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I titoli


Un primato dell'ultima vendemmia: sesta annata consecutiva di alta qualità. I vini piemontesi conquistano le enoteche. Sono tra i primi otto nelle scelte degli abitanti di venti regioni

Gianni Stornello
TORINO «Con l´ultima vendemmia - annuncia Ugo Cavallera, assessore all´Agricoltura della Regione Piemonte - abbiamo raggiunto un nuovo primato, quello delle sei annate consecutive ad alto livello qualitativo». Ma anche la quantità è stata buona, tanto che la produzione di uva ha superato di 366.679 quintali quella dell´anno scorso, per un totale di 4.568.235 quintali. Riguardo alla produzione di vino, le tre province vinicole del Piemonte produrranno rispettivamente 1.250.000 Asti, 1.050.000 Cuneo e 821.063 Alessandria. Ma la quantità in sé dice poco, anche perché il Piemonte è una regione di grandi vini, conosciuti e apprezzati in tutta Italia e in tutto il mondo, come ricorda l´assessore all´Agricoltura della Provincia di Cuneo Emilio Lombardi. La conferma viene dall´Ismea (Istituto di ricerca sui mercati agricoli), al quale risulta che il mercato dei vini sfusi, in Italia, stenti a entrare nel vivo, mentre invece riescono a consolidare e rafforzare le proprie quote di mercato quelli di qualità, ossia quelli confezionati Docg, doc anche quello da tavola, se provvisti di indicazione geografica tipica (Igt). La conferma che i vini piemontesi siano apprezzati e gustati in tutta Italia viene da una indagine fatta dall´Osservatorio del Salone del Vino di Torino, il quale ha stilato una graduatoria dei vini italiani più venduti nelle enoteche e nei wine bar. Ebbene non c´è regione italiana dove tra i primi otto vini non ne figuri almeno uno piemontese, ad eccezione della Sicilia e del Trentino Alto Adige. Vogliamo vedere quali sono le preferenze dei nostri connazionali? Partiamo dalla nostra regione: ebbene, su otto, i vini sono tutti piemontesi meno uno, che però con il Barolo rappresenta l´eccellenza del vino italiano di altissimo livello, il Brunello di Montalcino. In Lombardia figurano 4 vini piemontesi sugli 8 elencati e sono Barbera d´Asti, Barolo, Dolcetto d´Alba, Nebbiolo d´Alba. In Valle d´Aosta apprezzano ancor più i prodotti delle nostre vigne: ve ne sono in classifica 6 su 8 (Dolcetto d´Alba, Barbera d´Alba, Asti, Barbera d´Asti, Barbera del Monferrato, Barolo). Anche ai friulani piacciono i vini piemontesi e nelle enoteche e wine bar della regione entrano in classifica Barbera d´Asti, Piemonte, Roero, Barbera d´Alba. Con due vini piemontesi ciascuna vi sono poi quattro regioni: l´Abruzzo (Barbaresco e Barolo), l´Emilia Romagna (Barbera d´Alba e Piemonte), l´Umbria (Dolcetto d´Alba e Barbera d´Asti), la Puglia (Barolo, Asti). Nelle altre è classificato sempre un vino piemontese.


(La Stampa, 9/12/2001)


Conclusa la missione della Camera di commercio nell’importante emporio alimentare statunitense. Operazione vini del Collio a Miami


