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"Vigneto Italia", il gusto italiano del vino
di Riccardo Modesti


I fatti

Una grande kermesse, svoltasi il giorno 11 ottobre 2002 presso il Circolo della Stampa di Milano, ha salutato l’uscita di un libro importante nel settore della divulgazione nel campo del vino. “Vigneto Italia” è un’opera che funge da anagrafica dei tanti vitigni autoctoni presenti nel nostro paese, ed è un’opera unica nel suo genere perchè scritta in modo scorrevole senza rinunciare a qualche passaggio più tecnico.

Pubblicato da “Il Gusto”, sezione che si occupa di enogastronomia all’interno della Casa Editrice Gribaudo, “Vigneto Italia” è stato scritto da Patricia Guy, noto personaggio del mondo del vino a livello internazionale, in collaborazione con Mario Busso e Carlo Vischi.

Il giornalista Bruno Gambarotta ha agito da moderatore durante la conferenza stampa, aprendo la strada a diversi interessanti interventi che hanno avuto tutti come denominatore comune l’orgoglio per la biodiversità del vigneto italiano.
Vittorio Ruffinazzi, presidente di Ascovilo, sottolinea con soddisfazione la presenza della parola “vigneto” nel titolo, a marcare l’importanza del luogo nel quale il vino nasce e dove si fa la differenza tra un risultato positivo e un risultato negativo.
Il legame tra vitigno e storia del territorio è stato un altro aspetto importante sottolineato anche nell’intervento successivo, di Gianluigi Viestro, che ha ricordato come le oltre trecento denominazioni abbiano il territorio, inteso come toponimo geografico, come riferimento di fondo.

Viviana Beccalossi, Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, ha voluto ricordare che il vigneto lombardo sta cominciando a ottenere grandissimi risultati qualitativi, contribuendo così a creare una nuova immagine di questa regione, tradizionalmente legata all’industria e al terziario. “Bisogna crederci” è il messaggio che Beccalossi lancia, ricordando il grande lavoro effettuato dalla Regione Lombardia nella promozione dei prodotti, nella realizzazione di oltre 800 chilometri di strade del vino e nella ricerca di sinergie con il territorio. “Non siamo da meno dei francesi, ma loro sanno vendere bene il loro prodotto”, è il concetto che conclude il suo intervento.

Patricia Guy, l’autrice principale del libro, racconta un pò il suo viaggio all’interno del vino italiano che nel tempo l’ha portata a conoscere il variegato mondo dei vitigni italiani. Un viaggio iniziato negli States con le degustazioni che via via venivano organizzate a New York, terminato nei piccoli paesi sparsi per l’Italia dove ha potuto conoscere meglio vitigni, territori e vignaioli. Nel suo intervento Guy sottolinea inoltre il problema della poca, pochissima quantità di vini ottenuti da questi vitigni, fatto che ne frena notevolmente la diffusione, e quindi la conoscenza. E qui il libro si pone proprio come veicolo indispensabile di sapere per stabilire un legame con il consumatore, anche estero, poichè di questo libro sono previste traduzioni in inglese, tedesco e forse anche giapponese.

Mario Busso, che ha collaborato alla stesura del testo, sottolinea l’impegno della Gribaudo-Il Gusto come veicolo promotore dell’italian style dell’enogastronomia, e osserva come il vitigno autoctono italiano sia in recupero rispetto ai vitigni internazionali.

Carlo Vischi, anch’esso collaboratore alla stesura del testo e coordinatore di “Il Gusto”, ripercorre il percorso editoriale che ha avuto come approdo “Vigneto Italia”. Nel suo intervento Vischi ripropone il suo vedere questo testo come un punto di partenza importante e ne annuncia la campagna di presentazione rivolta al pubblico. Questa sarà svolta in tutta Italia presso le librerie, per mezzo di presentazioni accompagnate anche da momenti di degustazione.

Altri interventi, tra i quali quello di Paolo Marchi che ha divertito la platea con la sua verve e la sua aneddotica sempre gradevole, hanno tutti creato un clima di generale entusiasmo e fiducia per la biodiversità del vigneto italiano in contrapposizione all’omologazione del gusto dei pochi vitigni internazionali che si coltivano all’estero e che fanno la parte del leone nel mercato mondiale.

Walter Massa, produttore della zona di Tortona in Piemonte, ha brevemente parlato del recupero di un vitigno a bacca bianca chiamato Timorasso dal quale si stanno ottenendo vini bianchi da invecchiamento: la chiave del successo, secondo Massa, è stato il gioco di squadra tra i produttori della zona.

L’evento, inserito nel corso della terza giornata dei Vini di Lombardia, è stato seguito da un banco d’assaggio nel quale hanno trovato posto sia importanti produttori lombardi sia produttori di vini ottenuti da vitigni presentati dal libro.
Carlo Vischi ha anche dato appuntamento tra due anni per la seconda edizione del libro, con l’impegno di lavorare nel frattempo per fornire un’opera ancora più completa e precisa.


Note a margine


Fa davvero tristezza notare che, pur essendo Patricia Guy persona di grande competenza e con tutte le carte in regola per fare un lavoro del genere, ci fosse bisogno di un giornalista proveniente dagli States, il grande nemico per eccellenza, e terra dove gli esecrabili vitigni internazionali hanno contribuito loro malgrado a forgiare le più recenti tavole della legge del gusto mondiale, per scrivere un libro che parla dei vitigni autoctoni italiani. Anche perchè risulta evidente che la Guy, pur parlando un italiano corretto, abbia scritto il libro nella sua lingua madre: niente da dire su questo, ma la traduzione verso l’italiano, peraltro segnalata nelle collaborazioni in apertura del libro, mostra talvolta una scelta di vocaboli piuttosto curiosa e abbastanza discutibile.

