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Grandine!
In archivio



 

 


Sorì San Lorenzo, di Edward Steinberg
di Mario Crosta


È vero che noi italiani leggiamo pochi libri e siamo più appassionati alla cronaca spicciola. Io sono certamente fra i primi a vedere tre volte al giorno il telegiornale ed a sfogliare velocemente il quotidiano al bar, aggiornatissimo de "la sai l’ultima", monumento dello stress quotidiano. Ma ci sono dei momenti in cui occorre guardarsi dentro, scendere dal tram della vita e fermarsi su una panchina a guardare il mondo da lontano, entrando in una di quelle porte che la fantasia apre all’improvviso per perdersi in quel mondo che dal libro ti assorbe. Un libro non recentissimo, scritto da Edward Steinberg poco più di una decina di anni fa, edito dapprima in lingua inglese nel 1992 come "The vines of San Lorenzo – The Eco Press"e poi stampato in italiano nell’aprile 1996 da Slow Food Arcigola Editore come "Sorì San Lorenzo – Angelo Gaja e la nascita di un grande vino", mi è stato spedito recentemente da Angelo Gaja con la seguente (testuale!) motivazione: „così continuerai a mantenerti in allenamento sui vini piemontesi”.

Diavolo di un Gaja! Te l’ho lasciato qualche settimana sopra l’ultimo scaffale in alto della biblioteca, appollaiato come un avvoltoio, ma quando mi sono deciso ad aprirlo, dapprima in piedi vicino al caminetto e poi, mano a mano che le mezz’ore passavano, sul puff vicino alla bottiglia e infine in poltrona sotto l’abat-jour, non esisteva nessun mondo quotidiano intorno a me e benedetta sia la moglie che ho ritrovato soltanto il giorno dopo. Sono stato immerso in un sogno per tutto il libro, di notte ogni tanto mi addormento ancora con alcune scene che, ben descritte dall’autore, rimangono davanti agli occhi intensamente.

Non ho parole per descrivere il divertente romanzo di quel grande rosso di Langa che è il Barbaresco Sorì San Lorenzo dell’annata 1989, protagonista assoluto della storia. Si imparerà di tutto, dalla composizione dei suoli ai sistemi di allevamento ed alle malattie della vite, dal microcosmo dei batteri buoni e cattivi e dei lieviti fino ai segreti dei legni e delle alchimie di cantina, ma si parla di un vino che è fatto appassionatamente dagli uomini. Di queste persone (alcune delle quali sono andate a vivere da un’altra parte, in cielo, perchè non muore mai chi lascia un pezzo di se stesso dentro le sue opere e nel cuore e nel braccio di altri uomini) è fatto il bicchiere di quel grande vino, risultato di un processo lungo, antico, dove tecnologia e sapienza contadina vivono di concerto. Qualche volta mi è venuto un groppo in gola per la commozione, leggendo la prima parte, perch è mi sembrava di essere lì presente, di vedere gli avvenimenti come in un film molto caro, devo proprio ringraziare l’autore e la traduzione per quei buoni sentimenti che sanno suscitare.

La seconda parte è un viaggio dentro la vigna a fianco di Federico Curtaz, l’amante clinico e paterno delle uve, ci si può beare della cultura contadina più profonda che esista. Nella terza parte, quando l’autore segue passo passo tutto il processo di vinificazione ed entra nell’antro dell’enologo Guido Rivella, si avranno mano a mano tante risposte alle più svariate domande sull’uso delle tecnologie e delle sostanze che aiutano il vino a formarsi. Perciò non mi dilungo oltre nell’invito a cercarlo (Slow Food Editore, oppure chiedete lumi a bariani@gaja.com), comprarlo e leggerlo. Vi presento soltanto qualche aneddoto tratto pari pari appunto dal libro, perchè la storia non è scritta dagli eserciti, dagli eroi, dai re, ma da questa gente normalissima, dedita al lavoro dall’alba al tramonto ed alla famiglia dal tramonto all’alba, che ha trasmesso il suo amore per la vita e per la terra, attraverso la vite, i grappoli ed il vino, fin dentro la bottiglia che vi apprestate a stappare.

Che possiate sempre sorridere alla vita, anche quando è più grama, con il miglior vino, come pur fra tante fatiche e sacrifici hanno saputo fare loro: Angelo Gaja, sua moglie Lucia, suo padre Giovanni, sua nonna Clotilde Rey, Guido Rivella, Luigi Cavallo "Gino", Giuseppe Botto "Geppe", Angelo Lembo, Federico Curtaz, Aldo Vacca e tanti collaboratori e collaboratrici che scoprirete leggendo il libro. Eccone qualche chicca.


LA COLTIVAZIONE CONSOCIATA DI UN TEMPO

La più grande paura dell’umanità era sempre stata quella di non avere cibo a sufficienza, e Fantini parla diffusamente della riluttanza del contadino a puntare tutto su una sola coltura e, di conseguenza, della sua determinazione nel „raccogliere un pò di ogni cosa”. Racconta la storia di un contadino non lontano da Barbaresco che provò a coltivare alcuni filari del suo vigneto senza seminarvi altre colture. Il risultato fu brillante, la differenza che esisteva fra le viti di quei filari e quelle dei filari lì accanto seminati era troppo notevole per non essere rimarcata e convenientemente apprezzata. Ed ecco che l’anno dopo, sopprime la semina del frumento in tutte le vigne. Cosa ha mai fatto! I parenti, gli amici, e tutti quanti lo volevano lapidare. Dovette nuovamente seminare perchè, mi disse, non riusciva più a farsi prestare il becco di un quattrino. Tutti credevano che andasse alla malora!


