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Dualismo veneto: Bosco del Merlo
di Luca Bonci

Le due bottiglie che ci troviamo di fronte rappresentano un piccolo assaggio della serie di vini prodotti dall'Azienda Agricola Bosco del Merlo, della famiglia Paladin. Come tutte le altre bottiglie della serie, anche le nostre due si presentano assai ben curate: alte e pesanti le bottiglie, di forte impatto le etichette. Una scelta grafica particolare quella delle etichette, che solo per alcuni dei vini DOC prodotti sono una simile all'altra, con la sola variazione del nome del vino, mentre si presentano di foggia e grafica assai diverse per i prodotti più rappresentativi.

Questo è il caso del Prinè 2001, un Bianco delle Venezie IGT di 13% e del Lison Pramaggiore DOC Refosco del Peduncolo Rosso Roggio dei Roveri 2000. Il primo ha un'etichetta tondeggiante che ricorda un disco di tulle. Leggiamo che scaturisce da un uvaggio di chardonnay, pinot bianco e riesling e che affina in legni piccoli. Affinamento in legno che risulterà la nota dominante all'assaggio. Il Roggio dei Roveri ha invece una etichetta più classica, rettangolare, ma sempre di bella eleganza.

Il colore del Prinè è un paglierino accentuato, con riflessi dorati e i suoi profumi sono intensi e marcati da una componente terziaria un po' dominante. La vaniglia e le spezie derivanti dall'affinamento in legno si mescolano a note agrumose e di uva matura con un risultato di sicuro impatto ma di una certa stucchevolezza. Al gusto il quadro si ripropone, con un sentore di chiodo di garofano che sovrasta il frutto. Il corpo è medio e il finale, amarognolo, ci rende un po' di quella pulizia e freschezza che mancano a questo vino, un po' appesantito da contributi aromatici intensi ma contrastanti.

Di stampo assai diverso è il Roggio dei Roveri, dal colore rubino vivo e dai 13% alcolici. Qui è il frutto a dominare, sia al naso dove la linea è dettata da freschi sentori di piccoli frutti rossi e neri, e arricchita da spunti vanigliati e liquiriziosi, sia al gusto. Il vino entra in bocca con un bell'impatto fruttato che poi si allunga, con buona persistenza, su toni minerali e chiude con bei tannini fini e bilanciati dall'acidità. Un corredo aromatico che verte più sulla freschezza che sull'imponenza, ma che vince in complessità, specialmente quando, a un ascolto più attento, percepiamo una nitida violetta e un fine sottofondo di legni aromatici.

Concludiamo con una riflessione un po' influenzata dai nostri gusti personali. Non possiamo certo trarre conclusioni dall'esame di due soli vini di questa azienda, ma neppure negare che siamo di fronte al solito dualismo che percorre tutta l'italia vinicola: il vino che ammicca ai gusti internazionali contro il prodotto tradizionale. Un bianco a prevalenza di chardonnay passato in barrique contro un refosco dal peduncolo rosso, vitigno tanto autoctono quanto dal nome complicato. Ebbene, per poco senso che abbia un confronto impostato in questo modo, è sicuramente il prodotto tradizionale a incontrare i nostri gusti e a vincere questa sfida casalinga.


15 agosto 2003


   

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