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Lupicaia, il fascino indiscreto della "bolgheria". Verticale completa 1993-2000

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Lupicaia, il fascino indiscreto della "bolgheria". Verticale completa 1993-2000
di Fernando Pardini

Dell'esperienza Lupicaia vi sono molte cose che mi sono rimaste impresse. Oltre a lui naturalmente. I suoi luoghi, per esempio, immensi e beati, raccolti (si fa per dire, sono 1700 ettari di tenuta!) in una propaggine verde e mediterranea ad un passo dal mare, a due da Bolgheri, e che ti ritrovi spiazzanti e trasognanti a poche centinaia di metri dall'uscita autostradale di Vada, sulla Genova-Livorno. Oddio, non è che ci troviamo nell'areale classico bolgherese - qui a ben vedere siamo ancora nella provincia di Pisa, nel comune di Castellina Marittima - ma nelle immediate vicinanze sì; molte le analogie del terreno, eppoi vi respiri quella stessa tiepida, dolce, frizzante, rilassante aria di riviera, tra macchia e mare, inconfondibile per chi abbia visitato almeno una volta la "bolgherìa" ed i suoi santuari enologici. Per non parlare del fascino, indiscreto appunto, che lo stile bolgherese ha trasmesso pari pari ai creatori del Lupicaia, e del quale vi parlerò.

Un lunghissimo viale alberato nel frattempo mi preannuncia alla vasta tenuta, che dal proprietario Gian Annibale Rossi di Medelana è stata chiamata Castello del Terriccio. Sul tragitto i primi salutari incontri -sagome agili e tracce color argilla- spazzano via in un attimo le nevrosi ed i rumori del mondo fuori: sono famigliole di caprioli a scorazzare libere e ruzzolate di cinghiali a segnare il passaggio. In effetti il castello c'è per davvero, praticamente un rudere affogato nel verde più fitto e silenzioso del boschetto che sta alla sommità della collina. Più sotto, il borgo del Terriccio, con la sede aziendale e la cantina, con la casa padronale del 19° secolo in bella evidenza e, tutt'intorno, un piccolo-grande miracolo di architettura rurale d'antan, rimasto tal quale nelle sue magioni, nelle sue aie, nelle sue chiesette, nei suoi spacci, dove vi avverti il soffio di un passato vissuto (vi abitavano in 600 fino agli anni '50 del secolo scorso) e quello più malinconico -incomprensibile ai sognatori- dell'abbandono e della naturale decadenza.

Sarà, ma oggi che lo sfioro, silenzioso ed assorto, si veste agli occhi miei di una così fragile, nuda, incantevole, incontaminata bellezza che è difficile non confondersi o non volergli bene. Nel frattempo, l'opera lenta ed avveduta dell'uomo prova a risanare e a restaurare, nell'ambito di un progetto ad ampio respiro che interesserà via via la tenuta tutta (a cominciar dalla cantina) nel segno di una nuova dimensione agricola funzionale agli anni in cui siamo, dove anche l'accoglienza agrituristica giocherà le sue carte.

Ma il nome Terriccio, per i cultori e gli appassionati enoici d'ogni dove, è sicuramente legato a doppio filo alla sua creatura liquida più importante: il mitico Lupicaia. Un vino che fin dagli esordi (1993) suscitò tanta meraviglia ed interesse al punto tale da assumere l'aura di caso enologico ed inaspettatamente tramutarsi in cult wine. Grazie alla sua venuta l'areale bolgherese ne ha ricevuto un ideale prolungamento verso nord. L'immediato successo, decretato pure dai critici che contano, è stato accompagnato da un alone di crescente esclusività e privilegio (alle quali tra l'altro ha contribuito un prezzo nient'affatto popolare) ch'eppure non ha mancato di intrigare più e più schiere di appassionati, alla ricerca forsennata delle relativamente poche bottiglie (in crescita nelle ultime annate) per combattersele e possederle.

