Un territorio e le
sue vocazioni: un assaggio di Salento
di Riccardo Brandi
Approfondire
le conoscenze del nostro territorio è fonte inesauribile di spunti
di riflessione, indicazioni turistiche e suggerimenti per itinerari
eno-gastronomici o naturalistici. Si possono fare emozionanti scoperte
sul nostro passato e sulle nostre origini, traendo idee per ulteriori
studi o nuovi viaggi; si può prendere coscienza delle diverse
culture che ci hanno influenzato nonché, come in questo caso,
ricavare un'appassionante fonte d'ispirazione epistolare e condivisione
di emozioni. Incontriamo dunque le peculiarità di un territorio
davvero speciale, teatro di storia millenaria e prospero di tesori naturali
che arricchiscono il patrimonio culturale che ci appartiene, nonché
prolifico di prodotti che ne accrescono quello
sensoriale, di
cui beneficiamo tutti: il Salento.
Nel
tacco dello stivale il Salento è una penisola nella penisola,
la più antica delle terre pugliesi, di certo quella che più
tenacemente è rimasta ancorata ai ritmi ancestrali della sua
civiltà; una lingua di terra che divide l'Adriatico dallo Jonio,
anticamente chiamata Messapia (terra di mezzo). Comprende l'intera
provincia di Lecce e tocca quelle di Brindisi e Taranto avendo come
confine settentrionale una linea ideale che congiunge proprio i due
capoluoghi, la parte nord delle cui provincie è esclusa dal territorio
salentino. Nella cosiddetta "Terra d'Otranto" Lecce
rappresenta geograficamente e culturalmente il cuore pulsante del territorio;
aristocratica e colta, fu creata dalla classe dirigente arricchitasi
con la terra. La capitale del Barocco pugliese fu chiamata la "Firenze
del Barocco" e diede ampio respiro a questo stile architettonico
tra la fine del secolo XVI e l'inizio del XVIII, vestendo chiese e palazzi
con capricciosi e fastosi ornamenti, senza alterare per altro le preesistenti
strutture rinascimentali e perfino romaniche.
Ma
molte altre sono le località degne di nota per la loro testimonianza
storica. A Porto Badisco torna alla memoria il grido di Acate
e degli altri compagni di Enea "Italiam, Italiam", lanciato
al primo apparire del lido italico nel racconto virgiliano. Otranto
rappresenta l'antica capitale della Messapia e viene ricordata come
la città degli Ottocento Martiri trucidati dai Turchi di Maometto
II nel 1480 durante il "sacco" famoso. Alla punta estrema
vi è il Capo di Santa Maria di Leuca, spartiacque tra
i due mari, col Santuario della Madonna "Finibus Terrae" (ai
confini della Terra), meta incessante di pellegrinaggi secondo una leggenda
cristiana che vede nel Santuario di Leuca l'anticamera terrestre del
Paradiso. E come non parlare dell'itinerario da Lecce a Gallipoli?
Questa perla incastonata nello Jonio merita veramente l'appellativo
di "bella" che è nell'ètimo greco, sia per la
posizione incantevole, sia per la singolarità dei suoi monumenti
come il Castello Angioino. In questo percorso il Salento offre al turista
altre bellezze e molte meraviglie: una corona di centri balneari e di
dolcissime spiagge su un mare ceruleo e limpidissimo, in contrasto con
le scogliere dirupate e avare di approdi della costa adriatica, pure
meta turistica incantevole, di bellezza selvaggia.

Addentrandoci
nei circa 5.800 kmq. dell'intero territorio, si incontrano particolari
monumenti megalitici sulle cui origini si fanno ipotesi suggestive:
i dolmen e i menhir. I primi sono costituiti da pietre
fitte che sostengono una grande lastra di copertura, tanto da formare
un ambiente ad uso per lo più sepolcrale; i secondi sono blocchi
di pietra grezza alti da uno a sei metri e piantati nel terreno, rivolti
al cielo in uno spiccato desiderio di verticalità celeste. Questi,
testimonianze di influenze nordico-celtiche (Francia o Britannia) risalenti
all'età del ferro, furono poi adottati dai Romani per arcaiche
segnalazioni stradali. Greci, Longobardi, Goti, Bizantini, Turchi e
Romani. Questa terra di frontiera fu crocevia di tante e tali culture,
lingue e religioni che hanno tracciato in essa un DNA unico.