Non si deve martellare il lettore, peraltro il target è dichiaratamente divulgativo, con tecnicismi, e questo è stato ripetuto più volte durante la presentazione: i vocaboli devono però essere quelli giusti perchè la trasmissione della conoscenza è indotta da una comunicazione linguistica corretta che deve formare nel pubblico un lessico comune. A questo proposito, e poi la pianto lì, i tre corsi AIS che ho frequentato mi hanno dato un vocabolario che però poi entra in conflitto non solo con quello orecchiato da qualche mio amico, con il quale faccio poi fatica a capirmi, ma talvolta anche con chi mi racconta il vino che produce, e questo francamente fa abbastanza ridere. E poi, se il taglio del libro è divulgativo, perchè riportare le composizioni dei terreni se poi non si spiega l’influenza che può avere più o meno argilla per un certo vitigno. Patricia Guy, d’altro canto, rappresenta un nome ben spendibile all’estero, soprattutto nel mondo anglosassone, per fare da apripista a questo libro che tra i suoi target di mercato ha sicuramente anche il resto del mondo.

Buona invece l’idea di elencare le denominazioni che fanno capo a un determinato vitigno, questa è davvero cultura di base importante. Molto efficace anche l’elenco dei produttori selezionati a fine libro, un pò enciclopedico perchè per ogni denominazione vengono elencati fino a sette, otto produttori, ma ben fatto, un buon punto di riferimento per tutti. La selezione dei produttori, libro alla mano, è nata da tre criteri base: bontà del vino, rapporto qualità-prezzo e “comunanza simbiotica” tra il vino e il territorio. Quando uno di questi aspetti è prevalente sugli altri questo viene segnalato per mezzo di un apposito simboletto.

Ma dov’è il mio amato Priè Blanc, vitigno autoctono allevato alle pendici del monte Bianco, amato da Luigi Veronelli, conosciuto in Giappone, dal quale viene ottenuto uno dei vini più poetici e più legati al territorio in Italia e nel mondo ? Accidenti, non c’è. A parte questa mancanza ci sono proprio quasi tutti. Oltre al già citato priè blanc aggiungo, tra quelli che meritavano la menzione, la biancolella campana e l’avanà piemontese, ma qui si va a cercare davvero il pelo nell’uovo. Poi segnalo positivamente le belle fotografie, alcune davvero entusiasmanti. Come cose da migliorare segnalerei la grafica del testo che in alcuni passaggi non è convincente, e qualche errore veramente grossolano nei testi di alcune ricette, a parte questo molto interessanti.

Un’altra annotazione che vorrei fare è la seguente: se è vero che il vitigno autoctono è espressione del territorio, è anche vero che il territorio è in grado di marcare il vitigno. Anche i vituperati cabernets, chardonnay e sauvignon, quest’ultimo peraltro mi piace da matti e ne ho bevuti tantissimi fatti in Italia anche molto diversi tra loro, possono diventare espressioni del territorio proprio in funzione della loro adattabilità. Poichè alla fine credo che ciò che conta davvero sia che il vino debba essere buono, e in questa parola mettiamo solo le caratteristiche organolettiche, e che il resto sia soprattutto poesia, non vedo perchè fare la guerra a vitigni che poi è l’uomo stesso che li deprime e banalizza con lavorazioni tutt’altro che condivisibili.

Ho assaggiato chardonnay italiani buonissimi, originali, marcati dal territorio: i tagli bordolesi fatti da molti produttori altoatesini sono eccezionali. E allora ? E allora ciò che conta, ripeto, è che il vino sia buono, il resto è selezione della specie: tentare di arrestare la selezione naturale è contronatura e quindi pericoloso. Poi se si vogliono proteggere e tutelare territori e realtà socio-economiche particolari, mi viene in mente Carema, è un’altra storia. Però bisogna essere chiari su questo punto, e se Carema scompare la colpa non è dei cabernets e degli chardonnay o degli australiani che fanno i vini che sanno di rovere.

E poi basta dire che i francesi sono sopravvalutati, come qualcuno ripete sempre in queste occasioni: anche loro hanno avuto i loro scandali e li hanno gestiti. E poi forse sono persone più serie, perchè loro possono mettere zucchero nel vino e non una cosa chiamata mosto concentrato rettificato che è poi la stessa cosa, e del resto i loro vini sono lì da vedere e provare a dimostrarne la bravura, e il loro lavoro si svolge in condizioni meteo spesso più sfavorevoli rispetto a noi. Vediamo se siamo davvero capaci di fare meglio e poi ne riparliamo.

Sala gremita e molte persone presenti, tra i quali anche una buona pattuglia, finalmente, di giornalisti. Evviva anche per la presenza dell’Assessore Beccalossi che, nonostante un malessere fisico, ha voluto essere presente per dire la sua, dando il buon esempio di politico che oltre a preannunciare la propria presenza si presenta davvero e dice qualcosa di interessante. E di questi tempi, per un politico, non è poca cosa.

Ah, il libro l’ho visto in libreria al prezzo di 21 euro. La prima edizione è stata stampata in 8.000 copie. Se Gaglioppo per voi è una parola che vi ricorda solamente un insulto e Brachetto una tipologia di cane, è un libro che dovete assolutamente acquistare. Se invece sapete cosa sono Gaglioppo e Brachetto ma non avete la più pallida idea di chi li coltivi e ne faccia del vino, è un libro che, pure, dovete assolutamente acquistare.

(13/11/2002)

   

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