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Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino: le prime impressioni
di Riccardo Farchioni e Fernando Pardini

Chianti Classico, Montepulciano, Montalcino. Questi sono in definitiva i cardini della tradizione del vino toscano che, prassi ormai consolidata, presentano in modo congiunto le loro produzioni più recenti. Tre territori, tre identità, tre modi di rinnovarsi nel rispetto delle proprie peculiarità, radici e tradizioni.

Il Chianti Classico ha deciso di presentare uno spettro ampio della sua produzione, mossa dettata dalla natura flessibile di un vino la cui natura può spaziare dalla freschezza e dalla pronta beva all’importanza e al peso di un prodotto di punta. Ecco dunque in degustazione nei locali della Pinacoteca della Certosa di Firenze i Chianti Classico 2002 (in anteprima), i Chianti Classico 2001, 2000, 1999; i Chianti Classico Riserva 2000 e 1999.

La presenza di 19 campioni della “terribile” annata 2002 ha reso possibile curiosare da vicino nella prima stagione climaticamente infelice dopo una bella sequenza di anni favorevoli che hanno consentito una accelerazione, per chi ha saputo approfittarne, verso il raggiungimento di risultati importanti. E se la temutissima vendemmia 2002 ha fornito dei campioni discutibili (come succede sempre, del resto), allo stesso tempo ha sorpreso con risultati già allo stato attuale di bella piacevolezza avvantaggiando soprattutto chi cerca la estroversione immediata più che la complessità o il profilo imponente.

Per il resto, la ricerca dell’eleganza e del profilo delicato ci sembra sia sempre più intento comune in una produzione chiantigiana che lascia da parte, fatta eccezione per alcuni (anche prestigiosi) esempi, le estremizzazioni stilistiche o i modelli internazionali che se possono avere una buona riuscita grazie a robuste iniezioni di vitigni alloctoni, lasciano il tempo che trovano quando cercano di forzare il sangiovese ad assumere forme per le quali non è vocato.

Più tormentata ci è sembrata la realtà del Vino Nobile di Montepulciano, ancora alla ricerca di uno stile e di rinnovamento di identità, come ci hanno del resto confermano i produttori che abbiamo sentito in giro nei begli ambienti di Palazzo Ricci, ed alla ricerca di una “terza via” fra il modello chiantigiano più snello e flessible e quello ilcinese più rigido ed imponente. La stagione 2000, che ha visto un andamento climatico regolare nella primavera, molto caldo e piuttosto siccitoso nel mese di Agosto, più equilibrato in un Settembre soleggiato ma con opportune piogge rinfrescanti, ha portato a vini spesso di ragguardevole potenza, ricchi di un frutto dalla buona compostezza ma con tannini ancora taglienti.

Ed è stata l’analisi dei “cru” di Vino Nobile di Montepulciano 2000, dobbiamo confessarlo, una esperienza difficile come poche in passato, nella quale ci siamo trovati alle prese con vini che erano spesso veri e propri “blocchi” monolitici tetragoni ad una chiara decifrazione, neanche dopo l’ora di ossigenazione a cui li abbiamo sottoposti durante la pausa pranzo. Qualche sbandamento in direzione di cessioni terziarie eccessive (ma ricordiamo che siamo in pieno rinnovamento nell’uso dei legni) e un pochino indietro (ma sulla buona strada, grazie la presenza di assai validi “apripista”) nella ricerca dell’eleganza. Più avanti nel raggiungimento di un equilibrio, naturalmente, i Riserva 1999 con tannini in via di ammorbidimento e in generale di buona dolcezza.

Molto più buona che media, l'annata 1998 a Montalcino (degustata nel luogo-simbolo della Fortezza di Montalcino) ci ha reso una idea complessiva di affinamento e di crescita (pure numerica) da parte dei vignaioli e delle vignaiole ilcinesi, tramutatasi pari pari nei vini sfiorati, con poche concessioni agli svolazzi e alle ridondanze velleitarie, ricercando bensì con impegno e serietà gli agognati equilibri e l'eleganza espositiva. A fronte di una materia prima non ricchissima come quella dell'anno precedente, figlia d'altronde di un andamento stagionale a tratti birichino, a maggior ragione, una volta di più, hanno contribuito grandemente al successo la sensibilità e lo stile della singola cantina, il grado di sapienza contadina e di preparazione. La gestione oculata del vigneto e la scelta dei tempi in taluni casi ci hanno fatto incontrare vini ad alta dignità, quand'anche non stupefacenti, che più di altre volte ci hanno trasmesso sincero il legame con il loro territorio, sensazione quest'ultima molto più che piacevole. Se a ciò aggiungiamo una più generalizzata coscienza ad utilizzare bene legni buoni e l'eccellente contributo del ringiovanimento (quando a ringiovanire sia un vino di carattere, virile e nerboruto come per esempio il 2001) ecco che i giochi si tramutano in confortevole fascino ed ineludibile personalità.

Diremo quindi che esiste una schiera di vini di ottimo livello - grande in alcuni casi - caratterizzati da una rigorosa, rispettosa, fulgida trama territoriale, esenti da smaccate ridondanze; quasi esempi di continuità insomma, dotati come sono di quella spinta e di quella progressione acido-sapida che li rendono riconoscibili e veri. La schiera più ampia invece, a fronte di tessiture aromatiche molto ordinate e piacevoli, dimostra palati che non riescono a sostenere fino in fondo, come vorresti, la sostanza fruttata ch'eppur non lesinano, scoprendo troppo in fretta nervi acidi o surplus alcolici.

Invece l'attesissimo debutto sulla scena dei Brunello di Montalcino Riserva 1997 (si mormora da più parti sia annata del secolo) è stata una dimostrazione molto istruttiva di come ci si debba comportare, o non comportare, di fronte ad una annata ricca e potente, che ha dato moltissimo alla piena maturazione del frutto, facendo portare in cantina una materia prima ad alti parametri, ridondante e succulenta. Ebbene con troppa frequenza ci sembra si sia caduti nel "gesto" dell'abbondare, del lasciarsi prendere la mano, dell'esasperare colori ed estrazioni, tramutatisi di fatto in eccessive pesantezze o monumentali apparenze - tanta morbidezza e poco vigor acido - senza giocare su quei registri di accurata ricerca delle sfumature e degli equilibri che soli sanno far allungare trame ed espanderle in profondità, senza bisogno di quel dilagare di materia decisamente impersonale. In fondo però, dobbiamo dire, la finissima e matura matrice tannica, marchio dell'annata, ha contribuito e non poco alla effettiva meraviglia, sì che annoveriamo, su cinquanta campioni presenti, una buona metà ad alto livello.

Un ulteriore aspetto reso evidente dalla degustazione ilcinese e che ci preme sottolineare, è che alla schiera dei soliti noti si stanno aggiungendo di diritto piccoli-grandi vignerons di nome e di fatto, che in silenzio, da anni, con estrema serietà e senza sibilanti richiami di grandeur o marketing imperante, stanno costruendosi un posto al sole, plasmando i loro terroirs con curiosità, affetto e rispetto, contribuendo da par loro al risveglio generalizzato di un comprensorio ricco di stimoli per altrettanto ricchi caratteri vinosi. Anche di loro, naturalmente -e ci mancherebbe- vi parleremo, con l’innegabile rimpianto di non aver potuto approfondire con più sistematicità un panorama che è una miniera inesplorata del vino italiano.

21 febbraio 2003


 

   

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