La
natura del Salento è leggermente ondulata, dolce e malinconica
all'occhio per i colori del grano, delle vigne bruciate dal sole e del
tufo. Poche sono le case isolate e qua e là si apre improvvisamente
fra i campi il vuoto profondo di una cava. I morbidi rilievi, denominati
Serre, si addensano nelle Murge verso l'estremità della
penisola, arricchendo il paesaggio già variegato da boschi e
pinete cariche di profumi mediterranei, uliveti secolari, distese carsiche
che in primavera emanano indescrivibili profumi della macchia mediterranea
con la sua vegetazione costituita da arbusti e fiori iridescenti. Proprio
il fenomeno carsico priva il territorio di fiumi superficiali; i corsi
d'acqua esistenti sono sotterranei, ma facilmente recuperabili ai fini
dell'irrigazione con lo scavo di pozzi. In questo modo gli oliveti e
i verdi vigneti si estendono su ampie aree irrigate, dove trovano linfa
vitale anche piantagioni di tabacco, fichi e ortaggi, che crescono rigogliosi
grazie all'operosità dei salentini che hanno saputo entrare in
simbiosi con il loro territorio ed esaltarne tutte le potenzialità.
Entrando
nello specifico di quanto attiene le nostre passioni, focalizzate sulle
vocazioni enogastronomiche del territorio, troviamo sicuramente una
vasta scelta di prodotti che oltre al tabacco, ai pomodori ed ai fichi,
pone su un livello di decisa evidenza l'olio ed il vino. L'olivocoltura,
le cui origini si perdono fino ai tempi dei Romani e prima ancora dei
Messapi, ha trovato nel terreno arido e roccioso del Salento un perfetto
tutore; gli arbusti ormai plurisecolari palesano la loro vittoria sul
tempo con le loro forme ricurve e contorte, i tronchi compositi e ampi
si snodano fino alle rigogliose fronde osteggiando salute. La storica
opera dei monaci "Basiliani" ha contribuito all'estensione
delle terre olivate a scapito della macchia mediterranea, fino a raggiungere
nel Salento il 40% della superficie agraria e forestale del mezzogiorno;
così oggi in Puglia le grandi coltivazioni di olivi (oltre 50
milioni di alberi) pongono questa regione al vertice della produzione
nazionale di olio (ben oltre le 200.000 tonnellate) sfiorando quasi
il 10% di quella mondiale, dove l'Italia è seconda solo alla
Spagna.
Nel
Salento il riconoscimento Dop (Denominazione d'Origine Protetta) è
stato assegnato all'olio prodotto nella zona di Lecce e del Basso Salento
e prende il nome di Terra D' Otranto. Questo tipo di olio è
costituito prevalentemente da due tipi di olive: cellina di Nardò
o saracena e ogliarola leccese o salentina. Ottimi risultati
si ottengono anche con la lavorazione della nociara e della picholine,
che danno luogo ad un olio con caratteristiche organolettiche comunque
tipiche del territorio: un fruttato verde di oliva dal gusto dolce,
con profumi di legumi, ottima fluidità e buona fragranza aromatica
di erba. Il suo utilizzo è consigliato su antipasti e verdure,
legumi e zuppe. Artigiani olivicoli di marcata professionalità
realizzano prodotti eccellenti, icona fedele e massima espressione dell'olio
extravergine d'oliva salentino di qualità superiore; vale la
pena citare alcuni di questi produttori che danno lustro al loro territorio
e ci regalano magìe sensoriali. Parliamo delle aziende agricole:
Caposella, Giorgio Conte, Vaglio Massa, Maria
Rosa Merico con il notevole "Piana degli Ulivi" (ottenuto
con metodo tradizionale a presse) e Franco Tamborino Frisari
con la sua Dop "Corte de' Droso".
La
viticoltura può vantare una storia altrettanto rappresentativa
ed il terreno calcareo, alternato a sedimenti rocciosi, rende la vite
particolarmente forte e ricca di elementi, culla ideale per le uve nere.
Il clima temperato, il sole e lo scirocco, alito costante del Salento,
conferiscono un corpo straordinario al frutto stesso. Avventurandoci
nell'itinerario enogastronimico salentino possiamo incontrare ed ammirare
i famosi alberelli pugliesi nati dall'esigenza di ottenere delle piante
di dimensione molto contenuta, più idonee per la resistenza alla
grande siccità estiva. Ciò si esprime in natura con forme
contorte e nodose che hanno permesso delle densità di impianto
notevoli. L'alberello inoltre impone un'esecuzione della raccolta in
maniera completamente manuale, un altro aspetto che contribuisce ad
innalzare il livello qualitativo del prodotto, ma accanto alle distese
di vigneti tradizionali allevati ad alberello, vanno sempre crescendo
i nuovi impianti allevati a cordone speronato. Il cordone speronato
altro non è che un alberello rivisto e impostato al fine di consentire
una maggiore meccanizzazione delle operazioni, senza alterarne gli elevati
standard qualitativi. Si assiste quindi nel Salento ad una ristrutturazione
degli impianti orientata alla qualità ed efficienza, in grado
di sfruttare al massimo le grandi risorse che questa terra è
in grado di offrire.
