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Grandine!
In archivio



 

 


Anche il topolino vuole la sua parte
di Mario Crosta


La raccolta differenziata dei rifiuti è sacrosanta, siamo un popolo che produce troppa mondezza, vanno in spazzatura più rifiuti di quanti alimenti mangiamo. Confezioni, scatole, barattoli, polistirolo, bottiglie, insomma tutto l’involucro di quello che in realtà ci interessa finisce per essere scartato. Un po’ d’educazione al riciclo non farebbe male, però....

Quando ci allontaniamo dai contenitori maleodoranti, lavandocene ponziopilatamente le mani, e dopo la benedetta cernita del popolo del cartone, che trova il sistema di campare rivisitando criticamente le nostre scelte sprecone, tutto un esercito di piccoli esseri viventi si mette al lavoro. Cani, gatti, uccelli, insetti, un po’ alla volta trovano da sfamarsi, ma il personaggio che si fa notare di meno e che lavora di più è proprio lui: il topolino.

Piccolo, discreto, silenzioso, fa il suo bravo lavoro da millenni e non si lamenta mai, non raccoglie firme, non scende in piazza, non fa dimostrazioni, nella storia non risulta di lui nessuna rivoluzione e pazientemente attende una briciola per poter campare, senza mai alzare la voce. Comprende benissimo tutte le nostre ragioni igieniche, tant’è vero che nel suo corpicino si è creato un vero e proprio laboratorio per trasformare pericolose sostanze in semplice concime di pancia. Saprebbe come fare anche in caso di guerra nucleare, dicono gli esperti, per questo sarebbe meglio evitare di metterlo alla prova in tal senso.

Bazzica anche le cantine, perfino le migliori, che non sono più quel regno di polvere e di tanfo che faceva tanta scenografia, ma sono diventate dei veri e propri gioielli di architettura creati per accompagnare il vino dalla fermentazione alla maturazione in legno con un grande rispetto per l’igiene e per il naturale processo di vinificazione. Questo, in fondo, si chiede veramente ad un vino: un genuino, sano, lungimirante rispetto per la persona che lo berrà. Il resto sono soltanto belle fantasie, chiacchiere fra addetti ai lavori. Fa piacere che gli intenditori si scannino in discussioni per migliorare il succo della vite e della vita, purché a furia di parlare dei vestiti più adatti non si dimentichino però della sostanza che anche nuda sarebbe bella così com’è, quando è fatta con quell’ingegno che nel benessere dell’uomo trova il codice del suo comportamento. Che non ingannino quindi i camici bianchi, i certificati di analisi, gli attestati dei controlli, i diplomi dei premi ricevuti in un mondo del vino dove le ispezioni sono limitate alla repressione frodi ed al nucleo antisofisticazioni, perchè il piano dei controlli stabilito ad aprile scorso dal Ministero è ancora in alto mare, una bella pagina certamente, ma messa in forse dalla struttura stessa che dovrà realizzarla.

Molti stranieri, di fronte a vini DOCG con tanto di fascetta rosa al collo e che sono in realtà dei vini scadenti, ci domandano come mai quei vini che dovrebbero rappresentare l’apice della qualità e che sono stati degustati da commissioni imparziali di assaggio possano tranquillamente circolare con tutti i crismi dell’ufficialità, quando altri vini molto più buoni, gustosi, profumati, di cui si avverte l’impegno del viticoltore e dell’enologo sono confinati al regno anonimo dei vini da tavola. Giriamo la frittata come vogliamo, ma all’estero l’indicazione geografica tipica è solo uno dei due livelli dei vini da tavola e non un segnale di qualità, fa fede la trafila doganale con dei codici che sono più precisi e pignoli delle nostre Camere di Commercio. Mi sono trovato a tradurre delle leggi dello Stato, o almeno tali dovrebbero essere i nostri disciplinari DOC dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che sono delle belle enunciazioni di principio e basta, finché in cantina può entrare soltanto chi è autorizzato dal proprietario oppure possieda un mandato da parte di un giudice che lo emette soltanto su precisa denuncia. Gratta gratta, anche gli stranieri stanno scoprendo che la qualità del vino in Italia è un optional lasciato alla volontà dei produttori. Pizza wonderful e maccheroni marescia’, ‘o sole ‘o mare e ‘a tarantella qualificano sempre meno il made in Italy. Senza qualità intrinseca vera, tutti i castelli di carte costruiti per incensare l’immagine di un vino che sostanzialmente non ne ha gli attributi, stanno velocemente cascando.

In molti supermercati transalpini si vendono dei vinacci di ogni regione italiana (imbottigliati chissà perchè anche a mille chilometri di distanza dall’origine e cioè lontani da ogni possibilità di controllo dei rispettivi Consorzi di tutela) che sembrano il risultato di cisterne tutte della stessa materia prima, con qualche irrilevante, o ben calcolata, differenza, nonostante si fregino di una DOC siciliana, pugliese, umbra o veneta ben evidenziata in etichetta. Un po’ di mosto concentrato, un pizzico di acido tartarico (e per i rossi una eventuale sciroppata col Rossissimo) fanno appunto la differenza, un cucchiaio di questo additivo fa Orvieto, due cucchiai fanno Prosecco, un sacchetto di quell’altro fa Nero d’Avola e due sacchetti fanno Negroamaro.

