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Sangiovesi di Toscana, annata 1999: lo stato dell’arte

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Sangiovesi di Toscana, annata 1999: lo stato dell’arte
di Riccardo Farchioni

“Il sangiovese non deve essere considerato una bandiera patriottica, ma va valorizzato a livello di gusto, puro e semplice. E questo perché se il sangiovese nei numeri è deludente (se fosse una donna non si presenterebbe mai al concorso per diventare una “velina”...), trova le sue note attraenti sul versante dell’eleganza e della bevibilità, nel significato alto della parola. Il sangiovese non convince nella forza, ma sulla cultura, cioè è italiano nel senso più pieno. Io sono l’ultimo nella mia zona a produrre un sangiovese, e la forza nel tenere duro me la da ancora il ricordo dell’emozione che mi dette una “bevuta” di Le Pergole Torte, “bevuta” che mi spinse ad affittare i miei primi vigneti, tutti piantati a sangiovese. Perché il sangiovese ha la sua forza nell’emozione che sa dare, come la sanno dare i nostri paesaggi.”

Non si potevano trovare parole migliori di quelle usate da Michele Satta (che di lucidità ne ha da vendere ed ha in più il dono della sintesi) per aprire un racconto dedicato allo “stato dell’arte” di questo vitigno descritto attraverso suoi figli blasonati e nati in un annata di tutto rispetto, il 1999. L’occasione per questo “monitoraggio” ce l’ha data l’orizzontale (ossia una degustazione di vini della stessa categoria e di pari annata) organizzata dal Consiglio di Delegazione AIS di Livorno (delegato Vincenzo Pizzo, consiglieri di delegazioni Silvia Menicagli, Riccardo Margheri, Maurizio Ricci); orizzontale organizzata in modo impeccabile, con una cura dei dettagli propria della più pura professionalità e senza le cerimoniosità che, se da una parte vengono inevitabilmente accantonate quando c’è densità di contenuti da comunicare, dall’altra ci avrebbero sorpreso in ogni caso, nella più “sanguigna” delle città toscane.

Alta professionalità da parte degli organizzatori e passione ed attenzione da parte degli intervenuti ad un evento che si è configurato come un incontro piuttosto “tecnico”, dove si è parlato di vino, prima di assaggiarlo, per più di un’ora a seguito degli interventi, fra gli altri, del già menzionato Michele Satta da Castagneto Carducci, del giovane appassionato Martino Manetti della Fattoria di Montevertine, del come sempre analitico Saverio Petrilli, winemaker della lucchese Tenuta di Valgiano e del puntuale Arrigo De Paoli, enologo della pisana Badia di Morrona.

E se dell’annata 1999 leggerete poco più in basso, troppo forte è stata la nostra curiosità di sapere qualcosa del futuro del sangiovese in Toscana, visto che Satta, la Tenuta di Valgiano, Badia a Morrona sono rimasti gli unici o quasi, nelle rispettive zone, a produrre sangiovesi “di peso”. Insomma, abbiamo chiesto, c’è da essere ottimisti o pessimisti? Le opinioni che abbiamo raccolto hanno mostrato preoccupazione (“non è vero che in Chianti si stia molto meglio, basta vedere cosa pianta chi sta investendo” dice Manetti), realismo (“no al sangiovese a tutti i costi perché il territorio non sempre lo consente”, Saverio Petrilli; “va valutato anche il mercato quando si produce vino”, Arrigo De Paoli), ma infine ottimismo da parte ancora di Michele Satta: “l’ubriacatura per i vini potenti, appariscenti (e peraltro molto premiati) sta finendo. Il consumatore apprezza sempre di più l’eleganza e sempre meno gli estratti. E su questo campo il sangiovese vince.”

Due parole infine sull’andamento climatico: se la fine del’98 era stata segnata da precipitazioni molto scarse, gennaio e febbraio 1999 furono contraddistinti da una grande piovosità: di nuovo poche piogge in primavera, e mesi estivi centrali molto caldi.


VignAalta 1999 – Badia di Morrona
(13.5%)

Colore rubino porpora intenso e cupo. Inizialmente mostra qualche dolcezza legnosa, ma presto si chiarisce su note di frutta nera (ciliegia nera in particolare) e di prugna seguite in un secondo tempo di nuovo dai terziari del legno sotto forma di cenni di cuoio. Un olfatto che è senz’altro intenso e di buona compostezza. In bocca ha un attacco pronto, e si nota subito che il frutto esibito è spostato su un registro di minor maturità, più fresco, meno dolce che al naso. È un vino caratteriale, ha buona spina acida che lo porta ad essere molto fresco, ed una carica tannica ancora in piena di arrotondamento, probabilmente quella ancora più da evolvere della intera batteria.

Percarlo 1999 – San Giusto a Rentennano (14.5%)

Di colore rubino porpora piuttosto carico, mostra un olfatto dolce e maturo fatto di una ciliegia rotonda e molto precisa alla quale si affiancano intriganti note di prugna secca. Il tutto esibito con grande persistenza e con quella insistenza che è il segnale inequivocabile della ricchezza di materia; una nota alcolica si stacca chiara dal quadro. Al palato attacca coerente, fuga qualche leggero sospetto di rusticità che avevamo avuto all’esame olfattivo mostrandosi elegante e concentrato anche se la giovane età lo rende ancora poco sfaccettato. Sentiamo buona grassezza, acidità che conferisce freschezza, un tannino di bella fattura, dolce, anche se ancora da smussare completamente e che comunque contribuisce a rendere bello il finale.