A Miami si beve il vino del Collio. Non è ancora una realtà ma si sta lavorando in tal senso. Infatti, si è conclusa nei giorni scorsi con notevole successo la nuova esperienza americana della Camera di commercio di Gorizia, che in collaborazione con i relativi Consorzi ha presentato all’«Americas food & Beverage & Confection show 2001» di Miami i prestigiosi vini doc del Collio e dell’Isonzo.
La manifestazione di Miami è una fiera del settore alimentare all’interno della quale vi è un ampio spazio interamente dedicato ai vini e che si rivolge esclusivamente a operatori specializzati del settore quali importatori, grossisti, distributori, buyers, rappresentanti della ristorazione, giornalisti della stampa specializzata.
La città di Miami in particolare funge da centro per le vendite e la distribuzione dei prodotti alimentari e bevande non soltanto sulla costa occidentale e nell’area interna degli Stati Uniti, che di per sè costituiscono già un mercato potenziale enorme, ma anche nell’intero Sud America. Infatti ben 2.000 distributori utilizzano i suoi porti e il 33 per cento di tutti gli scambi internazionali nell’emisfero occidentale è controllato attraverso questa città.
Durante la festa vi è stata un afflusso notevole e costante di visitatori interessati ai vini del Collio e dell’Isonzo e numerosi sono stati i contatti commerciali avviati, il che fa ben sperare per il futuro di questi prodotti su quei mercati.
La presenza della Camera di commercio all’importante manifestazione rientra in una politica promozionale iniziata nei primi mesi dell’anno con la partecipazione ad altre manifestazioni fieristiche analoghe a Chicago e San Francisco, con l’obiettivo di far conoscere e apprezzare i vini dell’Isontino su un mercato quale quello americano che si configura particolarmente interessante per le aziende vitivinicole della provincia ma dove peraltro non sono ancora molto presenti né conosciute.
La Camera di commercio intende pertanto continuare a investire nella promozione sul mercato americano già dai primi mesi del nuovo anno, con la partecipazione alla «27.a Winter international fancy food» che si terrà a San Francisco a fine gennaio.


(Il Piccolo di Trieste - 10/12/2001)

I vitigni occupavano all'Elba una superficie di 3mila ettari, ora soltanto di 300: riduzione comune alle isole Vino, valore economico e culturale. Ceppi di aleatico osservati speciali: avanzano le patologie. I contributi dei docenti al convegno svoltosi a Rio Marina

di Alberto Giannoni
RIO MARINA. Un tempo i vigneti occupavano all'Elba una superficie di 3mila ettari.
Oggi 300. La drastica riduzione della terra destinata a viticoltura è un dato comune a
tutte le piccole isole europee. Sono molte le caratteristiche che la viticoltura elbana
divide con quella corsa, o con quella delle isole di Malta o Santorini. Le colture sono
antichissime, risalgono al periodo dell'espansione greca sul Mediterraneo, e sono
state realizzate in ambienti difficili, con la tecnica del terrazzamento. Sono le
«viticolture eroiche», di cui si occupa dal 1996 il Comitato internazionale delle isole
vitivinicole, che si è riunito a Rio Marina per le «Le strade del vino e le vie del mare».
Obbiettivo del Comitato (costituitosi nel '96 a Pantelleria, di cui ora fa parte anche
un'azienda elbana), è la riscoperta della specificità di queste colture e la promozione
del loro valore economico, ma soprattutto culturale e ambientale.
Un censimento tra le molte isole produttrici (solo in Italia sono 58) e una forma di
collegamento merceologico di prodotti sempre più richiesti sul mercato (un marchio
«Isole Minori») gli strumenti di cui ha parlato, a nome del comitato, Mario Fregoni,
ordinario di Viticoltura all'Università di Piacenza.
Ma se la qualità del vino elbano è indiscutibile, qualche preoccupazione in più desta
la sua salute. Il professor Enrico Triolo, ordinario di Patologia vegetale all'università di
Pisa, ha presentato i risultati di una ricerca condotta per conto dell'Agenzia regionale
per lo sviluppo agricolo, sulla selezione sanitaria dell'Aleatico per il miglioramento
della produzione. Dalla ricerca risulta che il 95% dei 57 ceppi di Aleatico esaminati in
questi ultimi anni evidenzierebbe diverse forme patologiche. Piccole «malattie», che
non avrebbero effetti immediati sulla qualità del prodotto, ma che a lungo andare
potrebbero condizionare la «purezza» e la produttività delle viti. Si tratta di valori
superiori a quelli riscontrati per altre uve toscane (che comunque hanno un'incidenza
che varia dal 30% al 70%), valori critici che già da alcuni decenni si stavano
manifestando e che possono dipendere da cause diverse. La limitazione della
superficie delle colture, una scorretta percezione della qualità dei vini, per cui si
percepivano come caratteristiche genetiche proprio i «sintomi» del malessere delle
piante. Ma sui risultati ha influito certamente anche un affinamento delle capacità di
diagnosi, tanto che gli esperti, e lo stesso professor Triolo, considerano lo studio
come un fatto positivo, come un vantaggio acquisito nelle conoscenze necessarie a
realizzare un prodotto sempre migliore. Tanto più che sono sicuramente incoraggianti
gli effetti dei trattamenti terapeutici applicati (termoterapia, allargamento della base
genetica). I risultati dello studio del professor Giancarlo Scalabrelli sugli aspetti
economici e molecolari della selezione genetica dell'Aleatico elbano hanno
rintracciato una sorta di parentela stretta con quello corso. Ha partecipato al
convegno un delegato dell'Oiv, l'Ufficio Internazionale Viti e Vigne, il più importante
organismo operante nel settore, che riunisce nella sua assemblea i rappresentati di
47 governi mondiali.

