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10 barolo valgon bene una terra

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Lupicaia, il fascino indiscreto della "bolgheria". Verticale completa 1993-2000

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II: Verticali di Summus ed Excelsus

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Girandole langarole: Fratelli Oddero e Vigna Rionda-Massolino

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Girandole langarole

di Fernando Pardini

INTRO

Tanti volti, tanti vini, quali raggi di una girandola. Li voglio immaginare così i fitti incontri di Langa, uno per ogni raggio, meritevoli ciascuno di ricordo, di parole, di meditazione, di giro di girandola. Da quegli incontri, e dalle parole, un legame così forte con la terra da superare persino le distanze, chè ti sembra di esser lì anche quando non ci sei. E' successo così che in vari luoghi li ho cercati, incontrati, ascoltati - vignaioli e vini - per la necessità di sfiorarli, di cercarne il filo e le suggestioni, di addentrarmi per imparare e possibilmente perdermi, beatamente perdermi, nei meandri di una terra immaginata e trasposta in un bicchiere. Mille i racconti che ne potrebbero uscire,svariate le argomentazioni a sostegno. Proverò soltanto - quale limite!- a trarne stimoli sensoriali dall'assaggio liquido. Ve li rendo, immediati, con una consapevolezza in più, che il tempo via via mi va evidenziando, e che vorrei sottesa in ogni mia frase, perchè la si pensi e magari la si sperimenti di per sè medesimi: quanto cioè a volte sia indissolubile, intimamente presente, sottile, costante,progressivo il legame tra la personalità dei vignaioli ed i loro vini. Ci sono momenti - o forse luoghi - in cui la trasposizione è sì evidente che ti vien da chiederti se la terra - per una sorta di rito pagano e magico- sia davvero in grado di rispondere agli stimoli umani plasmando i suoi frutti sulla scia della sensibilità dimostratagli, in sintonia con i caratteri sbandierati, o intesi. Io lo chiamo dialogo. Ebbene, quando "sento il dialogo" è come se la girandola prendesse a ruotare senza bisogno di vento, tutt'intorno tensione vibratile e immedesimazione, e mi sembra pure di avere capacità che non ho, quali quelle di odorare tutti i profumi della terra,e di comprenderli. Di certo, immancabile, la frenesia dello scrivere, per stemperare struggimenti, o forse, per risolverli. Di certo, ineludibili, quei "dialoghi". Questi ultimi, spesso, attengono al Piemonte.

GIRANDOLA TERZA: FRATELLI ODDERO

Autenticità, cuore e scorza di Langa, purezza e tradizione, potenza della terra, sguardo affilato e contadino, solida verità. Così i vini dei fratelli Oddero, così - forse - i fratelli Oddero stessi. Di Giacomo e Luigi io parlo, ultimi di generazioni "intrise" di vino,perpetuatesi con esso, per esso, incontrati e conosciuti (sfiorati) all'ultimo vinitalì. E', il loro, vino generoso e massiccio da uve nebbiolo, di razza fina e aristocrazia barolesca, intransigente e senza peli sulla lingua, diretto e luminoso nella sua essenzialità. La cantina, con sede a La Morra, si concede d'altronde il lusso di annoverare surì, bricchi e filari scelti in ogni dove, finanche a Vinchio e Vaglio (non a barolo questi ultimi, sia chiaro). Cantina di cui echeggiano mitiche, rimbombanti le proprietà più prestigiose:la Vigna Rionda, giù a Serralunga, che a camminarla in silenzio ti par di sentir scorrere la storia sotto ai piedi; la Mondoca di Bussìa Soprana e le Rocche di Bussìa, di spirito e natura monfortina; il Rocche e il Rivera di Castiglione, proprio sotto il castello Falletto, puro esprit - tramutatosi liquido - di rarefatta eleganza; un pezzetto di Brunate, che punta dritto al cuore e a mezzogiorno. A lunghi tratti, da quelle vigne, nascono vini di cui puoi rivelarne l'anima, sincera e rigorosa, eclettica e generosa, distintiva e dignitosa per ogni terra diversa che li cresce. A volte, assisti al miracolo. Mai quest'anno ho provato un sentimento così chiaro di inenarrabile sintesi e profondità, di essenza archetipica ed ineludibile contemporaneità, quale quello offertomi dal Vigna Rionda 98 dei fratelli Oddero: tutto un mondo, ciò che è passato e ciò che sarà, in un bicchiere solo.