Fontalloro 1999 – Fattoria di Felsina (13.5%)

Di colore rubino intenso con unghia tendente al granato, questo vino mostra inizialmente qualche incertezza olfattiva ed un quadro che fatica a definirsi. Ma basta poco tempo perché esso si ricomponga rivelandosi come il miglior bouquet della serata, con un suggestivo, seducente ed ampio floreale di suprema eleganza (che arriva ad essere un tantino “perfettino”) a fare da protagonista in un panorama molto sfaccettato dove si scorgono cenni di liquirizia ed inchiostro. Al palato un attacco fulminante ed ampio conferma le doti di finezza ed è sostenuto subito da bella spinta acida; poi, avviandoci verso il finale sentiamo il vino, che pur mantiene giusta morbidezza e peso, come perdere ritmo e mancare la chiusura che ci saremmo aspettati. Insomma, ci ha dato l'impressione del salto di un campione che stacca alto ed imperioso ma che, al momento di richiamare le gambe prima della caduta, colpisce l’asticella.

Le Pergole Torte 1999 – Montevertine (13%)

Qui siamo di fronte al “sangiovese dei sangiovesi”, ad un vero e proprio vino-totem della nuova enologia Toscana. Ce ne parla Martino Manetti: “Nel 1967 mio padre Sergio comprò una casa, una casa e basta. È stato lui a piantare tutto. Le Pergole Torte si deve per metà a lui e per metà a Giulio Gambelli che volevano fare un Chianti Classico migliore, ma il vino fu bocciato dal Consorzio perché non rispondeva ai disciplinari, e quindi divenne un vino da tavola. Oggi il Le Pergole Torte viene prodotto vendemmiando piuttosto tardivamente (Montevertine sta a 450 metri d’altezza); la massa staziona dapprima in cemento; 20-25 giorni di macerazione, fermentazione malolattica sempre in cemento. L’affinamento in legno avviene in parte in botte grande e in parte in barrique. È un vino in cui si ricerca l’eleganza e la piacevolezza, più che una concentrazione spinta che sarebbe molto difficile raggiungere date le caratteristiche del nostro territorio.”

La degustazione del Le Pergole Torte 1999 a suo modo è istruttiva ed anche emblematica. Un vino che appena versato si mostra al naso poco preciso, con aspetti finanche sgraziati, progressivamente si ricompone e si riunisce come un puzzle fino ad arrivare, un paio d’ore dopo, a livelli molto alti.

Ma andiamo con ordine. Il colore è rubino fitto, anche se è il meno concentrato dell’intera batteria, e molto brillante. Al naso inizialmente unisce ad una delicatezza floreale e ad una caramella di frutti di bosco una certa copertura vanigliata e qualche nota stonata di yoghurt ai frutti di bosco. Con il passare del tempo il quadro si va progressivamente ricomponendo, precisandosi e confermando in particolare un bel contenuto di frutta rossa matura e rotonda. Al palato si mostra un vino di buona grassezza, ma soprattutto di estrema eleganza e di beva assolutamente non stancante nella sua freschezza spinta dal gagliardo tenore acido, e conclusa da un tannino dolce e morbido.

E un paio d’ore dopo essere stato versato nel bicchiere, il Le Pergole Torte è veramente buono.

Flaccianello della Pieve 1999 – Fontodi (14%)

È il più giovanile nel colore (profondo e violaceo) ed è molto introverso. Ed è probabilmente il vino dal naso con la componente terziaria del rovere maggiormente spiccata e, seppure ancora poco sfaccettato, riesce comunque a far scorgere già una componente floreale, di frutta rossa (ciliegia) molto matura, e spiccati caratteri minerali e balsamici. In bocca è un vino compatto, concentrato, anche austero, ancora da svolgersi e con un futuro che indoviniamo significativo.

Cavaliere 1999 – Michele Satta (13.5%)

Siamo probabilmente di fronte al campione della serata, un titolo che diamo volentieri comunque anche per il coraggio di produrre questo vino in una terra che è considerata il Bordeaux della Toscana. Il naso, complesso e composito, sfodera una elegante linea speziata, una sensibile componente minerale e una punta metallica che si affacciano decisi e che vengono rapidamente raggiunti da una bella frutta rossa; un olfatto complessivamente pulito, elegante, comunicativo ma composto. Questo carattere congiunto di estroversione ed eleganza si conferma in un palato equilibrato, rotondo e vellutato con tocchi di fresca acidità ed un finale lunghissimo.

Terminiamo con due campioni che per ragioni contingenti non hanno potuto rispettare la "legge del '99".

Anfiteatro 1998 – Vecchie Terre di Montefili (13.5%)

L’età maggiore gli consente di avere un bouquet molto aperto, fatto di profumi ampii e maturi, ma con caratteri di evoluzione che fanno pesare quell’anno di differenza più di quanto non dovrebbe essere. Ciononostante non possiamo tacere l’eleganza e la persistenza delle erbe aromatiche fresche, delle note lontane di rabarbaro, incenso, scatola di tabacco e i rimandi di frutta sotto spirito. Al palato mostra segni di stanchezza, ha poca spina dorsale, anche se aromaticamente è ancora affascinante e dunque di beva stimolante.

Scasso dei Cesari 2000 – Tenuta di Valgiano (14%)

Sconta la sua età giovane attraverso un olfatto piuttosto chiuso, ancora non particolarmente articolato nel quale si scorge già una sensibile impronta minerale, balsamica e un accenno di surmaturazione nell’approccio fruttato. Al palato entra deciso, di grande peso, dolce, maturo e grasso; un vino di spiccata concentrazione e potenza che rispetto al panorama degli altri vini si mostra più denso e meno fresco. Ampia e sontuosa chiusura in un finale molto lungo e contraddistinto da un tannino levigato.

degustazione svoltasi il 17 gennaio 2003


17 marzo 2003

   

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