(Il Tirreno - 10/12/2001)


Scoppia la guerra tra le capitali del vino

La geopolitica finisce anche nel bicchiere, e forse non è un gran bel segno. I fatti.
Il presidente dell'Enoteca regionale del Piemonte, Garrone, lancia la candidatura di
Torino come sede dell'Enoteca italiana. Ovviamente a Siena, sede da sempre
dell'Enoteca italiana, non la prendono bene. Qualcuno pensa che è la solita disfida
Toscana-Piemonte per tenere la scena dell'enologia italiana, e forse non sbaglia.
Qualcun altro sospetta che il buon esito del Salone del vino al Lingotto (dove, fra
l'altro, l'Enoteca italiana e quella piemontese erano tra gli sponsor) abbia fatto
alzare un po' il gomito (politicamente parlando) a qualcuno. Insomma Torino
reclama qualcosa: non bastano le prossime Olimpiadi invernali, la città subalpina
ha avanzato la sua candidatura per la sede dell'Agenzia italiana sull'alimentazione
(l'interfaccia di quella europea per cui è già candidata Parma), adesso vuole anche
diventare capitale italiana del vino. La polemica monta: il presidente dell'Enoteca
italiana, Flavio Tattarini, risponde per le rime. Interviene (ieri) il ministro: «Non ho
nessuna intenzione di spostare la sede dell'Enoteca italiana da Siena». Un punto
per Tattarini. Poi Alemanno prosegue: «Bisogna però ragionare per definire una
rete di enoteche regionali che dipendano dalla sede nazionale». Come dire,
l'attuale sistema non va, bisogna coordinare meglio attività e risorse. Il problema,
ancora una volta, è quello della promozione, cruciale per un settore col vento in
poppa come quello enologico. Al forum di Parma è emerso chiaramente che il
nostro sistema agroalimentare è già di eccellenza, manca un «sistema Paese» che
promuova adeguatamente il tutto ottimizzando sforzi e risorse ed evitando
l'attuale bagarre con ministero, Regioni, Ice, consorzi, camere di commercio a
pestarsi i piedi e a duplicare gli interventi. Bisognerebbe davvero «fare sistema»,
invece assistiamo ad una esplosione di anarchia dove tutti chiedono tutto e ci
vuole il «manuale Cencelli» per compensare chi resta senza niente. Così Verona
(altra candidata per l'Agenzia alimentare italiana) se perderà l'Authority italiana,
viene indicata come sede nazionale per la promozione del vino. Ovviamente a
Verona non stanno con le mani in mano ad aspettare questa «indicazione» e
stanno già portando il Vinitaly in Cina e Giappone. Come dire: i privati corrono, il
pubblico invece dibatte e litiga. Il nostro sistema delle enoteche regionali fa acqua
da tutte le parti e va rilanciato (assieme ai privati), ma l'ultima cosa che ci
possiamo permettere è la guerra fra le auto-proclamate capitali del vino. C'è un
limite a tutto, anche al regionalismo.
frassoldati@monrif.net
di Lorenzo Frassoldati

Firenze. E' singolare che l'obbiettivo di realizzare l'Enoteca d'Italia...