Con la generazione giovane e femminile degli Oddero,nella figura simpatica e premurosa di Maria Cristina, intraprendo un piccolo viaggio sensoriale e sentimentale in compagnia dei loro barolo, con qualche piccola divagazione, essa pure in odor di Langa. Tra queste, il Dolcetto d'Alba Vigna dei Roveri 2001 ti si propone elegante e femminile, sinuoso e sfumato nei percorsi olfattivi, così come piacevole e beverino se lo assaggi, sorretto da un nerbo asciutto e da una trama snella. Ritorna amarognolo nel retrogusto, stemperandosi tipico. Ne apprezzo invero la soffusa tannicità e il dignitoso impegno.

Invece il Furesté 1999, tentativo di plasmare il carattere aitante e da prim'attore di un vitigno forte come il cabernet sauvignon attraverso il tocco raffinato dei terreni di La Morra, mi è apparso oltremodo gentile nei profumi, dipanandosi essenziale sulle trame del frutto senza troppa propensione alla lettura più profonda; é uno svolgersi soave e leggero, con note verdi a contorno e radice di liquirizia sulla scia. In bocca la verve é tendenzialmente verde ma il corpo non invadente e ben bilanciato gli consente uno sviluppo tannico diffuso. La sostanza aromatica qui si fa pure floreale, la trama assume passo cadenzato ed elegante, su fondo di vaniglia. E' vino stilizzato e in punta di piedi, silenzioso e non imperioso, forse sotto tono rispetto a quanto devi pretendere da un cabernet sauvignon espresso nella sua purezza.

Ma andare al cuore del discorso, e della produzione, significa iniziare dalle rarefatte armonie, di solida bellezza, che sa offrirti il Barolo Rocche di Castiglione 1998, dall'ampia corolla aromatica, cosparsa quest'anno da un frutto maturo molto caldo. In bocca insiste e persiste su una trama rarefatta e nobilmente sfumata, con un filo di grasso e un eleganza tannica invidiabile, di assoluta levigatezza. Manca il guizzo per il cielo ma il carattere e l'asciutto rigore rendono affascinante il confondersi.

Di livello inferiore mi è parso invece l'altro alfiere di Castiglion Falletto, il Barolo Rocche Rivera di Castiglione 1998, che al naso rivela un afflato calorico ed alcolico evidente unito a potenza ed intensità; se sente l'aria poi brilla assai deciso nelle sfumature. La bocca è più astringente del Rocche e meno sfumata nel suo complesso. Simpatiche le note di torrefazione. In generale lo potrai trovare rigoroso, ampio, preciso se vuoi ma con una latenza, leggera ma presente, in complessità.

Sali gradini e scale se ti avvicini al Barolo Mondoca di Bussìa Soprana 1998, uno dei cavalli di battaglia della casa. Il naso è ancor da fondersi, con qualche screziatura da rintuzzare, ma ne apprezzi eccome le naturali doti di profondità ed articolazione. Felpato io lo chiamarei. In bocca c'è fascino e tensione antica, ampiezza e tessitura tannica da sarto: ciò che ne crea la differenza e ne misura la distanza. E' facile immedesimarsi nelle pieghe morbide e larghe della sua trama.

Infine c'è lui, il coup de coeur più fulgido di questa campagna d'assaggi 2002 (guarda un pò alla pari di un suo omonimo, targato Massolino, di cui vi dirò). Il Barolo Vigna Rionda 1998 vuole poche parole a commento, anche perché, di fronte a cotanta sostanza, il narratore c'è il caso non le trovi più. L'impatto è via via stordente, peculiare, trasognante per tocco e profondità, diffusione e aeree voluttà. Si confondono nei ricordi miei le sensazioni mature del frutto rosso, del caramello, le inconfondibili note fumé, il vegetale del sottobosco più intimo e umido che c'è. Prelude poi a pienezza ed esplosione al solo accostarlo alle papille, laddove la tensione vibratile si fa insostenibile alla narrazione e alla esemplificazione. Uno di quei casi in cui il vino occorre berselo per davvero e meditarselo in silenzio. L'esperienza può bastare alla parola. Inevitabile, per chi ha penne da scrivere, segnalarne il passaggio. Necessità, per il sottoscritto, conoscere veramente le anime che lo creano, proposito futuro che spero di rendere realtà, recandomi onorato su al Bricco della Chiesa.

(7/11/2002)
Assaggi effettuati nel mese di Aprile 2002

   

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