi e propositivi della menta e della liquirizia. In bocca è succoso e di sentito sostegno acido, con un tannino che spinge e convince. La Barbera d'Alba Gisep 1999 mi ha rivelato profumi intensi e penetranti, prestanti nel frutto, fini & fitti. Ne ho apprezzato così la potenza e la vigoria, e quel palato oltremodo teso, fuso e vivido. E' un vino femmina che però si impone con carattere e personalità decisioniste, rifuggendo sempre e comunque certe stucchevolezze,o smancerie, tipiche dei vini suoi simili non propriamente "maritatisi" con gli influssi roverizzati piccoli e nuovi,ma che ne subiscono invero, macroscopiche e ridanciane, le sopraffazioni. Il Barolo 1998 mi riporta d'un botto al "classicismo", per il suo spaziare sfumato, etereo e tipico, quasi aulico, con cinconvoluzioni rarefatte e dignitose: la sua viola in prima linea, l'humus e il vegetale tutt'intorno. La bocca è serrata e lunga, con tensione barolesca e tannino maturo. Non manca di freschezza anche se nel finale - non strabiliante - predilige acquietarsi asciutto e tendenzialmente largo. Si sale ai piani alti però al solo sfiorare il Barolo Margheria 1998, dal bellissimo, affascinante naso, capace di reiterata eleganza e di percorsi sensoriali diffusi e nitidi, sulle note dell'humus, del fumé e della frutta rossa sotto spirito. Palato teso e vibrante, di elettrizzante sapidità, frutto che tiene e tannino levigato. Molto sostenuto l'incedere - acciaio in guanti di velluto- tal da concedersi raffinati rintocchi minerali a impreziosirne la trama. Tutta l'essenza delle sabbie del Margheria in un bicchiere solo. Assai più moderna l'impostazione, così come più fitta l'articolazione e più fresca la proposta nel Barolo Parafada 1998: ricco il frutto, maritato alla bisogna con il rovere; i rintocchi neri del bosco e quelli, altrettanto "neri", della grafite ne accompagnano qui le aromatiche sorti a regalarci un naso compatto, potente e denso. La bocca è sapida e piena, forte e caratteriale, grintosa direi (deve perdere infatti le ultime sue scorie roverizzate), ma ti colpisce per la sontuosa carnosità e per le spezie, nonché per il frutto, cospicuo assai rispetto ad un rigoroso Serralunga. In questo bicchiere la misura, e la bellezza, del tempo che passa e che inorgoglisce la vigna, vigna vecchia e acclimatata, dai pochi grappoli ma dalle elettive trasposizioni. Infine lui, il Barolo Riserva Vigna Rionda 1996, che dopo 4 anni pieni di botte e 1,5 di bottiglia ti sconvolge e beatamente ti scompiglia: per quel naso variegato e trascinante, per l'integrità e la pienezza- puro esprit nebbiolesco- per quel che di insondabile e profondo, articolato e bello cui non bastan le parole: mitico nei toni fumé, struggente nella torba, dolce nel caramello, sfumato nella scatola dei sigari buoni, essenziale nei ricami floreali. La bocca è ricca e spessa, quanto mai effusiva e dilagante, stordente, immensa. Asciutto il nerbo, sopraffina la razza, massiccio e potente l'insieme, solida e bella la tannicità, fascinosa la trama, quasi sospesa nel tempo, noncurante di esso, ma che maledettamente ti manca di già un attimo dopo che te ne sei distaccato. Vino monstre da cui intuisci tutta la forza di una terra, da cui ne apprendi la meraviglia e per il quale ti vien voglia di spendere la parola più difficile: inimitabile.
(7/11/2002)
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