FIRENZE
«E' singolare che l'obiettivo di realizzare l'Enoteca d'Italia sia vissuto
dalla Toscana come un problema e non come un'opportunità di rilancio». Così il
presidente dell'Enoteca regionale del Piemonte, Pier Domenico Garrone, commenta
la levata di scudi da parte di politici e amministratori toscani in difesa dell'Enoteca
Italiana di Siena, in seguito alle dichiarazioni sue e del sottosegretario alle
Politiche agricole, Teresio Delfino, sulla nascita di una nuova struttura
promozionale per il sistema vitivinicolo italiano.
Insomma, presidente Garrone, cosa sta accadendo?
«L'Enoteca Italiana di Siena non è stata minacciata da nessuno. L'Italia del vino ha
solo bisogno di una nuova rete tra le regioni del vino, coordinate in una realtà
nazionale che è il progetto di Enoteca d'Italia che noi abbiamo proposto. Cosa ben
diversa da ciò che già esiste. Non vogliamo che una discussione di campanile, che
l'Enoteca del Piemonte non ha creato, ci faccia sfuggire anche l'opportunità di
creare in Italia una enoteca d'Europa».
Quindi lo scippo dell'Ente Vini da parte dei piemontesi è solo una deduzione?
«Certamente, anzi ci ha sorpreso. Una reazione non istituzionale, che
probabilmente nasconde difficoltà di natura politico locale che non conosco».
Ma qual è il vostro progetto per una Enoteca d'Italia?
«Coordinare le forze e le esigenze. Contribuire, unitamente alle altre enoteche
regionali, a innovare l'attuale sistema di promozione e valorizzazione del vino
italiano, creando una vera e propria 'nazionale' del vino».
Che ruolo avrà l'Ente Vini senese nel progetto?
«Come tutte le strutture dipendenti dalla propria regione troverà integrazione con
le altre».
Ma è una struttura finanziata anche dal Mipaf per la promozione del vino italiano
nel mondo?
«E' vero, ma ricevere i fondi del Mipaf non significa utilizzarli senza il contributo
progettuale di altre realtà. L'Ente Vini ha sempre deciso in autonomia».
Presidente, non sarà invece che all'attuale governo non piace la gestione
dell'Enoteca Italiana?
«L'unico partito a cui fa riferimento l'Italia del vino è il quello della vite».
Allora vediamo il vostro progetto: Salone del vino a Torino, un film miliardario sul
Barolo realizzato dalla Eagle Pictures. C'è molto Piemonte…
«C'è molta Italia! Noi siamo partiti coinvolgendo chiunque voglia puntare ad una
struttura nazionale che funzioni. Al Salone del vino era partner anche l'Enoteca
Italiana».
di Roberto Rossi

(La Nazione - 10/12/2001)

ONU enologico senza USA

E se gli Stati Uniti decidessero di uscire dall'Onu. Una notizia clamorosa. Ebbene nel mondo del vino è successo. La delegazione degli Usa in seno all'Oiv (Office international du vin) è stata ritirata e le «Nazioni unite del vino» sono rimaste orfane degli americani. Ne hanno preso atto i rappresentanti degli altri 40 Paesi che danno vita all'organismo internazionale, con sede a Parigi, riunito in congresso ad Adelaide in Australia.
Tutti auspicano un ripensamento americano, ma la questione è complessa. Detta in poche parole si è scontrata la linea «ultraliberista» di chi giudica il vino un prodotto come gli altri e mal sopporta regole e restrizioni e chi come i Paesi della «Vecchia Europa» danno al vino un valore aggiunto non solo enologico riconoscendone ampie valenze culturali e sociali. Insomma, lo scontro è tra chi vuole essere libero di piantare vigne, sperimentare cloni e tecniche, e produrre vini con marchi commerciali e chi vuole si rispettino regole, tradizioni, nomi storici utilizzando pratiche viticole «ecosostenibili». In Australia si è discusso anche di tecniche enologie, non solo l'uso delle barrique e dei trucioli ma anche di immissioni di legno di quercia e altre essenze in fase di maturazione (che cosa non si fa per avere un retrogusto), concentrazioni a freddo e altre «specialità».
Non mancano anche in Italia esponenti del «partito enoamericano», ma la maggior parte sembra essersi convinta che il vino di qualità ha futuro solo se legato al territorio: barbera, nebbiolo, dolcetto possono essere (e in parte già lo sono) coltivati ovunque nel mondo ma è solo sulle colline piemontesi, grazie al lavoro all'esperienza, alla storia di migliaia di vignaioli, che diventano «quei vini».
Del resto se bevete una bibita mica vi preoccupate di leggere sulla lattina in quale stabilimento è prodotta. Ecco la differenza.

