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Angelo Gaja in Polonia! Quando in trasferta non si gioca come in casa...
di Mario Crosta

A fine novembre, quando mi hanno telefonato la buona notizia, quasi non credevo ai miei occhi. Chi? Proprio lui! Angelo Gaja domani è a Cracovia, all’hotel Pod Roza, per presentare i suoi vini. Quest’albergo è notissimo in tutto il mondo ed Acquabuona gli ha già dedicato un articolo a proposito di una bottiglia di Sassicaia 1997 venduta nel suo ristorante, sulla tavola, all’onestissimo prezzo di 108 €, ma in quel Paese del Baltico è anche un’istituzione. Da più di trecento anni ospita i più ricchi e famosi personaggi della cultura, dello spettacolo, della diplomazia, statisti, finanzieri, insomma gente che di vino perlomeno ha un’idea molto precisa nonché una pratica di degustazione sicuramente al di sopra della media, per via delle occasioni mondane e della disponibilità di portafoglio.

A curarne gli approvvigionamenti di vino è l’amico Michal Janczyk, già campione polacco dei sommeliers, che è stato anche a Reims al trofeo Ruinart (dove si incoronano i campioni europei di questa indispensabile professione) ed è un giovane molto preparato, con il quale ho avuto occasione anche di collaborare alla mescita di 190 bottiglie di una trentina di vini diversi per 190 persone in un grande hotel di Varsavia. Questo mondo dell’Europa centro-orientale si schiude come un uovo al nostro vino, forse il pulcino non si regge ancora bene sulle zampette, ma di certo la qualità non manca, come sa bene il cuoco Alfredo Ciocchetti, toscano, che alla guida del ristorante di quell’hotel ha fatto alta scuola ed è da poco rientrato in patria (auguri!).

Così ho telefonato subito all’Istituto per il Commercio con l’Estero, dove il responsabile della sezione agroalimentare e vini è il Dott. Angelo Vinci, siciliano, buon naso con Baroli e Barbareschi, per chiedergli se voleva venire anche lui da Varsavia per questo importante avvenimento, saremmo stati certamente gli unici italiani ad accogliere e festeggiare il nostro produttore pù famoso all’estero. Ma Angelo mi ha risposto che c’era già stata un’altra presentazione anche a Varsavia, cui l’ICE non aveva potuto fare la massima pubblicità perchè non era stata neanche avvisata dagli organizzatori polacchi e senza un loro specifico invito non se la sentiva nemmeno di accompagnarmi a Cracovia. Era come se mi fosse cascato il mondo intorno. Una degustazione dei vini di Angelo Gaja organizzata così male, perchè poi è stato fatto tutto in fretta e furia, quasi all’oscuro dei più importanti intenditori di vino polacchi e delle istituzioni italiane presenti in Polonia, non me la sarei aspettata.

C’era da immaginarselo, perchè si sa come alcuni importatori organizzano queste cose: con il bilanciere del farmacista, per risparmiare bottiglie di vino, con la mentalità tipica degli avari più che dei commercianti, i quali invece ben sanno che ogni investimento promozionale azzeccato può fruttare moltissimo. Dispiace soltanto che a farne le spese sia stato proprio Angelo Gaja, capitato male, come si dice, ma forse non del tutto all’oscuro, come mi ha fatto notare proprio uno dei più giovani agenti del suo importatore. Ho compreso la sofferenza di Angelo Gaja negli ultimi anni, di fronte alle stupidità della moda oggi imperante, che pretende vini dal nome altisonante e al di fuori della tradizione, tutti fotocopie caberneggianti o merlotteggianti con purgatorio in barrique. Le istituzioni, ma anche gli enti e molti amici, lo hanno lasciato troppo spesso solo, finché ha deciso di dare al mercato quel che il mercato voleva, Barbareschi ciao e bevetevi il Langhe Nebbiolo fatto su vostra misura. E ancora una volta devo constatare che anche nella sua promozione all’estero, di cui Varsavia e Cracovia sono soltanto due testimonianze, si è ritrovato mal consigliato e soprattutto solo. Una serie di vini secondo me non tutti adatti ad un mercato completamente nuovo e senza cultura del vino, distribuiti col contagocce e, cosa più grave, in assenza di quelle qualificate degustazioni verticali d’annate storiche, senza le quali gli eccellenti vini dell’albese non possono essere capiti fino in fondo da chi è abituato invece ai vini spenti della California e a quelli dopati dell’Australia, oppure ai grandi cru del bordolese che non vengono immessi sul mercato se non sono prima maturati ed arrotondati a puntino.

I Baroli ed i Barbareschi troppo giovani, benché di annate eccezionali come le ultime, non sono piaciuti come ci si sarebbe aspettati da questo pubblico molto critico con i vini che pizzicano la lingua o che sfrigolano in bocca (così dicono i polacchi dei vini che agli italiani piacciono di più). Di fronte a gente curiosa di veder decantare le bottiglie più prestigiose, di scoprire i segreti del tempo in quei vini osannati dai giornalisti, di capire perchè i famosi culattoni (i vini di „culatta”, cioe’ di bottiglia aperta e non consumata per intero, ritappata con una parte del vino contenuto e destinata ad un’altra occasione) sono ancora più buoni, di essere istruita sui tempi di apertura delle bottiglie certo più necessari ai grandi vini di Gaja che non agli abituali vini bulgari, non c’era quel pizzico di genio che contraddistingue in vigna, in cantina ed in tavola il nostro amato Piemonte e la sua illustre bandiera venuta a rappresentarlo.