I risultati si sono visti con il recente boom del Primitivo di Manduria,
vitigno conosciuto nel resto del mondo come Zifandel; non solo, ma oggi
la Puglia è la regione d'Italia con la più alta produzione
vitivinicola, e il Salento contribuisce notevolmente con i numerosi
viticultori presenti sul territorio. Per molti anni si è puntato
più alla quantità che alla qualità del prodotto,
ma la Puglia non poteva non seguire la recente evoluzione enologica
italiana. Ai grandi investimenti per ammodernare le tecnologie di cantina
e i reparti di imbottigliamento è seguita la valorizzazione dei
molti vitigni autoctoni: negroamaro, malvasia nera, primitivo.
Il
Salento può vantare oggi ben 8 vini a denominazione di origine
controllata (D.O.C.) quali: Alezio, Copertino, Galatina, Leverano, Matino,
Nardò, Salice Salentino, Squinzano e Primitivo di Manduria. Ma
la produzione salentina annovera centinaia di migliaia di litri di produzione
propria, non scevri dal gusto e dalla raffinatezza dei "cugini
titolati". E comunque il Salento è la regione del Negro
Amaro, il vitigno più diffuso e antico dal quale si ricavano
tra i migliori rossi e rosati d'Italia, tanto da essere impiegato per
la "correzione" di vini extra regionali, conosciuti anche
all'estero. L'Aleatico è un altro importante vitigno salentino
dal quale si ricava un vino molto dolce, liquoroso, un vino da meditazione.
Tuttavia, la propensione a privilegiare i vini da tavola sta portando
ad un rapido declino dell'Aleatico, al punto che solo pochi estimatori
continuano a dedicarsi a questo tipo di uve.
La
Malvasia Nera, la Malvasia Bianca e le uve da Primitivo, concludono
questa rapida carrellata dei vitigni salentini dai quali si ricava quello
che a buon diritto può definirsi il nèttare degli dei.
Tra i produttori ci sono numerose cantine conosciute a livello nazionale
ed internazionale, che hanno ricevuto negli anni riconoscimenti e premi
per la qualità e la bontà del vino prodotto, fra cui Leone
De Castris, Conti Zecca, Candido, Masseria Monaci,
Antica Masseria Del Sigillo, a cui si aggiungono numerose cantine
più o meno giovani, ma che si stanno facendo apprezzare nel panorama
nazionale del vino di qualità.
Fra tutti vogliamo citare due vini che rappresentano il territorio
del Salento enfatizzandone l'immagine di qualità e tipicità:
il Nero di Conti Zecca ed il Cappello di Prete di Candido

Il
Nero è una Igt Salento Rosso nato dal matrimonio tra Negro
Amaro e Cabernet Sauvignon, pluridecorato negli anni e punta di diamante
dell'enologia pugliese e nazionale. Il colore è rosso rubino
intenso, aggraziato da lievi riflessi granati e all'olfatto presenta
frutti a bacca rossa e spezie, con sentori di vaniglia, liquirizia e
cuoio; al palato risulta morbido ed equilibrato, i tannini sono maturi
in una struttura robusta dal corpo ricco e caratterizzata da una lunga
persistenza. Il Cappello di Prete è invece un Negro Amaro
in purezza, frutto della tenacia e del talento della famiglia Candido
che da tre generazioni rappresenta lo stile di ricerca del miglioramento
continuo e questo vino è un gioiello nel panorama vinicolo per
il suo altissimo rapporto qualità/prezzo. Appare di un intenso
colore rosso rubino, limpido e fitto; aroma ricco e variegato dominato
dal sottobosco ed arricchito da note speziate fra cui distinguiamo il
pepe nero e la liquirizia, una complessità fresca e seducente.
In bocca è piacevole, la forza dei tannini è in perfetto
equilibrio con la componente acida, regalandoci sorsate di fine tessitura
che deglutite permangono e ritornano per via retronasale invitandoci
a sorseggiare ancora; il fondo amarognolo, tipico dell'uvaggio, risente
in modo straordinario della dolcezza propria di un passaggio in legno
apprezzabile, che conferisce ancora regalità ad un vino alla
portata di tutti.
Che emozione
. che territorio
.
4 marzo 2006
Immagini:
Rosone della Cattedrale di Otranto; mappa della Messapia del V sec.
A.C. (epoca del Re curione Philos); particolare barocco; dolmen placa;
menhir; olivo secolare; oliveto, alberello pugliese; grappolo di negro
amaro; grappolo di malvasia nera