Se stai ai fatti, la vicina Bolgheri e la sua storia enologica, iniziata dagli Incisa con il Sassicaia due decenni fa, ha segnato il destino di questo vino già da quando, nella seconda metà degli anni '80, la proprietà decise di investire e tentare la via della viticoltura di qualità prendendo a modello proprio lo stile Incisa. In realtà allora fu messa a dimora una vigna sperimentale di qualche ettaro entro cui sarebbero state cresciute varietà diversissime fra loro, per verificare sul campo, e con microvinificazioni, le potenzialità, le simbiosi, le elettività dell'una o dell'altra. Manco a dirlo, a spuntarla fu il cabernet sauvignon (molte - mi dicono - le analogie di terroir con Bolgheri) a cui solo più tardi si unì il merlot, per arrivare a quella sinergia esplosiva e seducente che avrebbe costituito l'essenza del Lupicaia fin dalla prima apparizione ufficiale, annata 1993, in piena rispondenza varietale con i vini più prestigiosi della zona, zona che si apprestava a divenire oramai la risposta italiana al Bordeaux. Ma la scommessa pazza non si arrestò qui: il tradizionale sangiovese, negli stessi anni, si unì paritariamente a cabernet e merlot per dar vita al Tassinaia, un vino che con il tempo ha accorciato e di parecchio le distanze in termini di valore rispetto al suo ingombrante fratellone. Insieme ai rossi due scommesse bianche, Rondinaia e Con Vento, rispettivamente chardonnay e sauvignon affinati esclusivamente in acciaio, che ultimamente hanno ricevuto una scossa di bontà, aromaticità e finezza con l'avvento in veste di consulente di Hans Terzer (avete presente San Michele Appiano?). Per i rossi non si è lesinato. Da sempre Carlo Ferrini mantiene le redini agro-enologiche dell'affaire.

La vigna del Lupicaia, quella allevata a cabernet, è molto bella. Disposta magnificamente in leggerissimo declivio, quasi pianeggiante, sta rivolta a pieno sud con a fianco il respiro del mare, l'umor di macchia a compagno, sotto di sè un terreno sciolto e ricco di minerali da tener costantemente lavorato, e a frangivento, per tutta la sua estensione, una schiera alta e profumata di eucalipti. La maestà dell'ambiente, gli spazi, le pieghe secolari della terra, gli alberi le pietre e le macchie tutte, li puoi apprezzare se sali sulla enorme terrazza della villa padronale, luogo di rapimento per occhi e cuori.

Un'altra cosa che mi è rimasta impressa, favorevolmente, riguarda i modi. O meglio, i nuovi modi. Finalmente il Terriccio ha aperto le porte della conoscenza, nel senso più democratico del termine. Quell'aura mitica ed irraggiungibile della prim'ora sta lasciando il passo alla trasparenza, all'accoglienza, al rispetto, per offrire al curioso o al viandante enofilo uno spaccato di sana, vera realtà agricola a tutto tondo. Questa mi sembra oggi l'impostazione voluta dalla proprietà e soprattutto dal giovane, preparato direttore Carlo Paoli. A tutto tondo sì, perchè Terriccio già oggi significa vigneto, Lupicaia (27000 bottiglie), Tassinaia (100000), Con Vento e Rondinaia, ma anche uliveti a leccino, maurino, moraiolo (attenzione: frante per cultivar nel moderno frantoio aziendale!); significa una vasta produzione cerealicola (ottimo il farro) e persino un allevamento di cavalli. E l'evento degustatorio al quale mi sono onorato di partecipare va in questo senso: far vedere che il vino esiste, che è reale, concreto, che vive e respira, che si offre. Ed il Lupicaia si è "offerto" per davvero, accipicchia!

Due i messaggi importanti che ho tratto da questa esperienza sensoriale. Il primo, una conferma: che quando si lavora ad alti livelli in un grande vino prevarrà sempre e comunque lo "spirito di terra", l'umore e l'imprinting dei suoi luoghi, indipendentemente dalle uve che lo costituiscono. Il secondo, e non era affatto scontato, mi parla della naturalezza espressiva, della sincerità, della verità che traspare da ogni bicchiere di Lupicaia che ho incontrato, ciascuno figlio legittimo dell'annata e delle sue sorti, al punto che mi vien naturale parlare, dinnanzi a cotanta affascinante nudità, di creazione e non di costruzione. Per un attimo mi sono pure dimenticato delle mitizzazioni e delle ritrosie da prima donna, e dei prezzi stellari. Per un attimo, stanti la forza dell'evidenza e la comprensione di un percorso, in lui ho intravisto persino una ragion d'essere.