IL CONSIGLIO DI UN PADRE AL FIGLIO CHE GLI SCRIVE DALLA FRANCIA

La Francia era molto più avanti su tutti i fronti. In una lettera al padre da Tolosa, nel 1910, un giovane contadino di Barbaresco, Pietro Musso, descrive le meraviglie tecnologiche utilizzate dai coltivatori locali per preparare il terreno per un nuovo vigneto. „Qui nelle vigne ci sono due grossi argani che tirano un grosso aratro, nen sempre cavé cavé (zappare, zappare), gli scassi vengono fatti a macchina, così in pochi giorni la vigna è pronta per l’impianto”. Il padre lo ammonì di non raccontare della macchina che fa gli scassi, una volta tornato a Barbaresco, perchè "la gente non ti crederebbe e diventeremmo solo la favola del paese".


LE DONNE DEL VINO: LA NONNA

Angelo conobbe appena il nonno, che morì nel 1944, ma la nonna paterna, Clotilde Rey, occupa un posto particolare nei suoi ricordi. Nata in un paese a soli cinque chilometri dal confine francese, aveva studiato per diventare insegnante. Trasmise una cultura più raffinata alla famiglia e aveva una concezione dell’azienda che faceva vagamente presagire quella del nipote. La sua dote le permise di acquistare una piccola vigna, e quando in seguito spinse il padre di Angelo a comprarne altre, insistette perchè fossero le migliori. Fu lei ad occuparsi dell’intero aspetto commerciale dell’azienda, badando alla contabilità, trattando con i clienti e sbrigando la corrispondenza. Della nonna Angelo ricorda soprattutto quel suo voler inculcare l’idea della qualità. – Era una missionaria – dice. Ricordando la nonna, sul suo viso si disegna un’espressione di tenero divertimento. – In autunno metteva da parte un po’ d’uva che non si doveva toccare fino a Pasqua, quando si riuniva tutta la famiglia. Allora, orgogliosamente, tirava fuori alcuni grappoli di quell’uva ormai mezza marcia -. La parsimonia di Clotilde Rey era proverbiale. – Non era tirchia, risparmiava – dice Angelo, facendo una distinzione che ha sempre meno senso nella società dalla carta di credito facile, che lui conosce fin troppo bene. Fa una pausa per riflettere. – Proveniva da gente di montagna che non aveva mai avuto niente. Forse, semplicemente non sapeva come godere di quello che finalmente aveva qui.


IL COMMENTO DELLA MADRE ALL’ASSUNZIONE DEL PRIMO ENOLOGO

- La gente si è meravigliata quando Guido è venuto a lavorare qui – dice Angelo -, erano diffidenti nei riguardi di tutti gli enologi in generale, perchè li associavano alle grandi industrie. Inoltre, era inaudito che un’azienda relativamente piccola come la nostra, con un giovanotto in famiglia, assumesse qualcuno per fare il vino. Angelo ridacchia. – Non dimenticherò mai la reazione di mia madre quando è venuta a saperlo. È rimasta veramente sconcertata: "E tu?" mi ha chiesto "tu, che farai?".


IL GENIO DELLA MISERIA

... il solfato di rame è diventato un’arma essenziale nell’arsenale del viticoltore. Quando, durante la seconda guerra mondiale, il rame non era reperibile, i contadini di Barbaresco macinavano o scioglievano con l’acido monete e pentole di rame per ottenere il metallo, che era diventato più prezioso dell’oro. – Alcuni hanno persino tagliato i fili del telefono – ricorda Luigi Cavallo.


L’INTRODUZIONE DEL CABERNET SAUVIGNON

- Mio padre aveva consigliato di piantare il cabernet in una vigna secondaria – dice Angelo -. Ma mi dispiaceva discriminarlo facendolo passare per la porta di servizio. Quando cominciò a diffondersi la voce di quello che stava succedendo sul Bricco, il paese rimase sbalordito. – Tutti chiacchieravano di questa storia – dice Angelo Lembo –. Un contadino mi disse persino che si vergognava per quello che stavamo facendo. Non era il solo a vederla in questo modo. Sembrava che Angelo avesse piantato marijuana o peggio -. Anche il padre di Angelo ebbe difficoltà ad accettare quanto era accaduto. Passando accanto al vigneto, i cui primi filari sono a pochi passi dalla stradina di terra battuta che congiunge la sua casa con la strada, spesso scuoteva il capo e borbottava: "Darmagi!", che in dialetto significa: "Peccato!". Quando Angelo imbottigliò il suo primo cabernet Sauvignon, quello dell’annata 1982, lo chiamò diabolicamente Darmagi. In questo modo aumentò il numero delle parole piemontesi nel lessico mondiale, che fino ad allora era limitato a Punt e mes (un punto e mezzo), il nome del famoso vermut.


6 marzo 2003

 

   

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