Sergio Miravalle


(La Stampa - 13/12/2001)

S. Colombano. Vigneti anti-flavescenza, aiuti dalla Regione

S.COLOMBANO — Il Consorzio volontario vino Doc «Rosso S.Colombano», il sodalizio che raggruppa i vignaioli banini, ha ottenuto dalla Regione l'approvazione di un progetto per la viticoltura in collina. In sostanza, le aziende vitivinicole che adegueranno le impostazioni tecniche dei nuovi impianti dei vigneti a quanto delineato nel progetto, potranno usufruire di contributi a fondo perduto per circa 14 milioni per ettaro. Nel progetto sono contenute importanti indicazioni sulle modalità di realizzazione di vigneti moderni, adatti a produzioni di qualità. Ai contributi sono interessati tutti i proprietari di vigneto, sia associati che non associati al consorzio. Le domande per ottenere il contributo dovranno essere presentate, entro il 31 dicembre, alla sede del Consorzio, in via Ricetto 3, a S.Colombano al Lambro. Per ulteriori informazioni si consiglia di telefonare al numero 0371/898830.
Come è noto, l'idea di rinnovare i vigneti viene sollecitata anche dalla necessità di combattere alla radice il nuovo flagello dei filari di vite: la flavescenza dorata. Gli esperti suggeriscono infattiil cambiamento dei vitigni in caso di attacco della terribile «peste», la cui caratteristica è quella di ridurre drasticamente la produzione e, nel tempo, di cancellare l'esistenza stessa del vitigno colpito. Per il Consorzio, si tratta di un provvedimento della massima valenza, teso a stimolare l'ingresso in collina di viti giovani, qualitativamente pregevoli e maggiormente resistenti alla flavescenza.
L.A.


(Il Giorno - 14/12/2001)

Aziende premiate in una manifestazione negli usa. Gli oscar del vino biologico vanno a Bubbio e Agliano

BUBBIO Tra i migliori vini biologici del mondo ci sono quelli piemontesi, e tra questi gli astigiani hanno un ruolo leader. Questo almeno il responso dell´«International Organic Wine Expo», salone internazionale riservato ai vini ottenuti con uve coltivate senza l´utilizzo di prodotti chimici di sintesi, svoltosi a Los Angeles in California. In concorso c´erano 33 ditte italiane che hanno presentato 200 vini. Per il Piemonte, con la collaborazione di Regione e Centro estero delle Camere di commercio, hanno partecipato nove aziende, una ventina quelle biocertificate nel territorio regionale. A Torino c´è stata la cerimonia di consegna dei premi assegnati negli Usa. E il prestigioso «Best in category», sorta di «oscar» del vino biologico (solo quattro i riconoscimenti di questo tipo previsti dal concorso) è andato a due produttori astigiani: l´azienda agricola «Mario Torelli» di Bubbio, col Moscato d´Asti «San Grod», che ha ricevuto pure la medaglia d´argento per il suo Asti docg biologico «Di Michela» recentemente presentato al Salone del Vino di Torino; e l´azienda aglianese «La Luna del Rospo», condotta dal tedesco Michael Schaffer, col Barbera d´Asti «Solo per Laura». «Una grande soddisfazione per noi che dall´87 abbiamo scelto di produrre vini da uve bilogiche» è stato il commento di Gianfranco Torelli, enologo a capo della ditta di famiglia, ma anche vicesindaco di Bubbio e promotore della delibera comunale che, un paio d´anni fa, portò il centro langarolo ad essere il primo Comune antitransgenico d´Italia. Altra azienda vinicola astigiana premiata «il Milin» dei fratelli Rovero di San Marzanotto d´Asti, col Sauvignon e il Barbera d´Asti Superiore «Vigneto Gustin». Premiati anche l´azienda cuneese Punset di Neive col Barbaresco docg «Campo Quadro» e il Langhe Bianco doc «la Dote»; la cooperativa alessandrina Valli Unite di Costa Vescovato con il Barbera «Vignet» doc e il Dolcetto doc; e la Biologica Bianchi di Sizzano, in provincia di Novara, col Gattinara ´96.
fi.l.


