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Girandole langarole: Bricco Maiolica

di Fernando Pardini

Le piccole storie a volte si ripetono, tutte con egual dignità di racconto. Dalla mezzadrìa di un tempo alla agognata proprietà, pure questa è storia contadina, di famiglia langarola, nata e radicatasi tra le vigne, con le vigne, per le vigne, generazione dopo generazione. Il Bricco Maiolica, con la sua pendenza, si erge nella parte orientale della denominazione Diano d'Alba e forse quel nome gli deriva dalla "purezza" della sua terra.

La famiglia Accòmo
lo vive e vi continua la tradizione del dolcetto, quello forte e caratteriale che c'è qui, così intriso di energia selvatica e di liberi umori da apparirti finanche puledro nervoso e scalpitante, governabile a fatica. Lo fa nel segno nuovo però, e diverso, di ottenerne vini spessi ed eleganti, a loro modo raffinati, ancora di forte temperamento, come quella varietà d'altro canto impone. Le attenzioni e le cure riservategli dal giovane Beppe - uomo di introversa, intuibile, mai sbandierata, intelligenza - a me pare diano frutti sopraffini, tali da ergere questa cantina tra le più meritevoli del territorio per capacità di "marcare" un futuro enologico nuovo e visibile per una zona di rara bellezza, a lunghi tratti inenarrabile, che ha visto la sua storia percorsa da importanti e indimenticabili passi verso l'identità e il privilegio, quali il primo vero, ufficiale censimento per cru, i mitici surì (ben 77), in tempi men che sospetti e ben prima dei territori più blasonati. A quelle terre mappate,alla loro intrinseca bellezza, per la verità quasi mai esplosa nei vini che se ne traevano, si affianca oggi un proposito determinato e maturo, assai più generalizzato, fusione benigna di vecchio e nuovo, forte, ancora sincero, di sicuro effetto. Sono scienza e conoscenza che danno i mirabili frutti, e tracciano il cammino. Strada erta, sia chiaro, come viottolo nel surì, a cui però non manca affatto il fascino: la volontà di conoscere e sperimentare, il non arrendersi, l'abbracciare la qualità nei gesti e nei modi. Questo è.

 

D'altronde, basta camminare piano lungo una strada bianca che da Diano affonda ondulata e lieve nelle pieghe delle colline attorno, una qualsiasi, per accorgersi di quanta consolazione pagana, di quanta pace e serenità siano capaci le cose che lo sguardo abbraccia.Di quanta bellezza intrinseca. Ben più di una volta ti troverai a desiderare, sul cammino, che quella strada bianca e luminosa, ondulata e lieve, non abbia mai fine. Al Bricco Maiolica, probabilmente, ne inizia una.


E così succede che - cammin facendo - mentre il Dolcetto di Diano d'Alba 2001, affinato in acciaio, mi si dimostra a più riprese di carattere nervoso, rustico, con un corpo snello e agile, molta mandorla nei dintorni e qualche accentatura metallica (non dimentico però il particolare tratto aromatico) ecco che il Dolcetto di Diano d'Alba Sorì Bricco Maiolica 2001 mi appare quale felice esempio di come la selezione del lieu-dit, la forza di quei chicchi, l'attenta, moderna impostazione della vinificazione, trasformino il carattere aitante e poco imbrigliabile dei classici Diano in qualche cosa di altrettanto riconoscibile, caratteriale, ma con le doti infuse della pienezza, della complessità, della maggiore piacevolezza, legate ad una smussatura beneaugurante degli spigoli tannici e a una migliore tessitura aromatica. Già dal colore lo vedi ch'è importante, i suoi riflessi sono pure violacei, eppoi i suoi profumi profondi, fruttati, fitti di amarena, mora, viola, caffé, frutta secca ne contrassegnano un approccio diverso ed affascinante. Al palato ti sorprende infine per sontuosità ed abbraccio fruttato,senza insistite ridondanze o sovraestrazioni dannose. Caratteristica rifulge la nota mandorlata, a segnalare la presenza del terroir, a mantenerne indelebile la traccia.

Sincera e piacevole - continuando - mi è apparsa la Barbera d'Alba La Briccolera 2001, dal gentile, aereo, raffinato sussurro aromatico, dotato di spunti floreal-fruttati di istintivo conforto, a cui forse non dà piena corda la bocca, di dignitosa progressione, è vero, e di lodevole sapidità, ma con qualche asciuttezza di troppo, per via di una leggera latitanza in spirito fruttato.

Senza dubbio di altro livello, al solo avvicinarla, la Barbera d'Alba Vigna Vigia 2000 (non ancora in bottiglia) dimostra numeri e capacità, propensione, articolazione e spinta. Mancano il tempo ed il riposo per creare le giuste armonie, per esempio per rintuzzare la spinta del rovere, ma la pienezza, la sostanza e l'estrazione tannica fanno presupporre un felice futuro, di livello certo.

Ancora, buone vibrazioni mi son giunte incontrando il Nebbiolo d'Alba Cumot 2000, alla cui tipicità di prugna e sottobosco, e alla rimarchevole intensità aromatica, fanno oggi da contraltare certe ripetute screziature di non nitida pulizia. Molto meglio al palato, levigato ed austero, con umori di mandorla, dove il frutto è un contrappunto e l'impianto di razza fina.

Infine l'ultima scommessa, l'ultima dedica: un vitigno monstre, introverso e intransigente, che porta - trasposto liquido - il nome della moglie di Beppe: Lorié, che sta per Loredana. Ebbene, il Pinot Nero Lorié 1999 esprime subitaneo aromi di lampone, ciliegia e pepe nero, di sincero coinvolgimento e riconoscibilità, senza invero dimostrarmi ulteriori capacità dinamiche e di lettura, mentre la bocca si presenta grintosa e calda, di tannino vivo e leggibile, qui sì a movimentare un quadro di cui rimembro il finale amarognolo da un lato, la sicura struttura dall'altro. Vigneto giovane, così come il vino, da affilare ed affinare. Traspare però dalle pieghe liquide la volontà nuova: non arrendersi, sperimentare, conoscere a fondo la propria terra. Volontà tutta da condividere, ed auspicio insieme.

(4/10/2002)
Assaggi effettuati nel mese di Aprile 2002

   

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