C'è infatti quell'impatto aromatico così singolare e distintivo a tracciare la via. Quella nota invasiva d'eucalipto che trae linfa solo e soltanto dagli umori della sua terra, o dei suoi alberi, e sta lì (se escludi il '98 e il '99, ma ci sono le ragioni) ad indicarci quanto quelle viti li abbiano respirati; e poi c'è l'attacco deciso e potente che contraddistingue da sempre la sua bocca, a rimarcarne la toscanità, sia pur di riviera, a giocar di rimandi con lo charme implicito nella proposta varietale, a fare la differenza rispetto alla matrice bordolese originaria. Tutto questo ed altro ancora lo tocchi con mano nell'impeto sensoriale di un ascolto attento. E' il suggello di un percorso stilistico chiaro, in cui grande importanza assume, ancora una volta, il terroir di provenienza. Lui, in definitiva, il marker.

Ed è stato così che su 8 annate solo due a parer mio sono state le prove interlocutorie, giustamente figlie di andamenti stagionali birichini, il 1994 e il 1998, a cui si affiancano però 6 annate di alto livello, ciascuna con il suo "ascendente": la struggente malinconia e l'autunnale abbraccio, di quelli che non scordi, nel '93; la vigoria, la forza e la longevità nel '95; l'estroversione, la piacevolezza, l'istintiva immedesimazione nel '96; la perfezione, lo stile, la sfericità e l'esempio nel '97; l'equilibrio e la compattezza, pure tannica, nel volitivo '99, ed ancora il garbo, la maturità, il calore nel 2000.

Qui sotto alfine le mie personali sensazioni, con cui chiudo il conto e concludo la storia, non prima di aver ringraziato chi ha organizzato l'evento, anzi il doppio evento, da ché il successo e l'interesse hanno fatto concedere il bis a distanza di un paio di settimane: sono la condotta slow food Valdera ed Il Cavatappi di Calcinaia (0587-56440), un piccolo ed affascinante club enogastronomico della verde provincia pisana gestito con passione ed amorevole complicità da Simone Brogi e dalla sua famiglia, avvezzo oramai ad essere sede di iniziative di alto profilo enogastronomico e godereccio, da non temer confronti. Alla riuscita, di certo, ha contribuito la presenza, in virtù di guida alla degustazione, di Ernesto Gentili, uno di quelli che hanno il merito di aver fatto conoscere alle masse questo vino (e molti altri se mi parli di Toscana), attualmente uno dei responsabili della Guida dei Vini del Gambero Rosso Editore e da sempre valente divulgatore di cose enoiche senza prosopopea ed arroganza, conseguenza naturale di una reale conoscenza e di una passione mai venuta meno. Non nascondo l'emozione nell'essere stato scelto io come conduttore della seconda verticale completa. In effetti sentivo la tensione al solo pensare di confrontarmi con otto anni di vita di un vino che aveva così tanto da raccontare. Beh, già alla prima sorsata di Lupicaia 1993 tutto era più chiaro. Senza parole, in silenzio, io ed i miei interlocutori avremmo compreso ugualmente quei racconti.

Mi ripeterò, ma ne vale la pena: ah, potenza della terra....!

Lupicaia 1993

Il granato è compatto su riflessi polverosi e leggerissima unghia decolorata ai bordi. Nulla da eccepire sulla apparenza e sulla matura dignità della sua veste: ne noti d'istinto la profondità, ciò che non lesina al naso, così affascinante e caldo, confortevole, sfumato ed intenso nell'abbraccio, così solenne nelle note fumé, così leggibile nelle note eucaliptiche, e nell'incenso, e nella scintillante bacca del bosco. Il frutto é ben integrato e maturo e si manifesta nelle note di cassis e di amarena.Con l'aria spunta il mirtillo e il tutto ancor più si rinfresca. Più in là l'amaretto, tanto per dirvi della capacità di varianza ed evoluzione. Eppoi la bocca ostenta passo sicuro ed invadente, non facendosi di certo trovare sprovvista in potenza e pienezza, là dove l'impeto fruttato, unito d'incanto ai terziari profondi, si fa trama coinvolgente legando da par suo la matrice tannica, di ottima estrazione. Sento in fondo una austera eleganza, asciutta e dignitosa, che ne fa un vino pronto ma ancor vivo, di raro fascino e calor buono.

Lupicaia 1994

Il suo rosso granato d'unghia quasi inesistente, assai simile al 93, manifesta tra le righe qualche appesantimento cromatico, qualche "perdita". Il naso, con la caratteriale nota balsamica in evidenza, mi dimostra un frutto sostanzialmente celato e ritroso. Non nitidissimo l'insieme aromatico che ne trai, che con l'aria tende a perdere l'amalgama, anche se ne rammento l'estroversa subitanea propensione a rivelarsi. Attacca bene al palato, morbido e unito, poi arrivano presto note acerbe e vegetali a screziare la trama mentre nel finale qualche punta acida scoperta e un calore alcolico in sovrappiù ne limitano oggi la suadenza e domani, probabilmente, la tenuta.