Versa nel bicchiere il meglio del sole del sud

di GIACOMO A. DENTE
IN PRINCIPIO era il vignaiolo, poi venne il manager. In principio era la vecchia botte, poi vennero l'acciaio e la barrique. In principio era "mio nonno vendemmiava così", poi venne l'enotecnico. In principio era il vino sfuso, poi venne il wine-bar. Anche il mondo del vino ha vissuto in maniera totalizzante l'accelerazione della modernità. Dall'Italia dei carretti con le botti, negli ultimi cinquant'anni siamo passati alla bottiglia rara comprata lungo le vie del web. Così come dal "bianco o rosso, dottore?", ci siamo trovati davanti a locali che esibiscono carte dei vini impegnative come un vocabolario di greco, con proposte che vanno dal Frascati agli Chardonnay della Napa Valley californiana.
Assistiamo oggi a una profonda trasformazione del gusto e della committenza devota a Bacco, non meno che a una sostanziale ridefinizione della geografia dell'eccellenza. Senza dubbio i due giganti Piemonte e Toscana fanno risuonare le loro artiglierie pesanti, ma il dato che più colpisce è la straordinaria crescita di nuovi poli, alternativi ai chiusi salotti buoni dell'etichetta d'autore. In questo senso il fenomeno più vistoso è l'irruzione vincente ai vertici delle Bibbie gourmet — e non solo italiane — dei vini del Sud. In Sicilia spicca l'eleganza coraggiosa dei fratelli Planeta, in Calabria l'austerità complessa dei grandi rossi di Librandi, in Puglia la potenza generosa delle etichette di Cosimo Taurino, mentre in Molise si rivela vincente la scommessa su vitigni autoctoni di Di Majo-Norante. Ma la regione leader di questo boom è senza dubbio la Campania. E' da questa terra che sono arrivate le sorprese più significative, è tra queste colline che la rivoluzione del Fiano, del Greco di Tufo, dell'Aglianico si è compiuta con successo. Vitigni per lungo tempo presi in scarsa considerazione siedono oggi nell'Olimpo dei grandi.

I francesi bevono il Montevetrano di Silvia Imparato e non si sentono più così sicuri dei loro primati in terra di Bordeaux. Ma ancora di più colpisce oggi il fenomeno Feudi di San Gregorio, un'azienda irpina che ha polverizzato tutti i record di fatturato, ma anche di qualità delle sue etichette. Ai vertici di tutte le classifiche, oggi i Feudi festeggiano i dieci anni di vita. Così, nello stesso anno in cui si sgretolava definitivamente l'impero sovietico, nasceva il sogno di dare al Sud una realtà produttiva capace di reggere botta con una concorrenza sempre più agguerrita a livello mondiale. Il ritorno alla terra, allora, come indizio di modernità? Mai come in questo caso la riflessione è corretta, perché la storia di questi vini nasce da un uomo come Pellegrino Capaldo, una delle intelligenze più autorevoli del nostro sistema finanziario, e dal genero Enzo Ercolino, formazione da storico, prima di cedere all'irresistibile vocazione della vigna. La campagna, i filari dell'uva diventano allora operazione culturale e progetto economico, senza però mai tradire la dimensione del sogno. I vini contemporanei che sanno accedere alla grandezza riescono come pochi ad esprimere una dimensione globale di estetica del piacere. Non è più solo l'emozione vinosa, quindi. Il nuovo nel vino è ritrovare in un Fiano di Avellino gli echi di romantica leggerezza di un verso di Hofmannsthal "con lieve cuore, con lievi mani, la vita prendere, la vita lasciare". O anche scoprire in un Aglianico le profondità, la composta, altissima poesia del Bach dei Corali.

(Il Messaggero - 15/12/2001)

 

 

 

 

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