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Un fiocco rosa, anzi corallo

Cominciano le scuole, sono tutti rientrati dalle ferie, qualcuno la testa ce l’ha ancora laggiù, ma una cosa certamente non la si dimenticherà tanto presto: il vino delle vacanze. Gran parte degli intenditori italiani di vino qualche bottiglia sconosciuta se l’è aggiunta alla collezione, palati sopraffini che non avranno perso l’occasione di assaggiare dei bianchi stupendi e dei rossi da favola che, bevuti sul posto, avranno meritato senz’altro qualche stelletta in più. Il vino, si sa, non ama viaggiare e ben lo sanno tutti gli isolani ed i meridionali che si sono stabiliti al nord per lavoro. Altri sapori fra i fichi d’india e gli eucalipti, fra i gelsi e le ginestre, là dove frizza l’aria del paese natio immerso nella natura non c’è paragone, lo stesso vino ride diversamente e chissà perché ha sempre la temperatura giusta e l’abbinamento ideale....

Quando si torna in città dopo aver preso il sole lontano dalle metropoli congestionate, è anche difficile riabituarsi al vino quotidiano senza fare confronti con quello sorprendente che si è bevuto in campagna sotto gli alberi dai parenti o dagli amici in uno di quei simpatici pranzi estivi in calzoncini corti, senza troppe cerimonie, tutti intorno ad un unico tavolone per qualche ora in compagnia del vino più semplice del posto. In genere dal bottiglione, qualche volta preso direttamente dalla damigiana col tubo di gomma e versato nelle caraffe, i più fortunati se lo saranno spillato direttamente dalla botte, ma questo vino estivo rimarrà a lungo nella memoria dei sapori e degli aromi perché batterà spesso, ai punti, anche alcuni dei vini più quotati delle guide e delle enoteche di riferimento.

Come si fa a non ricordare in particolare i rosati, che sono i vini maggiormente bevuti durante le ferie estive nelle località di mare e di campagna e che godono di una gloria particolare fra i canti delle cicale nella canicola all’ombra di qualche fico, per quell’attimo di soprappensiero durante il quale abbiamo dimenticato certamente l’ora, l’anno, l’epoca e magari anche la strada del ritorno?

Di rosati molto buoni ce ne sono tanti nei paesi delle ferie, potrei dire quasi tutti, perché sono i vini che più si fondono con il territorio in cui nascono e che più soffrono nel lasciarlo. Vengono prodotti con sistemi molto diversi, ma che si riassumono nello scopo principale di estrarre dall’uva tutti i colori del corallo dal rosa più tenue al vermiglio chiaro, i sapori della frutta rossa d’estate ed i profumi dei fiori di campagna, con una separazione più o meno immediata del mosto fiore dalle bucce e con fermentazioni ed affinamenti sapientemente gestite dalla tecnologia del freddo.

Difficile però ritrovare queste fragranze peculiari, vivacità, morbidezza e la caratteristica leggera nota mandorlata finale negli stessi vini, una volta imbottigliati e trasferiti nei centri di vendita. Soltanto poche cantine sono in grado di poter assicurare una minore perdita delle doti primaverili dei rosati, che comunque vengono strapazzate dalle filtrazioni e dalle pastorizzazioni conseguenti alla scelta di stabilizzare il vino per farlo soffrire di meno durante il viaggio. La scienza enologica dovrà fare ancora dei grossi passi avanti per quanto riguarda questo aspetto che penalizza tutti i vini, ma in particolare i delicatissimi, rinfrescanti, beverini e malandrini rosati.

Il primo rosato imbottigliato in Italia è stato nel 1943 il Five Roses di Leone de Castris a Salice Salentino (Lecce). Fu una scelta molto coraggiosa, forse dettata anche dal periodo particolare che non lasciava alle scelte il tempo per ascoltare la prudenza, ma come per tutti i miracoli non c’era altro modo che credere. Il successo ottenuto in questi sessant’anni, tempo relativamente poco per la vitivinicoltura, si è trasferito esemplarmente nella ricerca di altri vini rosati che la stessa azienda continua ancora oggi a sperimentare proprio perché è perfettamente conscia che questo tipo di vino cambia in modo notevole quando è costretto in bottiglia e deve prendere il treno per lasciare le sue terre e si continua ad imparare a farlo. E tutte le aziende che seriamente, non per colmare soltanto la gamma d’offerta, producono dei rosati, non mancheranno di conquistare allo stesso modo i favori del pubblico che nel vino cerca sempre nuove emozioni.

Il nostro Paese, per il clima mediterraneo e comunque molto ben protetto dalla catena delle Alpi, per la vicinanza delle aree vinicole alle coste ed al mare, è particolarmente vocato ad una maturazione delle uve differente da quella delle uve francesi e tedesche, forse per questo si fanno più rosati qui che altrove nel mondo. Ma per il futuro di questi vini rosati mediterranei non possiamo rimanere ancorati al pasato e dobbiamo necessariamente confrontare i tipi d’uva, le composizioni dei terreni, i sistemi d’allevamento, le esposizioni, le pendenze, la piovosità, tutto ciò che i francesi chiamano „terroir”, per non parlare dei metodi di raccolta e di conferimento delle uve alla cantina, con i rosati dell’Alto Adige, del Tirolo, del Palatinato e della valle del Reno, ma anche con i „claret” francesi e con i pallidi rosé della Provenza. Dopodiché ci si possono scambiare grandi e differenti esperienze in cantina, dalle scelte di pressatura, diraspatura, macerazione e vinificazione alle tecniche e tecnologie adottate, che possono davvero fare la differenza e migliorare notevolmente la qualità dei vini rosati soprattutto per quanto riguarda gli aspetti di conservazione in bottiglia degli entusiasmanti aromi naturali che ricordano lampone, ribes rosso, cassis, melograno, granatina e che sono tanto deliziosi e sottili quanto di difficile mantenimento e persistenza.
Il mondo dei rosati è ancora tutto da esplorare, non sono vinelli esangui ma veri e propri gioielli di finezza, quando l’esuberanza dell’uva in maturazione viene ammorbidita per dare al palato quella sensazione di freschezza propria della rugiada o dello sbocciare di una gemma, che è una delle arti più difficili del mastro vinaio.

Sarebbe utile perciò una maggiore attenzione delle guide e degli esperti per stimolare di più i cantinieri a non relegare i rosati fra i vini di minor pregio, nonché una migliore collaborazione internazionale per sviluppare le conoscenze ed il confronto delle esperienze, dando quindi all’enologia piuttosto moderna di questi vini maggiori mezzi per uscire dalla culla.
Mario Crosta


Mario Crosta
(20/9/2002)

 

   

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