C’è ben poco da fare con queste vere e proprie fabbricazioni di prodotti spacciati per vini di qualità, nessuno si pentirebbe mai di non averli assaggiati. Ma mentre gli stranieri li comprano, almeno una volta perché attirati dalla fama della denominazione e dal prezzo stracciato, i nostri esperti in Italia, presi dal fervore delle discussioni sui vini pluridecorati o dimissionati dalle varie guide si dimenticano che ancora gran parte del vino italiano esportato è costituita proprio dalle etichette economiche e che un buon numero di queste rendono un pessimo servizio all’immagine del vino made in Italy.

In etichetta c’è quasi sempre stampata una sigla che rende irriconoscibile l’imbottigliatore al cliente finale, a volte l’imbottigliatore è un nome di fantasia non iscritto nemmeno all’albo delle ditte autorizzate, quasi sempre soltanto dopo aver aperto la bottiglia si può leggere sul tappo un numero di registro d’imbottigliamento, che però è solamente una traccia per gli addetti ai lavori, ma non certo un’evidenza per i consumatori.
Si sta facendo strada la certezza che in Italia la qualità non è difesa da nessun Ente e che pertanto ci si debba affidare alla fama del produttore di onestà dimostrata. Per questo molti produttori di vini di grande pregio scrivono il proprio marchio talmente in grande che si vede anche da lontano, ancora non si riesce a leggere di quale DOCG o di quale vitigno si tratta, ma quel marchio di per se stesso è diventato una garanzia maggiore di quella delle fascette dei Consorzi.

È questo che vogliamo dal nostro sistema del vino? Su circa 350 DOC e 25 DOCG attuali possiamo calcolare che soltanto un centinaio di Consorzi in una certa maniera svolga qualche attività, alcuni grazie alle sovvenzioni praticamente soltanto dei più grandi produttori della loro zona, il resto non funziona e si potrebbe anche mandare a casa perchè sono solo delle facciate dipinte sui teloni, ma dietro non ci sono più neanche i palazzi, si sono mangiati già tutto.

È cominciata un’epoca diversa; siccome le cause giudiziarie durano decenni, le miriadi di leggi odierne sono fatte per non essere applicate, ma per essere infrante dai furbi. Avremo perciò il vino buono soltanto dai produttori che in etichetta scriveranno più in grande il proprio marchio ed il recapito delle proprie cantine, con tanto di indirizzo e di telefono, per aprirle all’enoturismo ed ai controlli di qualità dei rappresentanti del cliente in piena trasparenza. Il resto diventerà sempre più una bevanda alcoolica costruita sul gusto commercialmente imperante emerso dai sondaggi, con uso sempre più abbondante (all’australiana, per intenderci) di tutto ciò che può abbattere i costi di vinificazione e maturazione, da cui il noto odore di farmacia.

Ma anche il topolino vuole la sua parte. Secoli di pratica enologica, anche la più spinta, alla quale ha potuto assistere da minuscola comparsa, non hanno mai potuto stravolgere la più elementare verità: il vino buono nasce in vigna, non in cantina. E allora si trasferirà dai suoi cugini di campagna, i topolini dalla coda lunga che vivono in piccole tane fra le vigne, quelli che schizzano fuori spaventati al solo rumore delle motozappe, stessa scena quando grandina o piove a catinelle. Un altro mondo, forse dimenticato un po’ troppo negli ultimi decenni, ma che sta ritornando alla ribalta e proponendo vigneti con maggiore densità di piante e minori rese d’uva per ceppo, dai filari e sesti d’impianto realizzati per sfruttare al meglio l’insolazione, condotti sempre più secondo criteri biodinamici e biologici, gran lavoro sulle potature verdi e sul diradamento delle foglie, con un maggior rispetto per l’ambiente e per l’età stessa delle piante.

Un mondo di produttori onesti che con i Consorzi DOC e DOCG hanno certamente sempre meno feeling e che perciò chiamano i loro vini eccezionali con nomi di fantasia pur di toglierli dalla cosiddetta tutela di quegli Enti che hanno permesso di mischiare il diavolo con l’acquasanta e che assistono alla diminuzione della superficie dei vigneti da essi controllata in quelle zone famose per secoli e degradate in pochi decenni.
Non si tratta di un ritorno al passato, ma di un vero e proprio salto di qualità o, come dice il topolino, di un ripristino della genuinità. La storia del vino è fatta di alti e di bassi, di flussi e riflussi, un po’ come le onde, passerà anche questo brutto momento dell’esasperazione tecnologica e il livello di soddisfazione del consumatore per prodotti nuovi, ma dalle antiche e sane radici, crescerà di nuovo.

17 febbraio 2003


 

   

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