Lupicaia 1995

Cavallo di razza dinamico e indomabile già al primo sguardo, mette in mostra un granato vivido e profondo ma soprattutto un naso bellissimo, fresco e propositivo, di liquirizia eucalipto ed incenso, di ottima continuità e fusione. Bocca come al solito potente e decisa su nota vegetale leggibile ma ben integrata nel corpus, con molto calore attorno ed una spropositata lunghezza. Qui percepisci tutto lo spessore, il volume, la densità tattile di un vino ancor giovane. Con l'aria le reminescenze vegetali si fanno intriganti, come d'erbe aromatiche, ed il volo, allora, a pieno cielo.

Lupicaia 1996

Il colore di fondo ammicca al rubino, fitto ch'è un piacere. Ottima la fusione aromatica, fin da subito espressiva e chiara, nei frutti, nei balsami, nella lavanda, nel cassis, nella prugna. Bocca di suadente evidenza, dolce e coinvolgente, senza alcun affioramento vegetale, compatta e decisa nonostante l'annata, sfumata ed affascinante, di lodevole diffusione tannica. Forse non ha la capacità di espandersi a coda di pavone ma in lunghezza c'è eccome. Con l'aria il suo naso rivela qualche calo di "tensione" e di nitidezza rispetto al '95 ma gli umori floreali mi regalano da par loro gentilezza e garbo. Naturali alfine l'amicizia e l'incanto.

Lupicaia 1997

Il vino come una sfera di infiniti piaceri equidistanti. Qui i profumi assumono toni dolci e fragranti nel frutto e scintilla la bacca, qui hai uno sviluppo finissimo e complesso assieme, con rintocchi di caffé, liquirizia ed eucalipto in bella evidenza. La bocca eccelle per pienezza, equilibrio, tensione e garbo, con il nerbo acido che si fa sentire e la matrice tannica, salda, che avvolge e circonda. Più lo ascolti e più capisci di essere di fronte ad una creatura impressionante per lunghezza, passo, maestà e chiarezza espositiva.

Lupicaia 1998

Naso atipico con evidenze mineral/sulfuree e qualche scorrevolezza aromatica di troppo che si evidenzia via via nella prevaricazione vegetale dell'impianto. Così in bocca, assai ruvida e selvatica, con qualche spigolo amaro che il tempo non so se rintuzzerà ed una innegabile sostanza. Non finissima, forse non maturissima, la matrice tannica. Figlio sincero di un annata calda e capricciosa per la vigna toscana.

Lupicaia 1999

Il rubino è scuro, concentrato, compatto, bello e giovanile. I profumi chiedono aria e tempo ma preludono di già a grande ricchezza espressiva. Seppur privi di quelle evidenze balsamico-vegetali tipiche di questa etichetta, assumono registri così profondi e percuttivi nel frutto da lasciartene intuire la grandezza:lì dentro l'amarena, i mirtilli e il cassis, poi cacao e spezie, mentre si fa inavvertibile, oramai, il rovere. Bocca di notevole compostezza e continuità, che punta dritta al cuore senza allargamenti di trama, lavorando in profondità con assoluta dedizione. E' vino massiccio che va al sodo, forse forse omologandosi un pò di più ad uno stile meno personale dal punto di vista aromatico, ma é vino assolutamente imberbe, al quale il tempo ed il riposo gioveranno eccome, per l'esplosione aromatica, l'armonizzazione e la immaginabile grande sua tenuta.

Lupicaia 2000

Qui la gioventù si sente nel fitto rosso rubino e nella profonda sua cromaticità. Il naso è complesso e cangiante, con la nota eucaliptica finalmente in auge che lascia spazio poi ad una solenne nota d'incenso, infine alla bacca e alla resina di pino marittimo su fondo sicuro di piccoli frutti. Bocca di bella tessitura, che sa unire charme a potenza, come suo standard. Sento il cacao ed una sottile tostatura. È questo un vino all'altezza della situazione e del blasone. La cifra stilistica mi appare, alfine, ritrovata.

26 febbraio 2003

Assaggi e visita aziendale effettuati nel mese di novembre 2002.

Nelle foto, in ordine di apparizione: i luoghi, l'etichetta, la schiera di bottiglie, lo staff del Cavatappi con al centro il direttore del Terriccio Carlo Paoli, tavoli e bicchieri.

   

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