Si è trattato di una delle tante promozioni (non le chiamo neanche più degustazioni perchè ne sono l’opposto) di uno dei tanti vini che passano dalla Polonia, tutta un’altra cosa del grande successo di pubblico e di réclame invece riservato una settimana prima e nello stesso identico posto al secondo California Dreaming Festival, che era stato organizzato con tutti i criteri e con tutte le attenzioni possibili nei riguardi dei vini.

Determinante l’intervento della sezione agricola dell’Ambasciata Americana e dei sommeliers dei produttori stranieri, quella manifestazione è stata benedetta dalla presenza di almeno duecento persone altamente rappresentative dei mondi culturale, commerciale e finanziario, di enotecari, giornalisti, ristoratori, vignaioli, consumatori e legislatori, televisione compresa.

La delusione invece qui è stata forte, per questo mi sono permesso di scrivere ad Acquabuona per raccomandare a tutti gli altri Angelo Gaja del nostro Paese di non lasciarsi prendere la mano dai loro importatori locali, in qualsiasi parte del mondo vadano, perchè non rendono un buon servizio né ai propri vini nè all’immagine del vino italiano all’estero. Sono già bistrattati da una concorrenza molto agguerrita, che ha solide cognizioni in materia come quella francese, ma vengono addirittura sabotati soprattutto dall’incompetenza e dal qualunquismo di certi loro agenti, specialmente quando questi hanno l’esclusiva per cinque anni e come tutti i ragazzi che per la prima volta usano un cacciavite girano il mondo autorizzandosi a riparare i televisori.

I vini che si venderanno sul mercato sono certamente quelli più economici, ma per far vendere quelli ci deve prima essere un’opinione entusiasta da parte del mondo che conta sui migliori vini della stessa casa e ad Est il passaparola è il mezzo più convincente, perchè la pubblicità diretta del vino in televisione, al cinema, sulla stampa, sui cartelli stradali e nelle locandine è vietata. Perciò, almeno per questi vini eccezionali, si dovrebbe affidare l’organizzazione delle degustazioni a gente che se ne intende, a veri sommeliers, ai nostri funzionari ICE sul posto, in collaborazione certamente con l’importatore a meno che questi, per un malaugurato senso di autosufficienza non ritenga di rinunciarvi, come può essere successo proprio in questo caso, col naso all’insù.

Non dovrebbe succedere neanche con i vini di largo consumo e buona qualità, figuriamoci con quelli certamente di livello superiore e riconosciuti come eccezionali.
Le bottiglie speciali devono giungere molto tempo prima e poter riposare, specialmente le più vecchie, quelle che fanno più impressione e che da sole trascinano tutto il resto, e si devono aprire secondo esperienza e non secondo necessità, alcune anche qualche giorno prima, con rispetto assoluto delle eventualmente necessarie decantazioni e delle temperature di servizio, ma anche della gestualità, che non è un rito. I bicchieri non devono mai essere risparmiati, ma cambiati e perfettamente puliti ad ogni assaggio, e via con tutte le altre attenzioni che avrebbero invece contraddistinto una degustazione di vini di questo tipo davanti ai più severi giudici del nostro Paese. Occorre avere più rispetto anche dei nuovi clienti nei nuovi mercati e usare queste occasioni per fare scuola a tutti, perchè il cliente soddisfatto ritorna e non torna mai da solo, ma con una schiera di nuovi clienti.

Ma vedo già la fotografia del Sassicaia 1999 sul catalogo dello stesso importatore, peraltro uno dei migliori (una ditta commercialmente seria, cosa assai rara da queste parti) e mi chiedo se anche questa volta mi inviteranno ad „uccidere un bambino” così come hanno fatto con i vini di Gaja davanti a pochi, per fortuna, testimoni. Con tutta la tradizione e la cultura che il nostro Paese ha nel suo mondo del vino, osannato all’estero anche da chi non ne conosce nemmeno una virgola e perciò si aspetta, e mi pare giusto, che gliene portiamo simpaticamente e rispettosamente un po’, non si può più giocare con gli stessi metodi di vendita del vino di una volta né pretendere che la fama raggiunta sia già un tappeto rosso sotto la scaletta dell’aereo.

Un nostro intraprendente produttore di Chianti divenne famoso nel Far West perchè non perdeva mai una diligenza, ma povero il vino che trasportava! Per fortuna era un Chianti fatto con la pratica del governo, ma oggi non ne fanno quasi più e i vini sono sicuramente molto più delicati, richiedono quelle attenzioni che sono mancate, per esempio, a Varsavia ed a Cracovia, ma spero che sia stato per l’ultima volta.


(11/12/2002)

 

   

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